Il dialetto castronnese come memoria viva: una comunità si è raccontata a Materia
Un incontro dedicato alla lingua del territorio per comprenderne l’evoluzione, il legame con il lavoro e il ruolo che ancora oggi conserva nella memoria collettiva. Protagonisti Carlo Colli e Maurizio Valli
Una sala attenta e partecipe ha accolto a Materia l’incontro dedicato al dialetto castronnese, un patrimonio linguistico fragile ma ancora capace di evocare mondi, relazioni e modi di vivere ormai in gran parte scomparsi. Protagonisti della serata Carlo Colli e Maurizio Valli, studiosi e appassionati conoscitori della parlata locale, che da anni raccolgono parole, proverbi, modi di dire e racconti legati alla tradizione orale del territorio.
L’incontro non si è presentato come una lezione accademica né come un’operazione nostalgica. Al contrario, l’obiettivo dichiarato è stato quello di offrire una fotografia sincera dello stato del dialetto oggi: una lingua che non è più strumento quotidiano di comunicazione, ma che continua a sopravvivere nei ricordi, nei sentimenti e in molte espressioni dell’italiano parlato.
Attraverso racconti, esempi narrativi e immagini simboliche, Colli e Valli hanno accompagnato il pubblico in un viaggio che ha attraversato più generazioni, mostrando come il dialetto sia cambiato insieme alla società. Dalla civiltà contadina al lavoro industriale, fino all’epoca contemporanea, il dialetto ha progressivamente perso la sua funzione centrale, seguendo il mutare dei mestieri, degli ambienti di vita e delle relazioni sociali.
Ampio spazio è stato dedicato al legame tra lingua e lavoro: il dialetto come strumento preciso, concreto, nato per descrivere oggetti, gesti e ruoli di un mondo produttivo oggi in gran parte scomparso. Con il venir meno di quel contesto, molte parole hanno perso la loro utilità, lasciando il posto a un italiano standardizzato, spesso influenzato dai media e da linguaggi tecnici estranei alla tradizione locale.
La serata ha restituito anche il valore educativo e sociale del dialetto, lingua della trasmissione orale, dei proverbi, delle filastrocche, delle storie raccontate nelle stalle o nelle cucine durante le lunghe serate invernali. Un patrimonio che non pretende di essere recuperato integralmente, ma che può essere salvato in frammenti significativi, sottraendolo al folklore e alla caricatura.
Il pubblico ha seguito con interesse e partecipazione, riconoscendo in molti passaggi memorie familiari e tratti di un’identità condivisa. Ne è emersa una riflessione più ampia sul rapporto tra lingua e comunità: il dialetto come traccia profonda di un passato che, pur non essendo più praticabile, continua a influenzare il modo di parlare, di pensare e di sentire.
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