“Senza una sovranità industriale l’Italia rischia di perdere il manifatturiero”

Intervista a Michele De Palma segretario generale della Fiom Cgil: "Il caso Beko è paradigmatico. Senza una vera politica industriale italiana ed europea e senza una struttura democratica legittimata, abbiamo perso le leve dello sviluppo"

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L’incontro a Palazzo Lombardia tra Beko Europe e le parti sociali rappresenta un passaggio chiave in una vertenza lunga e complessa. La multinazionale turca ha confermato l’impegno sullo stabilimento di Cassinetta di Biandronno, con 133 milioni di euro di investimenti e 300 uscite volontarie e incentivate.
L’accordo chiude una fase emergenziale, ma lascia aperti nodi centrali: il futuro industriale del sito, le responsabilità dell’azienda e l’assenza di una strategia industriale strutturata. Su questi temi abbiamo raccolto il punto di vista di Michele De Palma, segretario generale della Fiom Cgil, incontrato durante le assemblee per il contratto collettivo con i lavoratori metalmeccanici del distretto industriale varesino. (nella foto Michele De Palma durante l’assemblea con i lavoratori della Bticino)

De Palma, lo stabilimento di Cassinetta di Biandronno ha perso 2.000 posti di lavoro in vent’anni. L’incontro in Regione Lombardia, che ha confermato l’impegno di Beko Europe sul sito varesino, è il segnale concreto di una svolta?
«Sì, ma va chiarito subito un aspetto: c’è un problema strutturale dell’elettrodomestico in Italia. I dati che lei cita coincidono con gli anni in cui si è consumato un processo di ristrutturazione profonda del settore. Abbiamo vissuto una vera desertificazione industriale. Beko arriva dopo una lunga sequenza di chiusure e riorganizzazioni che hanno riguardato gran parte degli stabilimenti italiani».

Di chi sono le responsabilità di questa situazione?
«C’è stato un errore strutturale, ovvero pensare che l’elettrodomestico non potesse più essere progettato e realizzato in Italia. È un errore delle classi dirigenti industriali, ma anche politiche. Questo ragionamento vale pure per altri settori, dall’automotive alla siderurgia. Oggi ci scontriamo con una realtà geopolitica che rende indispensabile e necessaria una sovranità industriale europea e italiana».

Che cosa vi aspettate ora dall’azienda e dalle istituzioni?
«Siamo a un punto limite. Abbiamo fatto un accordo, ma adesso bisogna ripartire perché la fase di gestione è finita. L’azienda ha la responsabilità di dirci quali sono i nuovi investimenti, a partire dai nuovi prodotti, e chiarire i volumi produttivi. Serve capire quali iniziative commerciali intende mettere in campo per un vero rilancio delle attività».

Nella crisi dell’elettrodomestico lei ha una visione critica rispetto alla politica dei bonus, perché?
«Perché i bonus dati senza vincoli produttivi portano a questo risultato. Si interviene sulla domanda usando risorse pubbliche, cioè soldi dei cittadini, senza alcuna certezza di ritorno occupazionale e industriale. Il problema non sono i bonus in sé. Servono investimenti, nuovi prodotti ad alto valore aggiunto, con contenuti tecnologici capaci di stare sul mercato».

Non è quindi solo una questione di mercato?
«Esatto. È curioso che chi invoca sempre il mercato quando si ristruttura, poi lo chiami in causa al contrario quando le politiche aziendali non funzionano. Il mercato va corretto, ma con interventi dello Stato che garantiscano un ritorno per il Paese. Altrimenti si rischia lo spreco e anche il danno, cioè mettere in discussione stabilimenti che hanno fatto la storia dell’elettrodomestico italiano. Serve una maggiore sovranità industriale che non significa sovranismo. Senza una vera politica industriale europea e senza una struttura democratica legittimata, abbiamo perso le leve dello sviluppo. L’Europa continua a subire le turbolenze globali invece di governarle».

Quanto pesa la questione salariale in questa crisi?
«Pesa moltissimo. Se una persona non ha un salario che le consenta di sostituire un elettrodomestico con uno più innovativo ed efficiente, viene meno tutto il meccanismo che riguarda la marginalità, l’impresa, la redistribuzione del lavoro e gli investimenti. Oggi, invece, la politica è interamente orientata alla compressione dei salari. È quindi inevitabile che, di questo passo, gli unici elettrodomestici che si riusciranno a vendere saranno quelli più arretrati. Tra poco rischiamo persino di tornare a quelli a gas. Mentre a Pechino si torna a vedere il cielo grazie agli investimenti sulla transizione ecologica, da noi accade l’opposto. Continuando così, nella Pianura Padana il cielo diventerà sempre più plumbeo».

Alle 6 di mattina prima dell’incontro in Regione fuori dalla portineria centrale di Beko a Cassinetta c’erano i lavoratori che stavano salendo sui pullman diretti a Milano. Uno di loro ha detto: “Andiamo a difendere il nostro stabilimento”. Che cosa rivela questa affermazione?
«Che i metalmeccanici difendono le loro fabbriche, hanno consapevolezza del valore sociale ed economico del lavoro. Le fabbriche, per diritto, sono di chi le possiede. Nella realtà sono dei lavoratori. Sono loro i primi a difenderle, perché il lavoro non è solo produzione di beni, ma relazioni, dignità e appartenenza».

La vertenza Beko apre una riflessione più ampia rispetto al manifatturiero varesino che ha oltre due secoli di vita?
«È paradigmatica di una questione generale. Nei distretti manifatturieri storici la transizione è difficile. Servono politiche industriali, ma anche una cultura d’impresa che distingua tra profitto e rendita. La rendita è parassitaria: non investe e non redistribuisce».

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Michele Mancino
michele.mancino@varesenews.it

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Pubblicato il 14 Gennaio 2026
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