Voto in Svizzera: l’allarme di Roberto Antonini per il futuro del pluralismo e del servizio pubblico

Dall’incontro a Varese l’allarme di Roberto Antonini: l’iniziativa popolare dell’8 marzo per il taglio del canone svizzero a 200 franchi non è solo una sfida economica, ma un attacco diretto alla coesione di un Paese frammentato

Roberto antonini

C’è un filo sottile ma resistentissimo che lega il destino dell’informazione ticinese alla nostra provincia, e questo filo rischia di spezzarsi il prossimo 8 marzo. In occasione della festa di San Francesco di Sales, patrono dei giornalisti, il salone dell’Oratorio di Biumo Superiore ha ospitato sabato 24 gennaio un dibattito serrato sulle trasformazioni del settore. Al centro della riflessione di Roberto Antonini, direttore della Scuola di giornalismo della Svizzera italiana e volto storico della RSI, è finita l’imminente iniziativa popolare federale che punta al dimezzamento del canone radiotelevisivo elvetico.

Un attacco al servizio pubblico

Il clima è quello delle grandi sfide costituzionali. Secondo Antonini, non siamo di fronte a una semplice riforma amministrativa, ma a un’offensiva politica precisa. «Questa è una cosa diversa» ha spiegato il direttore, distinguendo l’iniziativa dai classici referendum. «C’è un gruppo che è legato alla destra radicale svizzera che ha proposto un’iniziativa sulla quale si voterà e che prevede sostanzialmente un dimezzamento del canone radiotelevisivo».

Sebbene i 335 franchi attuali possano apparire elevati, Antonini ha ricordato che in Svizzera l’offerta deve essere garantita per quattro diverse realtà linguistiche, richiedendo uno sforzo produttivo quadruplicato per mantenere standard di qualità elevati e codici deontologici precisi.

Il rischio, per l’ex responsabile dell’informazione della Radio Svizzera, è categorico: «Se dovesse passare questa iniziativa è chiaramente un po’ la fine del servizio pubblico». Il mandato della SSR, infatti, impone obblighi che il settore privato non ha, come il pluralismo e un rigore specifico nell’imparzialità. «Non dobbiamo essere neutrali ma imparziali», ha puntualizzato Antonini, sottolineando come il servizio pubblico sia tenuto a trattare ogni orientamento politico e religioso con lo stesso rigore e contraddittorio.

I contorni tecnici della consultazione

Sotto il profilo prettamente tecnico e istituzionale, l’iniziativa popolare “200 franchi bastano!” propone una revisione della Costituzione federale per imporre un tetto massimo al canone annuo. La proposta mira a ridurre il prelievo per le economie domestiche a 200 franchi e a esentare totalmente le imprese dal pagamento, eliminando l’attuale soglia basata sul fatturato. Per essere approvata, l’iniziativa deve superare lo scoglio della doppia maggioranza: non è sufficiente che la maggioranza dei votanti si esprima favorevolmente a livello nazionale, ma è necessario che la proposta ottenga il “sì” nella maggioranza dei 26 Cantoni. In risposta a questa spinta drastica, le autorità federali hanno presentato una strategia di riduzione moderata a 300 franchi entro il 2029, nel tentativo di bilanciare il sollievo finanziario per i cittadini con la sopravvivenza operativa delle emittenti pubbliche regionali.

Attacco a un baluardo della coesione

Oltre ai numeri, Antonini ha toccato corde identitarie profonde. In un Paese segnato da spinte centrifughe, dove ogni regione linguistica guarda culturalmente ai propri vicini (la Svizzera tedesca alla Germania, quella romanda alla Francia e il Ticino all’Italia), il servizio pubblico radiotelevisivo rimane «forse l’ultimo collante, vero collante dell’unità del paese». Antonini lo ha definito, insieme all’esercito, come l’unico spazio in cui le diverse anime della Confederazione si riconoscono e si incontrano.
«Questo è un po’ l’ultimo baluardo del federalismo svizzero», ha proseguito, mettendo in guardia dai processi di privatizzazione eccessiva che hanno già mostrato i propri limiti in altri settori, come quello postale. «L’immagine un po’ vecchiotta della Svizzera» dove tutto funziona con precisione cronometrica si scontra oggi con una realtà dove, a causa della privatizzazione, «il giornale che potrebbe arrivare la mattina spesso arriva in serata».

Le ricadute per il territorio

Per la Svizzera italiana, il voto dell’8 marzo ha anche un risvolto sul piano occupazionale e sociale. Antonini non ha usato mezzi termini: «Nel caso della Svizzera italiana questo significherebbe la perdita di posti di lavoro abbastanza pronunciata, perché non c’è un vero mercato… e i ragazzi che fanno i giornalisti non hanno molte alternative».

La riflessione si è conclusa con uno sguardo alla nostra provincia. In un momento in cui si parla sempre più di “città dei laghi” e di sinergie tra Varese e Como, la RSI si conferma una risorsa che travalica il confine, essendo un punto di riferimento per tutti gli italofoni che vivono nella Svizzera interna e per chi, da questa parte della frontiera, cerca un’informazione rigorosa e di qualità. «I sondaggi danno fifty-fifty», ha ammesso Antonini, confidando tuttavia nella tenuta del sistema dei Cantoni per scongiurare quello che vede come un colpo letale alla coesione nazionale.

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Tomaso Bassani
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Pubblicato il 24 Gennaio 2026
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