La sfida della Fondazione Genovese a Bodio Lomnago: «Ecco come rinascerà la villa alla Rogorella»

Vittorio Tanzi, direttore generale della struttura e storico responsabile del Crest di Cuveglio, spiega il progetto da otto posti letto che aprirà a metà aprile

Fondazione genovese

L’appuntamento con il futuro della Rogorella è fissato per la metà di aprile del 2026, quando i lavori di ristrutturazione, partiti ufficialmente all’inizio di febbraio, lasceranno il posto alla quotidianità di una “casa della rinascita”.

A Bodio Lomnago, il progetto della Fondazione Laura e Alberto Genovese, che ha già fatto discutere un intero paese, sta prendendo forma tra le mura di una villa in via dei Castagni. Quel che emerge è l’incomprensione con alcuni cittadini del paese, ma la Fondazione difende il proprio progetto e lo descrive come il tentativo di trasformare una vicenda giudiziaria drammatica — quella di Alberto Genovese, oggi nel carcere di Bollate — in un modello di cura per le tossicodipendenze che metta radici in provincia di Varese.

Il legame tra l’imprenditore e il Varesotto non è una novità dell’ultima ora. Dopo i primi mesi a San Vittore, Genovese ha infatti affrontato il suo percorso di disintossicazione al Crest di Cuveglio; dal luglio 2024 svolge inoltre attività di volontariato per la Casa della Carità di don Virginio Colmegna.

L’esperienza di Tanzi: da Cuveglio alla Rogorella

Al timone il progetto della Fondazione Laura e Alberto Genovese c’è Vittorio Tanzi, psicologo con una vita spesa nel settore, che spiega il suo approccio (nella foto sotto): «Ho fatto l’operatore in comunità terapeutiche per una trentina d’anni e mi sono occupato a lungo delle autorizzazioni e dell’accreditamento di strutture sociosanitarie con ATS Insubria. Abbiamo sempre collaborato con il territorio, con le forze dell’ordine e con i sindaci. È un metodo di lavoro facilmente verificabile per chiunque conosca la mia esperienza al Crest di Cuveglio, dove ho avuto il ruolo di responsabile per molti anni».

Fondazione genovese

Proprio a Cuveglio, nel 2021, le strade di Tanzi e Genovese si incrociarono: «Alberto arrivò dopo l’interessamento dei suoi legali, che cercavano una comunità disposta a prendere in carico quello che allora veniva definito il “mostro” che nessuno voleva. Fu trattato esattamente come tutti gli altri pazienti per un anno e mezzo, finché il progetto terapeutico non rese necessario il trasferimento in un’altra struttura».

Una casa che cura contro i pregiudizi

Il ridimensionamento del progetto a otto posti letto è stata la chiave per sbloccare l’avvio dei lavori, ma non ha spento del tutto le resistenze del vicinato. Tanzi, però, non ci sta a veder dipinta la struttura come un corpo estraneo o pericoloso. «Quello che avverrà all’interno della villa è lo sviluppo di una casa che cura, dove ci sarà personale specializzato nel campo delle dipendenze» chiarisce il direttore.
«Parliamo di persone che arrivano già disintossicate e che hanno necessità di intraprendere un percorso di riabilitazione e reinserimento. C’è una narrazione errata su quello che accadrà: alcuni parlavano di una San Patrignano 2, ma noi siamo distantissimi da quel modello. Sarà un luogo che garantirà la privacy per chi sta dentro e per chi sta fuori. Non deve entrare droga, non deve entrare alcol, e chi partecipa al trattamento sarà soggetto a controlli costanti. Nessun “festino”: niente minerà la tranquillità degli ospiti e dei residenti».
«Accanto al Crest di Cuveglio sono sorti nel tempo una scuola materna ed un asilo nido. Le case non hanno perso il loro valore commerciale, insomma nessuno, in tanti anni, ha mai avuto nulla da eccepire», dice ancora Tanzi.

Oltre il mito della struttura d’élite

Uno dei temi caldi riguarda la natura “esclusiva” della comunità,  etichettata come un rifugio per soli privilegiati. Tanzi affronta la questione con pragmatismo: «La vicenda dei vip è particolare. Se persone famose o abbienti riescono a restare astinenti grazie a percorsi terapeutici, questo dovrebbe essere riconosciuto come un valore per la società, perché significa che la cura funziona. Però è bene dirlo: noi accoglieremo tutti. Questa sarà una comunità del privato sociale e avrà una retta, ma la nostra missione è aiutare le famiglie. Già oggi, attraverso la Fondazione, seguiamo circa trecento nuclei familiari in modo gratuito. Quella di Bodio Lomnago non è affatto una comunità fatta per gli amici di qualcuno».

Il direttore sottolinea inoltre la solidità tecnica del progetto: «Le figure professionali che lavoreranno qui hanno una capacità comprovata. Avremo un minutaggio per paziente superiore a quanto richiesto da ATS, con un’équipe multidisciplinare che comprende psicoterapeuti, educatori, infermieri e uno psichiatra».

Le proteste del Comitato e la voce della Fondazione

La decisione di ridurre il progetto originale da venti a otto posti letto ha permesso di proseguire malgrado le obiezioni di cittadini e minoranza.Trattandosi di una struttura sociosanitaria che non richiede varianti urbanistiche, la Fondazione ha potuto procedere. Tanzi descrive la villa come «una casa dove ci si cura insieme», distante anni luce dai modelli di ospedalizzazione o dalle grandi comunità di massa.

A dare un contorno definitivo alla visione della struttura è Laura Genovese, che vede in Bodio Lomnago il compimento di un percorso iniziato con altri centri d’ascolto: «Il progetto di Bodio Lomnago rappresenta il cuore della nostra Fondazione, già attiva con un ambulatorio a Milano e un centro di ascolto a Napoli: un luogo dove la cura delle dipendenze si sposa con la dignità e la bellezza. Portiamo qui nel Varesotto un modello che mette al centro non solo il paziente, ma anche la sua famiglia. Voglio sottolineare che la struttura opererà con il massimo rigore e nel pieno rispetto della comunità locale. Stiamo portando avanti un progetto bello e con tutti i presupposti per diventare un’eccellenza e un riferimento, qui e altrove. Ci poniamo come una risorsa importante che porti valore al territorio, basata sulla trasparenza e su risultati clinici concreti».

Il traguardo di aprile

L’obiettivo è ora terminare il cantiere entro la metà di aprile del 2026. Dopo la fine dei lavori, scatterà l’iter per l’autorizzazione al funzionamento da parte di ATS Insubria. «Non è verosimile che di colpo entrino otto persone» conclude Tanzi. «Bisognerà selezionare i pazienti, valutare la loro motivazione clinica e iniziare a creare un gruppo che funzioni. Sarà un percorso graduale, basato sulla serietà e sui risultati».

A Bodio Lomnago parte il progetto della Fondazione Genovese: alla Rogorella nasce il centro per le dipendenze

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Roberta Bertolini
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Pubblicato il 06 Febbraio 2026
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