Un’olimpiade mozzafiato con un finale mozzafiato: l’oro Usa riscrive la storia dell’hockey

L'ultima medaglia, attesissima, arriva al supplementare: Canada piegato da una prodezza di Hughes. Viaggio dentro la finale di Santa Giulia, tra tifo, geopolitica, portieri miracolosi e "Cipollino"

Trionfo Usa contro il Canada nella finale hockey su ghiaccio alle Olimpiadi  (foto Mattia Martegani)

Dal nostro inviato – Chissà, se alla, fine, davanti agli schermi della Casa Bianca, Donald Trump si sarà pentito di non aver preso l’Air Force One per volare a Milano e assistere alla finale olimpica dell’hockey su ghiaccio. E farsi immortalare con la medaglia d’oro vinta dagli USA (2-1) per rafforzare la sua stretta geopolitica sui vicini di casa canadesi. E chissà che il nome di Jack Hughes, stella dei New Jersey Devils, non diventi famoso come quello di Mike Eruzione, l’uomo che incarnò il “miracolo sul ghiaccio” di 46 anni fa.  Di certo, se la finale olimpica di Milano Cortina 2026 diventerà un film, una serie o qualcosa del genere, troverà pochissimi spettatori a Nord della frontiera: mandar giù una sconfitta del genere dev’essere durissima dalle parti di Toronto, di Montreal e dovunque sventoli la foglia d’acero.

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USA – Canada 2-1: la storica finale olimpica di hockey di Milano Cortina 2026 4 di 32

La bandiera biancorossa, del resto, era in maggioranza anche a Santa Giulia, zona Rogoredo, località meno cool rispetto a Lake Placid ma – ora – entrata di diritto nella storia dell’hockey su ghiaccio e dello sport stelle e strisce. Un luogo trasformatosi per un pomeriggio in una exclave del Nordamerica, con 50 stelle NHL sul ghiaccio e con migliaia di tifosi arrivati da oltre Atlantico  per godersi la finale più attesa. Quella tra le favorite, quella tra due squadre rivali (seppure asimmetriche: nel Canada l’hockey è religione, negli USA meno) che si erano già sfidate per l’oro due volte in questo secolo (2002 e 2010) con lo stesso verdetto. Giubbe rosse in festa, yankees in ginocchio.

Non c’è due senza tre, avranno pensato in tanti (non solo i tifosi canadesi: il pubblico neutrale – poco – trepidava per i biancorossi) e di certo tutti hanno fatto il proprio dovere di tifosi. Il classico “Iu-es-ei”, secco e potente si è alternato con il “Let’s Go Canada” che a decibel ha superato i rivali. Tutto nella massima correttezza fin dall’esterno dell’arena e senza risvolti politici conclamati. E anche in pista, in pieno spirito olimpico, il livello di mischie/risse/scazzottate è rimasto molto al di sotto del livello di guardia con buona pace dei “guardoni” più attenti ai pugni che ai virtuosismi con il bastone o alla rapidità di pattinata.

Piuttosto, che qualcosa potesse andare storto, i canadesi lo avevano annusato: davanti a noi il corrispondente del National Post chiudeva sconsolato il computer dopo aver confermato, nell’ultimo “lancio”, l’assenza dal ghiaccio di Sidney Crosby, il veterano e superstar, l’uomo del gol decisivo alle Olimpiadi di Vancouver appunto a danno degli statunitensi. E così la maglia più indossata sulle tribune – la 87 biancorossa – restava speranzosa ma mesta in panchina per un maledetto infortunio arrivato nei quarti di finale. Ma il gioco sembrava, a lungo, esorcizzare l’assenza più pesante.

In pista, il primo gol sembra un inno all’ironia della sorte, visto con occhi italiani. A segnarlo per gli USA è un giocatore dei Minnesota Wild: il tabellone illumina il suo nome, M. Boldy che visto così sembra una rivincita per “Cipollino”, il popolare attore luinese escluso in modo un po’ assurdo dall’elenco dei tedofori prima dei Giochi. Questo Boldy, però, si chiama Matt ed è bravo a sfruttare l’incertezza di Devon Toews, terzino degli Avalanche, e a toccare di fino eludendo l’uscita del portiere canadese Binnington.

A proposito di goalie, proprio i due colleghi – distanziati da 50 metri di ghiaccio – sono stati tra i grandi protagonisti della finale. Di più quello a stelle e strisce, Connor Hellebuyck, baluardo totale soprattutto nel secondo e nel terzo drittel, in particolare quando il Canada gioca per un minuto e mezzo a 5 contro 3 trovando nel portiere di Winnipeg un muro quasi invalicabile. Quasi perché, alla fine del terzo centrale, un disco passa: lo spara a velocità impressionante Cale Makar, difensore dal braccio d’acciaio, autore dell’1-1. Il collega Jordan Binnington è stato meno impegnato ma proprio all’inizio del supplementare ha compiuto un intervento miracoloso per mettersi in pari con Hellbuyck, deviando con il guanto un missile diretto sotto la traversa. Pareva l’ennesimo colpo di scena, l’ennesimo cambio di inerzia della partita e qualcosa di simile era avvenuto sul finire dei regolamentari: 4′ di penalità al canadese Barrett e subito dopo 2′ all’americano Hughes.

Ma proprio Hughes aveva una voglia matta di scrivere il suo nome sui libri di storia e dal suo bastone è partito il tiro d’oro, il tiro dell’oro. Il tiro che – chissà – lo avvicinerà alla leggenda di Eruzione. Da Lake Placid a Milano, Santa Giulia, per la conclusione più mozzafiato di un’Olimpiade mozzafiato.

ALLA BALAUSTRA – Scopri le storie e la cultura dell’hockey su ghiaccio con il podcast di VareseNews scritto e letto da Marco Giannatiempo.

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Damiano Franzetti
damiano.franzetti@varesenews.it

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Pubblicato il 22 Febbraio 2026
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