A Comabbio le “ferite” dell’arte di Ivan Sghirinzetti raccontano la memoria
Un percorso espositivo che ha dialogato con la tradizione della ricerca materica del Novecento, invitando il pubblico a osservare le opere come luoghi di stratificazione e ascolto
A Comabbio l’arte di Ivan Sghirinzetti sperimenta nuovi materiali ed esplora gli aspetti più intimi dell’essere umano. Ospitata nelle scorse settimane nella sala Lucio Fontana, Trasmutatio, l’esposizione composta da circa quaranta opere su tela ha guidato i visitatori attraverso un percorso in cui segni e “ferite”, raccontano le esperienze, le emozioni e le memorie che si depositano nell’animo col passare del tempo.
L’artista lavora con materiali semplici – garze, carta, pigmenti – che diventano linguaggio. Tagli, strappi e sovrapposizioni ricordano la pelle e le sue cicatrici. «In Sghirinzetti la materia non racconta il trauma, ma lo trasforma in equilibrio», si legge nel testo critico che accompagna la mostra, firmato da Debora Ferrari.
Una ricerca tra materia e memoria
Le opere di Sghirinzetti si inseriscono nel solco della ricerca materica del secondo Novecento, richiamando il dialogo con Lucio Fontana, a cui è dedicata la sala che ha ospitato l’esposizione. Entrambi gli artisti, a modo loro, vanno oltre la superficie della tela, ma per Sghirinzetti si tratta di un processo più intimo.
Sulle sue tele, carta e garza si trasformano in “pelle”, capace di trattenere memoria e tempo. I segni raccontano un processo, una trasformazione.
L’arte come ascolto
Un elemento centrale della mostra è il rapporto con il tempo. Il processo creativo viene descritto come una pratica di ascolto, più che di imposizione. I materiali reagiscono, assorbono, restituiscono. Un’idea che si rispecchia anche nel processo creativo: l’opera non è finita quando l’ultimo elemento è stato posato, ma le reazioni tra carta, tela, acqua e colla danno il via a trasformazioni che avvengono anche dopo che l’artista ha sollevato le mani dal quadro.
«Lascio – spiega Sghirinzetti – che il materiale assorba, che registri l’istante, ma che non resti fermo in quel momento: continua il suo lavoro collaborativo. Mi fido di lei e di quello che sarà il risultato».

Aprire il proprio cuore per curarsi
In un tempo segnato dalla velocità e dal consumo rapido delle immagini, la mostra di Comabbio ha proposto un’esperienza diversa. Le opere chiedono attenzione, tempo, uno sguardo capace di andare oltre la superficie. Tagli e strappi non sono elementi di rottura ma di apertura: conducono verso una dimensione più profonda, dove materia e memoria si intrecciano. «Garza e carta diventano strumenti di cura di ferite che non sono fisiche. Non mettono confini, anzi invitano ad aprirsi ed è proprio questo tipo di apertura che porta alla cura».
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