Andrea Civati: “La Varese dei prossimi dieci anni si gioca sulla cura della città”

L’assessore all’Urbanistica racconta cantieri, sicurezza, università e Pgt: “Dopo le grandi trasformazioni serve manutenzione, visione e una città più accessibile”

Varese - centrosinistra

Andrea Civati è uno dei volti più riconoscibili dell’amministrazione comunale di Varese. Laureato alla Bocconi dopo gli studi al liceo Cairoli, ha iniziato la sua carriera professionale in uno studio legale prima di intraprendere un percorso politico e amministrativo che lo ha portato a gestire alcune delle deleghe più complesse della città: rigenerazione urbana, mobilità, infrastrutture e cantieri pubblici.

Ma accanto al ruolo istituzionale c’è anche la dimensione personale. Negli ultimi anni Civati è diventato padre, un cambiamento che ha modificato profondamente il suo modo di guardare la città.

Assessore Civati, partiamo da una domanda personale. Lei si è sposato durante il lockdown e due anni fa è arrivato suo figlio. Quanto è cambiata la sua prospettiva sulla città?

«Direi una bugia se dicessi che non cambia la vita. Diventare papà per me ha significato cambiare completamente il paradigma con cui guardo molte cose, dalla quotidianità al modo in cui osservo la realtà che mi circonda. Fin dai primi giorni, quando siamo diventati genitori, ho toccato con mano quanto in Italia non sia semplice diventare mamma e papà. Spesso manca una rete di supporto che non sia esclusivamente familiare: nonni, zii, famiglia allargata. Anche per mia moglie Martina tornare al lavoro e riprendere una vita autonoma dopo la maternità è stato impegnativo. È stato, per me, un vero bagno di realtà».

I bambini sono anche un “sensore” della qualità urbana. Basta un passeggino per accorgersi delle barriere architettoniche. Come è messa Varese?

«Andando in giro con mio figlio Elio me ne accorgo ogni giorno: anche un piccolo dislivello può diventare complicato per chi si muove con un passeggino o ha una disabilità. Sicuramente possiamo fare di più. Negli ultimi dieci anni abbiamo però investito ogni anno almeno 150 mila euro per il superamento delle barriere architettoniche: realizzazione di scivoli sui marciapiedi, attraversamenti accessibili e i percorsi loges per non vedenti. È solo un tassello, ma è un impegno costante in un bilancio comunale che, come sappiamo, è molto limitato».

Quando si parla di sicurezza si pensa subito all’ordine pubblico, ma per anni a Varese il vero problema sono stati gli incidenti stradali, soprattutto per i pedoni. Abbiamo contato non pochi morti. Le polemiche su attraversamenti e dissuasori le hanno fatto cambiare idea?

«No. Rifarei tutte le scelte fatte. Uno dei momenti più difficili per me è stato partecipare al funerale di una ragazza investita in via dei Mille. In quel momento capisci davvero quanto il nostro lavoro possa incidere sulla vita — e purtroppo sulla morte — delle persone. Gli attraversamenti protetti, i dissuasori e tutte le misure che mettono al centro pedoni e ciclisti vanno mantenuti. Anche se possono creare qualche disagio a chi guida, la sicurezza degli utenti più deboli deve sempre venire prima».

Da tempo la città sta discutendo del nuovo Piano di Governo del Territorio. Questo è uno snodo decisivo. Che città immaginate per i prossimi anni?

«Partiamo da un dato significativo. Dopo un lungo periodo di calo della popolazione, negli ultimi due anni Varese ha invertito una tendenza demografica negativa: abbiamo circa duemila residenti in più. È un dato importante. Una delle ragioni è la maggiore connessione del territorio. Con l’apertura dell’Arcisate–Stabio e il potenziamento del trasporto ferroviario oggi Varese è molto più collegata con la Svizzera, con Lugano e con tutta l’Europa, oltre che con Milano. Negli ultimi anni abbiamo attivato investimenti per circa 120–130 milioni di euro: scuole, impianti sportivi, infrastrutture per la mobilità, autobus e strade. Il nuovo PGT parte da qui: dopo le grandi trasformazioni dobbiamo concentrarci sulla cura quotidiana della città, sulla manutenzione e sulla qualità diffusa degli spazi urbani, sia pubblici sia privati. Questa è la sfida dei prossimi dieci anni».

largo flaiano drone

L’ingresso in città è cambiato, ma per chi non conosce Varese, largo Flaiano non è proprio un bel biglietto da visita. Perché non viene sistemato?

«Per ragioni esclusivamente di risorse. Quando abbiamo completato l’appalto di Largo Flaiano non avevamo i fondi per fare le ultime finiture. Ora queste risorse le abbiamo trovate ed entro quest’anno riusciremo a realizzare quei miglioramenti estetici che daranno ulteriore valore a un ingresso strategico della città».

Uno dei cantieri più simbolici è la Caserma Garibaldi. A che punto siamo?

«Siamo arrivati praticamente alla fase finale. I tecnici ci dicono che entro la fine dell’anno il 90% dei lavori sarà completato e gli spazi saranno già fruibili. Entro la primavera del 2027 l’intervento sarà definitivamente concluso. Se oggi si entrasse nell’edificio si vedrebbe che gran parte degli spazi interni è già finita: l’archivio del moderno nel sottotetto è pronto, restano lavori più importanti sul deposito librario centrale».

Negli ultimi mesi si è discusso molto del rapporto con l’università. C’è spazio per riportare studenti nel centro città?

«Io l’ho sempre sostenuto. Già nel 2014, quando ero in consiglio comunale, dicevo che la presenza dell’università in centro sarebbe stata una scelta urbanistica molto importante. Negli anni l’ateneo ha scelto di investire molto nel campus di Bizzozero, ma oggi si torna a discutere di questa possibilità. La Caserma Garibaldi non può ospitare aule per l’università perché i lavori sono ormai conclusi, ma si può aprire un ragionamento su altri edifici pubblici o privati nel centro città. L’importante è sedersi a un tavolo e discuterne seriamente».

L'opera di street art all'Ex-Aermacchi si svela

Il cantiere dell’ex Aermacchi ha avuto una storia complicata. Perché tanti ritardi?

«Capisco perfettamente sia la prospettiva dell’imprenditore sia quella del cittadino che guarda e si chiede come sia possibile. Purtroppo qui servirebbe una riflessione più ampia su quante norme e quanti livelli decisionali rendano in questo Paese estremamente complesse queste operazioni. Quella dell’ex Aermacchi è una delle operazioni più complesse a livello provinciale: c’è un sito storico, un vincolo intervenuto in itinere, bonifiche molto pesanti e complesse. Quando si ha a che fare con l’inquinamento è tutto molto difficile. Noi, come amministrazione, abbiamo provato a fare un lavoro di sintesi, pur non essendo competenti né sui beni architettonici né sugli aspetti ambientali. Abbiamo cercato di tenere aperto il dialogo tra la proprietà, il Comune e tutti i soggetti coinvolti. Finora ci siamo riusciti. È merito di tutti quelli che siedono a quel tavolo, non solo dell’amministrazione. L’imprenditore ci ha messo molte più risorse di quelle immaginabili, e continuerà a metterne. Ma tutti quanti stiamo facendo un regalo importante alla città e al quartiere di Masnago. L’area che arriverà sarà un’eccellenza. E stiamo lavorando anche perché si valorizzi la memoria storica aeronautica di quel sito».

Un altro intervento importante riguarda l’ex macello di Belforte.

«In questo momento sono in corso le bonifiche, soprattutto dell’eternit e dei suoli inquinati. È un lavoro molto importante perché si tratta dell’ultimo edificio comunale con presenza di amianto. Una volta completata la bonifica vogliamo restituire quell’area ai cittadini del quartiere, almeno inizialmente come spazio aperto e verde, per permettere ai residenti di riappropriarsi di quel luogo prima di immaginare funzioni più strutturate».

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Le piste ciclabili di viale Belforte stanno creando molte polemiche anche perché le contestano che l’amministrazione è sorda alle richieste di commercianti e cittadini. Rifarebbe quella scelta?

«Sì. È una scelta su cui abbiamo ragionato molto, come giunta e come amministrazione, coinvolgendo anche il consiglio di quartiere. Forse non è stata data adeguata visibilità a quel confronto, ma c’è stato. Quell’intervento si inserisce anche nel quadro del piano nazionale, che ci richiede di realizzare una serie di infrastrutture per la ciclabilità. Ma il criterio prevalente, ancora una volta, è stato quello della sicurezza. Su viale Belforte abbiamo registrato un numero significativo di incidenti che hanno coinvolto pedoni e ciclisti. Quando anche un solo incidente serio riguarda un pedone, dobbiamo interrogarci su come evitarlo. Quell’infrastruttura va anzitutto a mettere in sicurezza e consolidare una pista ciclabile che, di fatto, esisteva già ed era usata anche dai pedoni. Migliora la vivibilità dell’area. Oggi chi va a prendere il pane in viale Belforte, a piedi o in bicicletta, è esposto alle auto. In un viale principale attraversato da migliaia di veicoli, questa cosa non è accettabile».

Da cittadino, al di là del ruolo amministrativo, ci sono cantieri che vive con fastidio?

«Sì, certamente. Quando mi capita di passare vicino a un cantiere e vedere che gli operai non stanno lavorando oppure che c’è un momento di fermo, anch’io da cittadino mi faccio delle domande. È una reazione del tutto legittima. Per questo il lavoro che facciamo ogni giorno è anche quello di monitorare costantemente l’andamento dei cantieri e fare pressione sulle imprese quando serve. Va anche detto che negli ultimi anni il settore dell’edilizia ha attraversato difficoltà enormi: il superbonus, il PNRR, la pandemia, l’aumento dei costi delle materie prime e poi le guerre hanno messo sotto pressione tutta la filiera. Oggi finire un cantiere è diventato molto più complicato di quanto si pensi: non solo per il pubblico, ma anche per i privati e per le stesse imprese, che si trovano a fare i conti con rincari improvvisi e problemi di approvvigionamento. Questo non toglie che il fastidio dei cittadini sia comprensibile, anzi: è proprio da lì che nasce il nostro dovere di vigilare e provare a ridurre al minimo ritardi e disagi».

Parliamo dell’ex Politeama: quando partirà il nuovo teatro?

«Siamo partiti, anni fa, con l’idea di un teatro da 1.800 posti e un investimento da 30 milioni di euro. Oggi abbiamo condiviso con Comune, Regione, Provincia e Università un ridimensionamento sia dell’investimento sia della struttura: parliamo di circa 900 posti. Sarà però un teatro in grado di garantire una grande apertura: prosa, lirica, musica classica, ma anche eventi diversi da quelli strettamente culturali. Ci sarà anche una sala più piccola, al di sotto della sala principale, che potrà ospitare corsi e attività culturali. L’idea è passare da un “grande teatro dei grandi eventi” a un teatro della città, uno spazio pubblico aperto e vissuto durante tutta la settimana. Abbiamo completato il progetto esecutivo. Se le procedure di gara andranno bene e senza intoppi, entro la fine del 2026 potremmo aprire il cantiere. Poi servirà qualche anno per completarlo».

Qual è il cantiere che le ha dato più soddisfazione e quello che le ha fatto soffrire di più?

«Quello di cui sono più orgoglioso è il nuovo palaghiaccio. Chiudere il vecchio impianto è stata una decisione difficile, ma necessaria. Alla fine è stata una scelta lungimirante e il risultato è sotto gli occhi di tutti. Il cantiere più complicato è stato quello delle stazioni: ha attraversato la pandemia, la crisi dei materiali e anche momenti in cui le risorse sembravano venire meno. È stato un percorso molto faticoso».

palaghiaccio varese

Anche qui però le contestazioni non mancano. Viene visto come un’opera di semplice facciata e non le perdonano di aver chiuso i sottopassi. Che risponde?

«La scelta nasce nel 2017 ed è passata in consiglio comunale. C’è stata una riflessione lunga, tecnica e politica. Sui sottopassaggi, così come sull’intero progetto, il criterio è stato quello della maggiore accessibilità. I sottopassi non garantiscono la percorribilità a tutti: una persona con passeggino non può usarli, le persone con disabilità nemmeno, i ciclisti fanno fatica. Gli attraversamenti a raso, a parità di condizioni, garantiscono una maggiore accessibilità e quindi sono stati scelti per questo. Sul resto, aggiungo una cosa: prima lì si immaginava un investimento da 150 milioni di euro, una specie di “Porta Varesina”, una trasformazione enorme che però non stava nella realtà della città. Quando ci siamo insediati ci siamo chiesti se volessimo continuare ad aspettare un investitore che non sarebbe mai arrivato, oppure fare con le risorse disponibili il massimo possibile. Abbiamo scelto la seconda strada. Siamo intervenuti su piazzale Trieste e piazzale Kennedy, realizzando anche un’infrastruttura indispensabile: una città capoluogo non può permettere che chi aspetta l’autobus lo faccia al freddo e sotto la pioggia senza una panchina. Abbiamo fatto un investimento realistico ma diffuso. E questo ha attivato anche altri soggetti: RFI ha investito sulla sua stazione, altri privati lo stanno facendo. Secondo me il pensiero grande è stato proprio questo: mettere risorse lì e far partire un circolo virtuoso».

Sul versante sportivo, il palaghiaccio è ormai una realtà. Rimane però il nodo dello stadio. C’è una prospettiva?

«Sì, stiamo inserendo il ragionamento sullo stadio dentro il PGT. Il Piano prevederà un’ipotesi di riqualificazione con uno stadio sostenibile. Oggi sappiamo che uno stadio non può essere solo un’infrastruttura sportiva, utilizzata per le partite la domenica: deve essere molto altro per potersi sostenere. Su questo bisogna lavorare. Oggi, purtroppo, quella sostenibilità ancora non c’è».

E Villa Mylius?

«Il cantiere sta andando avanti e lo stiamo completando. Entro quest’estate sarà finito. Poi consegneremo gli spazi alla Fondazione Marchesi che realizzerà lì le sue attività di formazione».

Nel 2016 lei è stato capolista del Partito Democratico e poi ha avuto un ruolo nel gestire le premarie a fianco di Bonaccini che venne battuto da Elly Schlein. Oggi si riconosce ancora nel PD?

«Certamente. Per me non è affatto faticoso stare nel PD. Anzi, credo che la segretaria abbia fatto un lavoro importante per tenere insieme questa comunità. Una delle ricchezze più grandi del Partito Democratico è proprio la pluralità di voci, anche la libertà di dirsi di non essere d’accordo. Nessun partito in Italia è così libero come questo. E io sono contento così».

Guardando alle elezioni del 2027, sta pensando a una candidatura?

«Con tutte le forze del centrosinistra stiamo facendo delle riflessioni. Prima delle persone, però credo che venga la squadra. L’ho visto in questi anni di amministrazione: serve una squadra stretta attorno a un sindaco, in giunta, in consiglio, ma anche fuori dalle istituzioni. Dopo dieci anni di amministrazione, il centrosinistra deve tornare alla città: alla partecipazione, al coinvolgimento, all’entusiasmo. È normale che dopo aver affrontato tante partite difficili il rischio sia chiudersi nelle segreterie. Invece dobbiamo fare il contrario: andare in mezzo alla città, parlare con i cittadini, capire bisogni e progetti per il futuro. Questo è il lavoro da fare da qui alla fine dell’anno. Poi, di conseguenza, si deciderà chi è la persona migliore per rappresentare questo progetto. Ma si parte dalla massima apertura».

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Marco Giovannelli
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Pubblicato il 09 Marzo 2026
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