Il pusher a giudizio dopo il blitz nei boschi di Morazzone: “Non impugnavo io il machete”
Durante l’operazione dell’Antidroga venne esploso un colpo di pistola a scopo intimidatorio proprio per far si che l’uomo gettasse l’arma a terra
C’era aria di patteggiamento intorno al trentottenne marocchino arrestato un mese fa nei boschi di “Gornate Superiore“, località alla cuspide del centri a Sud di Varese che intreccia le aree boschive e periferiche di Castiglione Olona, Morazzone e Gornate Olona.
Invece si andrà a processo: dopo le manette il sospettato finì di fronte al giudice per la convalida della misura restrittiva e venne messo in carcere.
Il processo attualmente in corso è con rito direttissimo e i legali – avvocato Paolo Bossi – stava valutando l’ipotesi di una pena frutto di accordo tra le parti per poi virare nell’udienza di oggi, mercoledì, per la prosecuzione del processo nella sua fase dibattimentale: l’imputato nega infatti di aver mai preso in mano l’arma bianca – un machete – impugnata all’arrivo degli agenti della squadra Mobile di Varese che per fermarlo furono costretti ad esplodere un colpo di pistola in aria.
Nell’udienza è stato chiesto l’esame dattiloscopico, cioè il confronto fra le impronte digitali del fermato e quanto rilevabile sul manico dell’arma bianca impugnata per opporsi all’arresto (arresto che avvenne dopo che l’uomo posò l’arma a terra ma non senza difficoltà dal momento che prese a morsi alle mani gli agenti); sul punto il giudice si è riservato aggiornando l’udienza alla prossima settimana.
Quel giorno agenti dell’Antidroga fecero un servizio di contrasto allo spaccio: l’area venne cinturata e si addentrarono nel bosco dove erano presenti più spacciatori: alcuni riuscirono a scappare, mentre nella rete degli agenti rimase l’uomo arrestato. I controlli in quei boschi arrivarono dopo le vive proteste dei residenti che segnalarono la presenza di spacciatori con cartelli.
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