La testimonianza dal Qatar di una famiglia di Marnate: “La paura più grande è spiegare la guerra ai bambini”

Il parroco don Alberto Dell’Acqua ha condiviso con la comunità la lettera di una famiglia marnatese che vive a Doha e che negli ultimi giorni ha affrontato allerte missilistiche, voli cancellati e notti interrotte da esplosioni lontane

Malpensa Generiche

Una testimonianza intensa, fatta di paura, responsabilità e desiderio di normalità. È quella che arriva da Doha, nello Stato del Qatar, dove vive per lavoro una famiglia originaria di Marnate. Il racconto è stato condiviso dal parroco don Alberto Dell’Acqua, che ha ricevuto una lettera dalla famiglia e ha deciso di diffonderla alla comunità parrocchiale.

Il messaggio è stato scritto da una madre di due bambini, che insieme al marito vive nella capitale del Qatar. Nel testo racconta i momenti di forte tensione vissuti negli ultimi giorni a causa delle allerte missilistiche nella regione: sirene, esplosioni lontane, il cielo attraversato dai missili e la difficoltà di spiegare tutto questo ai figli.

La testimonianza restituisce il punto di vista di una famiglia italiana all’estero che, improvvisamente, si trova a vivere una situazione che fino a poco tempo prima sembrava lontana e possibile solo nei racconti dei telegiornali. Nonostante la paura e l’incertezza, il racconto è attraversato anche dalla forza di proteggere i bambini e dal bisogno di continuare a costruire momenti di normalità.


Di seguito la testimonianza integrale pubblicata da don Alberto Dell’Acqua

Testimonianza di una famiglia marnatese che risiede in Qatar per lavoro
Doha, Stato del Qatar – 14 marzo 2026

Caro Don Alberto, prima di tutto voglio dirle grazie. Grazie per averci ricordati nella preghiera, per aver parlato di noi con le famiglie dell’oratorio e per aver dedicato un momento del vostro tempo a pensare a noi. Sapere che qualcuno, dall’altra parte del mondo, ci ricorda nelle proprie preghiere è una carezza che arriva fin qui.

La situazione che stiamo vivendo qui a Doha, nello Stato del Qatar, è surreale. È difficile da spiegare, perché sono quelle cose che normalmente si vedono al telegiornale e che sembrano sempre lontane dalla propria vita… finché un giorno ti accorgi che ci sei dentro.

Tutto è iniziato sabato 28 febbraio. Io ero in casa con i miei due figli, di dieci e cinque anni. Era un giorno di festa, stavamo semplicemente colorando insieme quando sul mio telefono è arrivata la prima allerta delle autorità del Qatar: una minaccia di attacco missilistico e l’invito a restare in casa, al coperto, a mettersi al riparo. Quasi nello stesso momento è arrivata anche una mail dall’Ambasciata italiana che chiedeva a tutti i connazionali di mettersi al sicuro, rimanere al chiuso e di non mettersi in viaggio se non per emergenze o necessità.

In quel momento ho provato veri momenti di panico. Ero sola in casa con i bambini, responsabile per loro, mentre mio marito era in volo per lavoro diretto a Malpensa. Istintivamente ci siamo messi le scarpe nel caso fosse stato necessario scappare velocemente e rifugiarci nel basement del palazzo. Noi abitiamo al diciassettesimo piano e, in situazioni come queste, scendere nei sotterranei spesso è la decisione più sicura. Ho preparato una piccola borsa con l’essenziale: felpe, coperte, crackers, acqua, medicine, caricabatterie, l’iPad e qualche gioco per i bambini. Le cose che porteresti con te se dovessi uscire di casa all’improvviso.

Poi sono arrivati i primi rumori. Le nostre orecchie non sono abituate a certi suoni: il rumore dei missili nel cielo, la contraerea, esplosioni lontane. Un’amica libanese mi ha detto una frase che non dimenticherò mai: nella vita purtroppo ci si abitua a tutto, anche al rumore delle bombe. Io ho avuto la fortuna di non essere abituata. E per me è stato uno shock. Dentro tremavo, ma cercavo di restare calma per i miei figli. Nel frattempo controllavo continuamente il volo di mio marito. Ho visto che era quasi arrivato nello spazio aereo dell’Iraq quando l’aereo è stato fatto tornare indietro. Poco dopo lo spazio aereo del Qatar è stato chiuso. Quando finalmente è rientrato a casa e ho visto di nuovo la nostra famiglia riunita, mi sono sentita immediatamente meno sola.

Da allora sono passati circa dieci giorni. Dieci giorni fatti di allerte, di rumori nel cielo, di notti interrotte improvvisamente da esplosioni lontane. Noi viviamo in una zona abbastanza lontana dalla base americana, quindi se devo essere sincera non ci sentiamo direttamente in pericolo. La paura è più psicologica: è l’incertezza, è il rumore che arriva dal cielo e ti ricorda che qualcosa nel mondo non sta andando nel verso giusto.

Ma la parte più difficile non è la paura per noi adulti. La parte più difficile è quando tuo figlio ti guarda negli occhi e ti chiede: “Mamma, perché il mondo si sta spaccando?”. Come si risponde a una domanda così, fatta da un bambino? In quei momenti ti senti disarmata, impotente. Vorresti solo proteggere i loro occhi, le loro orecchie, la loro innocenza.

Poi però ti ricordi che sei una madre. E che anche quando hai paura, devi essere il loro rifugio, la loro calma, la loro sicurezza. Così proviamo a fare cose semplici insieme: coloriamo, giochiamo, inventiamo piccoli momenti di normalità. Perché i bambini hanno bisogno di sentire che la vita continua, anche quando il mondo sembra tremare. La mia paura più grande non è per noi adulti. È per i nostri bambini. Nessun bambino dovrebbe crescere con il rumore dei missili nel cielo.

In questi giorni la nostra Ambasciata italiana è stata molto presente. Ci scrivono ogni giorno e stanno aiutando tanti connazionali che si sono trovati qui bloccati. Alcune persone sono state accompagnate fino all’Arabia Saudita con lunghi viaggi in pullman per poter poi prendere un volo. Anche a me è stata proposta questa possibilità. Ci ho pensato molto, con mille dubbi e mille ripensamenti. Alla fine ho scelto di restare qui con la mia famiglia. Non volevo lasciare mio marito da solo e affrontare un viaggio così lungo con due bambini mi spaventava.

La nostra speranza è semplice: che arrivi presto una tregua. Che il cielo torni ad essere solo cielo. Che i bambini possano tornare all’aperto a giocare, correre e ridere senza paura.

Grazie a chi ha avuto la voglia e la pazienza di ascoltarmi. Grazie a chi vorrà ricordarci nelle proprie preghiere. Mi dispiace non aver fatto un video, ma so che sarebbe stato difficile trattenere le lacrime. Ammetto di essere emotivamente un po’ provata, ed è anche per questo che ho preferito scrivere. Speriamo davvero di rivederci presto. Magari tutti insieme, con un grande sorriso.

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Pubblicato il 15 Marzo 2026
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