Preghiera o propaganda di guerra? La critica dei pastori di Besozzo e Castelletto a quegli evangelici stretti intorno a Trump
Pubblichiamo la riflessione di Fabio Notarnicola (pastore della Chiesa Vita Nuova di Besozzo) e Giacobbe Scurto (pastore della Chiesa Oasi di Castelletto Ticino). Prendono una distanza netta da quella che definiscono una "distorsione" della fede
Le immagini arrivate recentemente dallo Studio Ovale della Casa Bianca hanno fatto il giro del mondo, sollevando non poche perplessità: un gruppo di pastori evangelici americani stretti attorno al Presidente Trump, con le mani sulle sue spalle, impegnati in una preghiera solenne per le truppe impegnate nel conflitto in Medio Oriente. Quel video, diventato rapidamente virale, ha proiettato un’immagine del cristianesimo evangelico fortemente legata alle dinamiche del potere e dell’identità nazionale statunitense. Ma quella è davvero l’unica voce di questo mondo religioso così vasto e variegato.
Riceviamo e pubblichiamo la riflessione di Fabio Notarnicola (pastore della Chiesa Vita Nuova di Besozzo) e Giacobbe Scurto (pastore della Chiesa Oasi di Castelletto Ticino). I due pastori locali intervengono nel dibattito per marcare una distanza netta da quella che definiscono una “distorsione” della fede, ribadendo che la preghiera non può mai diventare uno strumento di propaganda bellica o politica.
Un dio troppo americano
di Fabio Notarnicola (pastore Chiesa Vita Nuova, Besozzo) e Giacobbe Scurto (pastore Chiesa Oasi, Castelletto Ticino)
Qualche giorno fa è diventato virale un video: un gruppo di pastori evangelici americani nello Studio Ovale, le mani sul presidente Trump, che pregano per lui e per le truppe impegnate nel conflitto con l’Iran. Molti italiani – credenti e non – hanno guardato quelle immagini con sconcerto. Comprensibilmente.
Vogliamo spiegare perché, come pastori evangelici, quelle immagini ci hanno disturbato quanto — forse più — di quanto abbiano disturbato voi. E soprattutto perché quei pastori non parlano a nome di tutti gli evangelici.
Il problema non è che abbiano pregato per un presidente. La Bibbia ci chiede di pregare per le autorità — qualunque esse siano, di qualunque colore politico. È un atto cristiano antico e necessario. Il problema è come e per cosa hanno pregato. In quella preghiera non c’era nessuna richiesta di pace. Nessuna menzione dei civili che morivano dall’altra parte dei bombardamenti. C’era solo una parola, ripetuta: “nostre”. Le nostre truppe. Il nostro presidente. Benedici la nostra parte.
Quei pastori non stavano pregando come cristiani. Stavano pregando come americani. E il dio che invocavano non era il Dio che ha creato il cielo e la terra, il Dio che nella Bibbia sta dalla parte degli ultimi, degli oppressi, di chi non ha voce — il Dio che ha mandato suo Figlio a morire per ogni essere umano, iraniano incluso. Quello che si è visto è qualcosa di più antico e di più piccolo: il dio tribale che ogni nazione ha sempre portato in guerra con sé, convinta che il cielo facesse il tifo per lei.
Questo fenomeno ha un nome: nazionalismo cristiano. È la tendenza a confondere l’identità nazionale con quella religiosa, fino a fare di Dio il garante degli interessi di una nazione. Non è una novità americana — l’Europa la conosce bene, e ne ha pagato un prezzo altissimo nei secoli. Ma quando si presenta in forma di liturgia, con le mani sul capo di un capo di stato in guerra, diventa qualcosa di particolarmente serio: la preghiera smette di essere un atto di umiltà davanti a Dio e diventa uno strumento di legittimazione del potere.
Esiste una tradizione cristiana — evangelica, cattolica, ecumenica — che ha sempre resistito a questa deriva. Quella di chi prega per la pace, non per la vittoria. Quella di chi porta il potente davanti a Dio non per consacrarlo, ma per ricordargli che non è assoluto. Quella di chi, come ha fatto Papa Leone XIV in questi stessi giorni, chiede che “le nazioni rinuncino alle armi e scelgano la via del dialogo.”
Quelle immagini dallo Studio Ovale non rappresentano il cristianesimo, neppure quello evangelico. Rappresentano una sua distorsione. E vale la pena dirlo chiaramente, anche — soprattutto — dall’interno.
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