«La città deve imparare ad alzare gli occhi»: l’assessora Dimaggio e la scommessa educativa di Varese
Dai nidi gratuiti al patto con le famiglie, dalla lotta al ritiro sociale all'idea di una città a misura di donna: dieci anni di politiche educative raccontati da Rossella Dimaggio
«La mia è una famiglia di migranti arrivati dalla Sicilia. Mio papà era venuto qui perché aveva vinto un concorso in ferrovia e mia mamma lo ha raggiunto da sposata. Quando mi occupo di intercultura dico sempre che sono figlia di un incidente linguistico: quando mia mamma arrivò nel cortile di Gallarate, tutte le vicine di casa dicevano “che bella, che bella Tusa”, e lei si chiedeva come facessero a conoscere tutti Tusa, il suo paese d’origine».
Rossella Dimaggio potrebbe parlare per ore. Le si accendono gli occhi e guarda dritto all’interlocutore. Ha una passione contagiosa per quello che fa e anche per quello che ha fatto negli anni. Classe 1959, in pieno baby boom, è nata a Gallarate e ha dedicato quasi tutta la sua vita professionale alla scuola.
«Ho frequentato le scuole a Gallarate, lì sono nate le mie prime esperienze politiche giovanili. Mi sono sposata giovanissima, a 19 anni, e ho avuto la mia prima figlia a 23. Domitilla, si è laureata a Venezia in conservazione dei beni culturali e adesso lavora su Milano. Il secondo, Raffaele, è arrivato quando ne avevo 28: fa l’attore di teatro, abita a Torino e ha da poco un bambino che si chiama Libero».
Cosa l’ha portata a occuparsi di scuola e infanzia?
«Come molte ragazze della mia generazione, l’iscrizione al magistrale fu quasi una scelta generazionale. La mia famiglia credeva che il riscatto sociale sarebbe passato attraverso lo studio. La passione per l’insegnamento però è stata fulminante: ho avuto la fortuna di iniziare quasi subito, con pochissime supplenze, alla scuola primaria di Capolago, la mitica Baracca, dove ho trovato un vero team di lavoro. Abbiamo sperimentato e cresciuto generazioni di bambini con l’idea che la scuola è l’unico luogo che permette alle persone di realizzarsi e di vivere davvero l’inclusione e la parità, se la fai bene. Sono stata forse un’insegnante esagerata: ho cresciuto generazioni di bambini con valori forti, ma anche con la convinzione che la grammatica avrebbe potuto salvar loro la vita».
C’è stato qualcuno che ha rappresentato per lei un riferimento sul piano pedagogico?
«Dal punto di vista teorico sono cresciuta alla scuola di Daniele Novara. Sul piano più pragmatico devo molto a Margherita Geromini, una grande dirigente scolastica che vedeva in me cose che io stessa non conoscevo. Mi ha dato la possibilità di crescere e di non rimanere ancorata al ruolo di maestra classica. Per me è stata una grande talent scout».

L’intercultura è stata un capitolo importante della sua carriera. Come ci è arrivata?
«Me lo chiese quasi all’improvviso la dirigente proponendomi un distaccamento in provveditorato perché il nuovo provveditore cercava figure con competenze specifiche. Avrei dovuto occuparmi di intercultura intesa come viaggi di istruzione nelle scuole elementari, cioè progetti europei. Ma in quel momento esplose l’esigenza dei primi bambini arrivati dall’estero, di cui a Varese non si era ancora occupato nessuno. Erano i primi anni Novanta e organizzai un gruppo di lavoro a livello regionale, il gruppo Pais: otto insegnanti selezionati tra chi aveva insegnato all’estero o aveva esperienze specifiche, poi distaccati in poli su tutta la provincia. Ci siamo formate soprattutto nei centri Eda, nelle associazioni di volontariato, e nel Gallaratese, dove i flussi migratori erano già iniziati. Ci fu anche un accordo con il Marocco, che mise a disposizione due insegnanti di arabo per i bambini stranieri, perché tutta la didattica parte dal principio che più si conosce la lingua d’origine, meglio si impara l’italiano come seconda lingua».
Da quel gruppo nacque il centro Nai?
«Esatto. Gli otto insegnanti in giro per la provincia non bastavano più. Dopo ore di formazione a tutti gli insegnanti della provincia, avviammo la sperimentazione che poi divenne il centro Nai, partendo dalla Vidoletti. L’idea è semplice: i bambini vengono iscritti a scuola come prevede la legge, perché il diritto all’istruzione è un diritto sovranazionale e non servono documenti, poi frequentano il nostro centro. Il Comune mette a disposizione tra due e tre educatrici per i gruppi delle primarie, mentre c’è una convenzione con i cinque comprensivi per le medie. Quando sono arrivati i bambini ucraini, sono finita a Porta a Porta perché il Ministero mi chiamò chiedendo come avevamo fatto a iscriverli dopo due giorni. Come facciamo con tutti i bambini stranieri. È stata una bella soddisfazione».

A un certo punto è arrivata l’esperienza amministrativa. Come è avvenuto il passaggio?
«Ho sempre fatto politica all’interno del PD. I miei figli mi prendono in giro dicendo che sembro la protagonista di “C’eravamo tanto amati”, con il volantino fino all’ultimo giorno. Faccio politica perché credo che significhi avere principi e dedicarsi alle persone, e perché la vita mi ha dato tanto: ho potuto studiare, fare il lavoro che volevo, avere dei figli. Bisogna trovare un modo per restituire qualcosa alla comunità. Facevo parte del gruppo di lavoro di Galimberti, un gruppo di progetto con persone assolutamente sconosciute. Quando Davide mi ha chiamato il giorno dopo la sua elezione dicendomi che voleva che facessi l’assessora ai servizi educativi, sono letteralmente caduta dalle nuvole: non era una cosa a cui avevo mai pensato».
Qual è la domanda che i cittadini le fanno più spesso e che la colpisce di più?
«Quello che mi stupisce, anche se non dovrei stupirmi, è che le domande sono sempre legate alla sfera personale. Sfugge quanto sia complesso gestire tutto e quanto sia necessario che il sistema funzioni per tutta la comunità. A volte ciò che funziona per la comunità può creare qualche piccolo problema sul piano individuale. Quello che cerco di spiegare alle mamme e ai papà è che capisco, perché le famiglie vivono un momento complicato, ma la struttura è molto complessa. Dico sempre che il mio assessorato è come un alveare».
Quanti plessi scolastici gestisce?
«Sedici primarie, sei infanzie, cinque medie, sono moltissimi. È un po’ la tradizione della nostra città: il plesso nel quartiere».
Varese può essere considerata una città adatta alle famiglie con bambini?
«Questo è uno degli obiettivi che ha guidato la mia azione in questi anni. Mi sono domandata come fare, per la parte di mia competenza, affinché la città fosse soddisfacente per una giovane famiglia che decide dove andare ad abitare. Io prendo i bambini a sei mesi e li lascio a 14 anni. Abbiamo cinque nidi meravigliosi e soprattutto gratuiti: il Comune compensa la differenza tra il contributo regionale e il bonus, per cui nei nidi comunali non si paga. Per me è un’azione politica fondamentale. Una giovane madre, anche professionista, deve poter rientrare al lavoro senza dover prima risolvere il problema di dove lasciare il figlio. La nostra misura è universale, non legata all’Isee».
E per la scuola primaria?
«I miei servizi sono il trasporto scolastico, il doposcuola, tre tipologie di mensa. Una città delle dimensioni di Varese che abbia il doposcuola in tutti i plessi, dall’una fino alle 17.30, è praticamente impossibile da trovare. Abbiamo cercato di implementare i tempi pieni: c’è il tempo pieno tradizionale alla 4 Novembre, uno alla Pascoli e uno alla Mazzini. Per tutto il resto, quando i bambini finiscono le ore curricolari, c’è il Comune. Quello su cui ho lavorato di più però è il patto educativo territoriale tra i servizi educativi, le scuole e le famiglie. La famiglia da sola non ce la fa, la scuola da sola non ce la fa: l’obiettivo deve essere comune, e cioè crescere bambini e bambine sereni».

Che cosa sta facendo il Comune sul fronte degli adolescenti?
«Abbiamo un tavolo adolescenza che comprende rappresentanti delle scuole, delle associazioni, degli oratori, dell’università, con il quale stiamo portando avanti progetti specifici. Ma soprattutto quello che abbiamo cercato di fare è lavorare con i genitori in un’ottica di conoscenza e prevenzione. Spesso i genitori si stupiscono di cose che accadono, ma quello che accade è il frutto di un percorso. Sto lavorando sulla responsabilità genitoriale e su progetti con le scuole che non siano lezioni frontali, ma percorsi laboratoriali in cui i ragazzi sperimentano attraverso il proprio corpo, le proprie emozioni, i propri sentimenti. Il nodo è lì: abbiamo una generazione che arriva all’adolescenza senza conoscere le proprie emozioni, senza che nessuno abbia fatto loro un po’ di educazione affettiva e sessuale. A questo si aggiunge il contatto costante con il virtuale, e si crea un cortocircuito dal quale molti ragazzi non riescono a uscire. La conseguenza più terribile è una rabbia non espressa, o espressa contro se stessi: autolesionismo, disturbi del comportamento alimentare, oppure, come ci insegna la cronaca, contro qualcun altro».
C’è anche il tema del ritiro sociale. Il Comune ci lavora?
«Sì, con molta attenzione e delicatezza, perché non è facile. Lavoriamo con l’Informagiovani in via Como, che ha percorsi specifici per il ritiro sociale: troviamo alternative alla scuola, il modo di farli venire da noi. L’ultimo progetto l’abbiamo fatto in collaborazione con WG Art, con percorsi legati alla musica e alla pittura, e poi piano piano l’uscita di casa. In alcuni casi i ragazzi seguivano le lezioni in Dad oppure attraverso percorsi ponte per chi era ancora alle medie. I numeri non sono moltissimi, ma i risultati sono abbastanza buoni. Adesso partecipiamo come Comune a un progetto di Regione Lombardia sui giovani Neet, con molte associazioni e cooperative del territorio».
Ha realizzato molto anche negli spazi fisici, parchi e giardini. Cosa le ha dato più soddisfazione e cosa invece ancora la cruccia?
«Non vedo l’ora di vedere il nuovo polo di San Fermo: sarà meraviglioso. L’altro giorno sono andata a vedere la palestra di roccia e sono rimasta senza parole. Da vecchia maestra torno sempre al principio che l’ambiente è il terzo educatore, dopo la famiglia e la scuola. Le nostre scuole, per quanto alcune siano un po’ datate, hanno tutte giardini e parchi straordinari. Ho organizzato moltissime attività ai Giardini Estensi per le scuole, in collaborazione con tutti i parchi. Il mio cruccio rimane il pedibus: non sono riuscita, benché ci abbia provato in tutti i modi, a metterlo in atto in tutte le scuole. Quando vedremo le strade riempite dai corpi dei bambini, allora potremo dire che Varese è davvero una città dei bambini e delle bambine».
Sul fronte delle pari opportunità, cosa le lascia più soddisfazione e cosa invece rimane in sospeso?
«Il Comune di Varese è figlio della rete interistituzionale contro la violenza di genere, e su questo si è lavorato molto bene: la sensibilità in città è molto cambiata. Il cruccio che mi rimane è che molto resta da fare su un’idea di pari opportunità concrete e reali, cioè su come la città deve cambiare affinché la vita degli uomini e delle donne possa essere vissuta alla pari, da tutti i punti di vista. Sto lavorando anche con l’assessore Civati su un’idea, vista l’occasione del PGT, di una città a dimensione di donna, che non significa una città per le donne ma una città con uno sguardo femminile forte, che inevitabilmente è una città inclusiva. Le donne si muovono diversamente: mentre un uomo esce al mattino e va a lavorare, una donna spesso esce, lascia i figli a scuola, va a trovare la mamma che non sta bene. Tutto questo tema della conciliazione è ancora aperto. E poi, tutti mi prendono in giro perché voglio essere chiamata assessora, ma le parole definiscono ciò che esiste».
Una sua collega anche lei assessora agli educativi, oltre 30 anni fa, disse di aver fallito perché l’unica cosa che era riuscita a fare era allungare gli orari dei servizi, scaricando ancora di più sulle donne. Trent’anni dopo, come siamo messi?
«Ancora un pochettino così. Però devo dire una cosa: lavorando a stretto contatto con le giovani famiglie, sempre più questa mentalità si rovescia. La mia generazione aveva il mito del lavoro come mezzo di realizzazione personale; i giovani di oggi, uomini e donne, chiedono sempre più ai loro datori di lavoro benefit legati al welfare e ai tempi da mettere a disposizione di se stessi e della propria famiglia. Ciò non toglie che la richiesta delle famiglie sia ancora soprattutto una richiesta di spazi».
Quale impronta vuole lasciare nel sistema educativo di Varese?
«Due cose. La prima: quando ho iniziato, ho detto subito che ci chiamiamo “servizi educativi” e quindi dobbiamo rovesciare il paradigma: siamo al servizio delle famiglie, delle mamme, dei papà, dei bambini e delle bambine. Non era un cambiamento così semplice da realizzare. La seconda è il patto educativo territoriale. Il momento è molto delicato: non possiamo permetterci di non avere un’alleanza educativa, perché senza di essa i nostri ragazzi stanno vivendo un momento di grande difficoltà. La responsabilità è una responsabilità adulta, che va presa in carico. E mi auguro che in futuro non si lavori più “per” i bambini, ma si cambi quella piccola preposizione: si lavori “con” i bambini».
Che città vorrebbe tra dieci anni?
«Una città un po’ più leggera, nel senso migliore del termine. Mi sembra che siamo tutti così concentrati a guardare in basso quando camminiamo. È vero che c’è qualche buca, ma se alziamo gli occhi intorno c’è molto di più. Una città che sappia vivere con consapevolezza tutto il bello che ha, perché la nostra è una città di provincia non troppo piccola, dove la qualità della vita è di buon livello. Mi auguro che si tolga un po’ di questa oscurità e, soprattutto, mi auguro una città in pace con se stessa e con il resto del mondo».
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