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Cyberbullismo e revenge porn, Marraffino: “Il 90% dei reati dei minori nasce dagli adulti”

A Materia di Castronno Marisa Marraffino ha presentato Senza consenso: storie vere di revenge porn e cyberbullismo. “I ragazzi? Spesso soli. E noi non siamo stati un buon esempio”

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Le storie arrivano sempre dopo. Quando i video sono già stati condivisi, quando le chat diventano prove e quando a casa arriva “il foglio”, l’avviso che segna l’inizio di un procedimento penale. Mercoledì 15 aprile, a Materia di Castronno Marisa Marraffino ha provato a raccontare quello che succede prima. Prima del tribunale, prima della vergogna, prima delle conseguenze.

Avvocata, esperta di diritto digitale e minorile, Marraffino ha presentato il suo libro Senza consenso. Vite, solitudini e tribunali nell’era digitale, dialogando con il giornalista Riccardo Saporiti. Un racconto costruito su ventitré casi reali che attraversano revenge porn, cyberbullismo e truffe online, ma che hanno un denominatore comune: la fragilità.

“Le persone che arrivano da me si vergognano – ha spiegato -. Si colpevolizzano, pensano di aver sbagliato loro. E questo vale anche per le truffe online. C’è una grossa cifra oscura di persone che non denunciano proprio per questo”.

Quando si tratta di minorenni, il peso è ancora più forte. “In Italia si è imputabili dai 14 anni. Significa che a quell’età si può affrontare un processo penale. E spesso è la prima volta che quei ragazzi parlano davvero di quello che è successo, perché prima non ne hanno parlato nemmeno in famiglia”.

Il momento dell’incontro con l’avvocato diventa così uno spartiacque. “Devono raccontare tutto, consegnare materiale, video. Parliamo di esperienze intime che finiscono davanti a genitori, avvocati e a volte giudici. È qualcosa di profondamente traumatico”.

Eppure, ha insistito Marraffino, molte di queste storie potrebbero non arrivare mai in tribunale. “Perché non parliamo abbastanza con i ragazzi? Perché su questi temi ci sono ancora troppi tabù? Oggi il sexting è diffusissimo, ma viene percepito come innocuo”.

Dietro molte vicende c’è una dinamica precisa: il ricatto emotivo. “Se non lo fai, non mi ami. È così che tanti ragazzi arrivano a condividere materiale intimo. È una fiducia mal riposta”.

Ma il punto, ha chiarito, non riguarda solo i più giovani. “Quando un minorenne commette un reato, nel novanta per cento dei casi la responsabilità è dell’adulto di riferimento. Si parla di culpa in educando”. Una responsabilità che spesso si fatica ad accettare. “I genitori tendono a dire: era uno scherzo, lo fanno tutti, se l’è cercata. Ma così si deresponsabilizza il ragazzo. E si rischia che rifaccia le stesse cose”.

Il digitale, ha sottolineato, non è un mondo separato. “La vita online è identica a quella reale, è una proiezione. Anzi, a volte amplifica. Un’offesa sui social è più grave, non meno”.

E anche dal punto di vista investigativo la situazione è complessa. “Se qualcuno usa un nickname e non lascia tracce, è molto difficile risalire alla sua identità. Le piattaforme non collaborano facilmente e la maggior parte delle diffamazioni online finisce con un’archiviazione”.

Il ritardo è anche normativo. “Ci siamo svegliati tardi. Il Digital Service Act è pienamente operativo solo dal 2024, il reato di deepfake è stato introdotto nel 2025. Nel frattempo le piattaforme sono cresciute senza regole adeguate”.

Proprio su questo fronte, ha ricordato, qualcosa sta cambiando anche a livello internazionale, con le prime sentenze che collegano l’uso dei social a disturbi psicologici e impongono risarcimenti milionari. “Il design stesso delle piattaforme crea dipendenza”, ha spiegato.

Accanto al ruolo delle famiglie, centrale è anche quello della scuola. “Dobbiamo essere sentinelle”, ha detto Marraffino, raccontando il caso di un’insegnante che, cogliendo il disagio di una studentessa, l’ha seguita fino al bagno trovandola in lacrime davanti a una finestra aperta. “Forse non sarebbe successo nulla, ma forse sì. Quella insegnante ha intercettato un segnale e ha attivato un percorso. Io dico che ha salvato una vita”.

Il problema, però, è anche culturale. “C’è ancora una distanza enorme tra il mondo dei ragazzi e quello degli adulti. Chi lavora con i giovani ha il dovere di entrarci, in quel mondo. Non può dire ‘non mi interessa’”. E quando si guarda agli autori dei reati, emerge un altro elemento chiave. “Spesso vittime e autori si assomigliano molto. Sono ragazzi soli”.

Marraffino racconta il caso di un adolescente finito a processo per estorsione e minacce. “Non era un ‘cattivo’. Aveva perso il suo sogno, diventare calciatore, dopo un incidente. Per lui la vita era finita lì”. Durante la messa alla prova è stato coinvolto come allenatore di una squadra di bambini fragili. “All’ultima udienza si è alzato e ha chiesto al giudice se poteva andare alla partita dei suoi ragazzi. Il giudice gli ha risposto: ‘Non solo puoi, ma devi andarci’. Questa è una giustizia che ha senso”.

Alla radice, spesso, c’è un vuoto. “Quando chiedo ai ragazzi perché lo hanno fatto, la risposta più frequente è: ‘per noia’. Può sembrare incredibile, ma è così. Quando manca un senso, è più facile superare i limiti”.

Il messaggio finale torna agli adulti. “Dobbiamo smettere di pensare ‘se capitasse a me’ e iniziare a dire ‘quando capiterà a me’. Perché oggi è più facile che succeda”.

E poi il punto più semplice e più difficile insieme: “Il dialogo è un allenamento continuo, si costruisce da quando i figli nascono. E l’esempio conta più di tutto. Noi adulti non siamo stati un buon modello”.

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Pubblicato il 15 Aprile 2026
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