«L’Italia ripudia la guerra»: Marco Damilano racconta la Costituzione a Chora Volume 3
A ottant’anni dalla Costituente, il racconto di Marco Damilano ripercorre la nascita e il significato dell’articolo 11: un “ripudio” della guerra che affonda le radici nella cultura, nella storia e nelle coscienze di un Paese intero
Domenica 12 aprile, al festival Chora Volume 3 di Milano, il giornalista e scrittore Marco Damilano ha tenuto un racconto appassionato sull’articolo 11 della Costituzione, a ottant’anni dall’Assemblea Costituente. Titolo dell’evento: “L’Italia ripudia la guerra”.
Lo spunto arriva da un musicista, non da un costituzionalista. Nel luglio 2022 Nicola Piovani, premio Oscar per “La vita è bella”, compose una cantata intitolata “Il sangue, la parola”, eseguita il 22 luglio di quell’anno in piazza del Quirinale alla presenza del presidente Sergio Mattarella. In quella cantata, Piovani racconta di aver riletto l’Orestea di Eschilo e di essersi ritrovato colpito da una «forte e stupefacente consonanza» tra i versi di Atena nelle Eumenidi e gli scritti dei lavori preparatori dell’Assemblea Costituente. Eschilo, ex guerriero, lancia attraverso la voce di Atena un appello alla non violenza, alla convivenza, alla pace. Le Erinni diventano Eumenidi, le benevole divinità della giustizia. Ed è lì, suggerisce Damilano, che si radica spiritualmente ed eticamente il «nuovo canto di giustizia» che i costituenti italiani tradurranno in norma.
Il VERBO PIÙ FORTE
Quell’articolo nacque per gradi. Nella prima sottocommissione dei 75, il 3 dicembre 1946, Giuseppe Dossetti propose un testo che già conteneva il doppio nucleo: rifiuto della guerra e apertura a organizzazioni sovranazionali garanti della pace. Il testo licenziato dalla sottocommissione usava il verbo “rinunziare”. Quando il testo approdò all’assemblea plenaria, nel marzo 1947, intervenne tra gli altri Ugo Tani, unico deputato del Movimento Unionista Italiano, un partito che si prefiggeva nientemeno che un governo mondiale per garantire la pace perpetua. Fu lui a chiedere che la Costituzione esprimesse «la ripugnanza più acuta» verso la guerra. L’emendamento con la parola “ripudia” fu presentato dal presidente dell’assemblea Umberto Terracini e illustrato dal socialista Mario Zagari: la commissione aveva ritenuto che “condanna” avesse un valore etico più che politico-giuridico, che “rinuncia” presupponesse l’abbandono di un diritto, ma che “ripudia” contenesse insieme la condanna e la rinuncia, con un accento energico e inequivocabile. Non più “lo Stato” o “la Repubblica”: l’Italia ripudia la guerra. Tutta la comunità, i cittadini e le cittadine italiane.
LE 21 DONNE CHE DANZARONO
Quando l’articolo fu approvato definitivamente, Teresa Mattei, 21 anni, partigiana con il nome di battaglia “Chicchi”, la più giovane parlamentare dell’assemblea, raccontò una scena rimasta nella memoria. Le 21 donne deputate, senza distinzione di partito, scesero dall’emiciclo e danzarono tenendosi per mano. «Gli uomini, più calmi, restarono seduti sugli scranni», disse Mattei. «Noi volevamo dire: basta alla guerra, e in più, dopo Hiroshima e Nagasaki, basta». Mattei non aveva mai smesso di gridare quel “basta” fino alla morte.
UN’EREDITÀ CHE ATTRAVERSA CULTURE DIVERSE
Damilano ha poi ripercorso le diverse tradizioni che hanno alimentato lo spirito pacifista italiano. Aldo Capitini, che nel 1961 organizzò la prima marcia Perugia-Assisi. Danilo Dolci, arrivato in Sicilia nel 1952, che con i suoi digiuni e i suoi “scioperi al contrario” sfidò la miseria e la mafia e fu difeso da Piero Calamandrei in un’arringa diventata celebre. Don Lorenzo Milani, che con la sua lettera ai cappellani militari rivendicò il diritto dei poveri a scegliere mezzi non violenti: «Le uniche armi che approvo sono lo sciopero e il voto». La legge sull’obiezione di coscienza arrivò nel 1972, figlia di quelle battaglie. La “Pacem in terris” di Giovanni XXIII, scritta nelle ultime settimane di vita del papa e pubblicata l’11 aprile 1963, rappresentò una svolta nella dottrina cattolica sulla guerra giusta. Nel 1986, Giovanni Paolo II convocò ad Assisi un incontro interreligioso di preghiera, con l’intuizione che le religioni non potessero prestare il proprio nome per benedire le armi. «La pace è un cantiere aperto a tutti», ha concluso Damilano, «non solo agli specialisti, ai sapienti e agli strateghi».
E l’articolo 11, con i suoi verbi scelti con cura dai costituenti, ripudia, consente, promuove, favorisce, resta la più alta traduzione giuridica di quella convinzione.
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