Turotti lascia dopo la retrocessione: “Il 30 giugno finirà il rapporto con la Pro Patria”
Il direttore sportivo è un fiume in piena dopo la sconfitta decisiva con l'Arzignano: "Proviamo vergogna: una squadra nata e retrocessa da presuntuosa, ma con la personalità di un criceto. Spiace per la famiglia Testa: non merita le offese"
Sandro Turotti non sarà più direttore sportivo Pro Patria al termine della stagione, precipitata definitivamente per i tigrotti con la retrocessione in Serie D avvenuta con un giornata d’anticipo dopo la sconfitta casalinga contro l’Arzignano.
Lo storico diesse dei biancoblu è un fiume in piena in sala stampa:
«Mi è sembrato giusto venire a commentare e dire due parole al termine di questa partita e di questo campionato. Se l’anno scorso ero venuto per metterci la faccia, era perché quella stagione faceva comunque parte di un percorso: in otto anni di Serie C la Pro Patria è stata, per certi versi, come l’Empoli in Serie A, sempre al limite ma spesso capace di raggiungere i playoff. Può capitare di scivolare, come successo lo scorso anno. Quest’anno è diverso: oggi non vengo a metterci la faccia per tutti, ma perché credo che in tanti dovrebbero essere qui insieme a me. Una squadra che resta ultima dall’inizio alla fine e retrocede con una giornata d’anticipo… è qualcosa di vergognoso. Lo vivo anche come una cosa personale: per me questa rosa aveva valori da 12°-13° posto, al massimo playout, non certo una retrocessione diretta».
«Il problema non è di uno o due giocatori. Ogni stagione può capitare che qualcuno renda meno, fa parte del gioco. Qui invece è stato un insieme di fattori. Questa squadra è nata presuntuosa ed è retrocessa da presuntuosa, purtroppo con la personalità di un criceto. E questa è la cosa più grave. Io spero che tutte le componenti si vergognino un po’, come mi vergogno io: può servire per migliorare in futuro. Se invece ognuno pensa di non avere colpe, non si crescerà mai».
«Io chiuderò il mio rapporto con la Pro Patria: formalmente il 30 giugno, perché c’è ancora del lavoro da fare e una partita da giocare. Fino a quel momento resto a disposizione della società. Mi dispiace molto, soprattutto per la presidente Patrizia Testa e la sua famiglia. In questi dieci anni ha fatto tanto, per otto anni ha lavorato bene e ha reso orgogliosi i tifosi e la città. Non merita certe offese: si può contestare, ma il rispetto non deve mai mancare».
«Ringrazio anche Luca Bassi, che ho avuto modo di conoscere e che ha dimostrato passione investendo qui. E ringrazio i tifosi, in particolare la curva, che negli ultimi due anni ha sofferto molto, anche per vicende extra-campo come quella di Novara. A loro sarebbe piaciuto vivere qualcosa di diverso».
«Il motivo di questa stagione? Ce ne sono tanti. La squadra è stata costruita in un certo modo, poi si è provato a cambiare, ma per vari motivi le cose non sono mai andate a posto. Oggi, per esempio, il primo gol subito è da scuola calcio: dettagli che però fanno la differenza. La presunzione non è sempre un difetto, ma deve essere accompagnata dalla personalità. Se manca quella, arriva la paura. E la paura ti blocca».
«Io non sono qui per dare la colpa ai ragazzi. Però dico una cosa: se tutti ci vergogniamo un po’, forse diventeremo migliori. Se invece continuiamo a scaricare le responsabilità sugli altri, non cambierà nulla. Quando si vince, i meriti sono di tutti; quando si perde, le colpe devono essere di tutti. Io per primo mi assumo le mie: a livello personale mi pesa tantissimo aver fatto una figura del genere».
«In questi anni ho avuto giocatori che hanno fatto la Serie A e anche la Nazionale. Quando le cose andavano bene, i meriti erano condivisi; adesso bisogna avere lo stesso coraggio nel prendersi le responsabilità. Io ho ancora voglia e passione per questo lavoro, ma stagioni così ti segnano».
«Sono stato molto bene qui: dieci anni sono tanti e alla fine diventi anche tifoso. Proprio per questo, questi ultimi due anni mi peseranno per tutta la vita. Mi sarebbe piaciuto chiudere in un altro modo, perché questa è stata una stagione davvero brutta, un incubo. Quando sei in fondo alla classifica, tutto diventa più difficile: anche gli episodi, gli arbitraggi, gli errori pesano di più».
«Col senno di poi cambierei molte cose, forse quasi tutte. È stato il primo anno in cui la squadra non l’ho costruita da solo ma insieme all’allenatore. Però non è solo una questione tecnica: quando tante cose non funzionano, significa che manca qualcosa anche a livello mentale. Dopo il mercato di gennaio la squadra era persino migliorata, con giocatori che potevano dare qualcosa anche dal punto di vista caratteriale. Ma purtroppo non è cambiato nulla».
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