Dalla rotta balcanica al Varesotto: così funzionava il traffico di migranti verso il Nord Europa
Intercettazioni, GPS, pedinamenti e cooperazione internazionale hanno permesso agli investigatori di seguire i movimenti dei migranti lungo la rotta balcanica fino alla Svizzera e alla Germania. Base a Lavena Ponte Tresa e passaggi verso la Svizzera: ricostruita una rete internazionale
Seduti al bar a fumarsi una sigaretta e ad aspettare il momento buono. Poi l’arrivo a piedi da una parte della famigliola con figli al seguito, dall’altra di una berlina che permetteva di passare dall’altra parte del confine, così da raggiungere la meta agognata.
Funzionava così la rete organizzata tra Turchia, Italia, Slovenia, Croazia, Bosnia, Svizzera e Germania, capace di trasferire migranti lungo la cosiddetta “rotta balcanica” fino al Nord Europa. È il quadro ricostruito da una lunga indagine coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Milano e sviluppata dalla Squadra Mobile di Varese insieme alle autorità svizzere e tedesche.
Secondo quanto emerso il gruppo aveva una base operativa nel territorio di Lavena Ponte Tresa, al confine con la Svizzera, e gestiva il passaggio clandestino di cittadini stranieri provenienti soprattutto dalla Turchia e da altri Paesi asiatici. I migranti arrivavano lungo la rotta balcanica attraversando Bosnia, Croazia e Slovenia, per poi entrare in Italia nella zona di Trieste o Gorizia. Da lì venivano trasferiti verso il Varesotto e accompagnati oltreconfine oppure diretti verso Germania e Francia.
L’indagine descrive un’organizzazione strutturata con ruoli distinti: promotori, organizzatori, autisti, accompagnatori e referenti logistici. Alcuni si occupavano dei contatti con i migranti e della riscossione del denaro, altri fornivano alloggi temporanei, organizzavano i trasferimenti in auto e treno o accompagnavano materialmente i gruppi lungo sentieri boschivi tra Italia e Svizzera. I compensi richiesti variavano tra i 6mila e i 7mila euro a persona.
Gestivano le rotte clandestine che passavano da Lavena Ponte Tresa: arrestati in otto
Gli investigatori hanno ricostruito diversi tragitti. In alcuni casi i migranti venivano fatti attraversare a piedi il confine del Ponte Tresa, in altri caricati su veicoli nei pressi della frontiera svizzera per raggiungere Basilea o città tedesche. Secondo quanto emerge dagli atti, la rete disponeva di una vera catena logistica: telefoni dedicati, appartamenti usati come basi temporanee, taxi, auto a noleggio e treni utilizzati per i vari spostamenti.
Fondamentale per l’inchiesta è stata la cooperazione internazionale tra Italia, Svizzera e Germania. Le attività investigative si sono basate su intercettazioni telefoniche e ambientali, captatori informatici, videosorveglianza, localizzazioni GPS dei veicoli e pedinamenti. Gli investigatori hanno inoltre utilizzato dati telefonici, controlli di frontiera e informazioni scambiate attraverso i canali di cooperazione europea tra polizie.
Decisivi anche i servizi di osservazione nella zona di Lavena Ponte Tresa e lungo il confine italo-svizzero. In più episodi documentati dagli atti, gli investigatori avrebbero seguito i movimenti dei gruppi di migranti dalla frontiera fino alle stazioni ferroviarie o ai veicoli diretti verso il Nord Europa.
L’ordinanza evidenzia inoltre collegamenti con soggetti già coinvolti in precedenti indagini sul traffico di migranti e sottolinea la continuità dell’attività nel tempo, almeno tra il 2022 e il 2024. Secondo gli inquirenti il gruppo avrebbe favorito numerosi ingressi illegali in Italia e il successivo trasferimento verso altri Stati europei, sfruttando in particolare la posizione strategica dell’area di confine del Varesotto.
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