«L’esperienza umana supera l’algoritmo», gli studenti di Informatica dell’Insubria sull’intelligenza artificiale

Il punto di vista dei laureandi Enrico Stefanazzi e Mattia Stefanello, convinti che l'intelligenza artificiale sia qui per restare e rivoluzionare il settore, «Ma ci sarà sempre bisogno di ottimi programmatori»

Generico 04 May 2026

L’intelligenza artificiale non spazzerà via i programmatori, ma ne trasformerà radicalmente il ruolo, elevando l’asticella delle competenze richieste. Ne sono convinti Enrico Stefanazzi e Mattia Stefanello, studenti del corso di Informatica all’Università degli Studi dell’Insubria, che guardano all’IA andando oltre alla tanto discussa minaccia occupazionale, per cercare le nuove opportunità a disposizione di chi sarà in grado di coglierle.

IA e studio, «Fondamentale per gli esami»

Per molti studenti universitari, strumenti come ChatGPT sono ormai consolidati: si tratta di modelli che fungono da tutor personali capaci di integrare le spiegazioni dei docenti. «L’intelligenza artificiale – precisano Enrico e Mattia – è utilissima, soprattutto perché è in grado di spiegare concetti che a volte non sono chiari». Che si tratti di sciogliere dubbi o sintetizzare materiali di studio, l’intelligenza artificiale è diventata un ausilio fondamentale per la preparazione degli esami.

Questione “vibe-coding”: «L’esperienza batte il training dell’IA»

Tuttavia, quando si passa dalla teoria alla pratica professionale, il rapporto tra uomo e macchina si fa più complesso. Nonostante l’IA sia oggi in grado di scrivere righe di codice anche per chi non possiede basi di programmazione (il cosiddetto “vibe-coding”), i futuri informatici evidenziano limiti strutturali significativi. «Siamo convinti – affermano gli studenti – che l’esperienza batte il training dell’intelligenza artificiale».

La vera sfida rimane infatti sulla possibilità di garantire la qualità del software sul lungo periodo: «Ci sono tanti limiti – aggiungono –, come la manutenibilità e la scalabilità del codice. L’IA non è ancora capace di mantenere un codice in modo che nel tempo si possa modificare».

Sintomo di questa situazione è la comparsa su LinkedIn di nuove figure professionali, come gli “Ai coder corrector”: programmatori che si mettono a disposizione per correggere e ottimizzare i codici generati dagli algoritmi. «Molto codice, per essere utilizzato, va rifatto, corretto e alleggerito dalle inutili complessità, che il modello linguistico inserisce per eseguire la richiesta che stai prontando» osservano gli studenti.

Programmatori e IA, una nuova alleanza?

Questo non vuol dire che programmatori e IA non possano collaborare. Enrico e Mattia stanno infatti lavorando a una tesi con il professor Davide Tosi (delegato della rettrice all’IA) su come migliorare la qualità del codice con l’aiuto di agenti basati sull’intelligenza artificiale.

Del resto, gli studenti non hanno dubbi: «L’IA diventerà la base, come un tempo è stato Google». Sebbene le quotazioni vertiginose di aziende del settore come Nvidia potrebbero in futuro rivelarsi frutto di una bolla speculativa, l’impatto dell’intelligenza artificiale sulla società sembra destinato a rimanere, richiedendo sviluppatori sempre più preparati e capaci di governare il cambiamento.

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Pubblicato il 06 Maggio 2026
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