Trent’anni in stato vegetativo: la ragazza dimenticata che interroga la nostra coscienza
Una storia del passato che riaccende interrogativi etici e morali relativi alla cura dell’individuo. “Questa ragazza senza nome, senza voce e senza famiglia ci ricorda che la civiltà di un Paese si misura anche da come protegge le persone più fragili e dimenticate“
«L’ho vista la prima volta nel letto, dopo l’incidente: una bella ragazza dai capelli biondi. L’ho rivista trent’anni dopo, nello stesso letto, coi capelli grigi».
Nel mezzo, una vita sulla quale si interroga l’avvocato Pietro Saporiti, per vent’anni giudice tutelare del tribunale di Busto Arsizio e che ai tempi, appunto circa 35 anni fa, dovette occuparsi del caso della ragazza rimasta in stato vegetativo dopo un incidente in bicicletta sulle rive del Ticino.
Da quel giorno la giovane non si è più ripresa ed è stata in cura in una struttura sanitaria della provincia di Varese. Sola. O meglio: sempre assistita, giorno e notte, da medici e infermieri, ma priva di parenti o persone che le stessero vicino.
«Era originaria dell’Est Europa, avrà avuto 25, massimo 30 anni, sembrava una Madonna avvolta in un velo. Ero stato chiamato a verificare l’effettivo stato della persona per la quale era stato richiesto un amministratore di sostegno, probabilmente la richiesta arrivava dalla struttura nella quale la donna era ricoverata, o da un assistente sociale. È una pratica che viene evasa da parte del giudice tutelare anche attraverso le cosiddette “visite domiciliari”, cioè bisogna andare sul posto a verificare, nei casi in cui la persona non può muoversi», spiega l’ex magistrato onorario, oggi avvocato in pensione di Fagnano Olona.
Dopo la nomina dell’amministratore di sostegno della donna, però, il giudice torna al suo lavoro di tutti i giorni. Il tempo passa.
E qualche anno fa capita che di nuovo, sempre sotto l’abito del magistrato, il giudice Saporiti faccia ritorno nella struttura sanitaria (di cui viene richiesto, per una questione di discrezione, di non fare menzione). E nella stanza della persona alla quale il giudice era diretto c’era sempre lei, sempre sola: nessun parente, per oltre trent’anni, si era interessato a quella donna.
«Da quel che mi risulta, neppure le istituzioni dello Stato di nascita della donna si sono interessate al suo caso. È rimasta sola in un letto d’ospedale per decenni».
Ora l’ex giudice Saporiti, che ha dismesso la toga da alcuni anni, ha voluto condividere coi lettori di VareseNews questa storia. L’assistita è mancata un paio d’anni fa.
«Dal punto di vista medico non esistevano prospettive di recupero neurologico. La donna è sopravvissuta grazie all’assistenza sanitaria continua, ma senza coscienza, relazioni o autonomia».
La riflessione dell’avvocato, oggi in pensione per raggiunti limiti di età ma attento commentatore dei fatti di attualità, pone quesiti difficili tanto da formulare quanto da risolvere.
«Questa vicenda pone interrogativi profondi non solo sanitari, ma anche umani, giuridici ed etici. Chi tutela davvero la dignità di una persona completamente sola? Chi decide per chi non può più parlare? E fino a che punto la società può sostenere situazioni che si protraggono per decenni?».
Poi uno dei punti che, in tutto questo ragionamento, può suonare come il più cinico perché, anche in questo caso, reale.
«Il costo di una degenza di questo tipo può superare i 30 mila euro l’anno, con una spesa complessiva che nell’arco della vita arriva a milioni di euro a carico della collettività. Ma ridurre tutto a un problema economico sarebbe disumano», conclude l’avvocato. «Questa ragazza senza nome, senza voce e senza famiglia ci ricorda che la civiltà di un Paese si misura anche da come protegge le persone più fragili e dimenticate».
IL GIUDICE TUTELARE
Il giudice tutelare è un magistrato del tribunale che si occupa di proteggere le persone fragili o incapaci di provvedere autonomamente ai propri interessi.
Interviene soprattutto nei casi che riguardano:
minori;
anziani non autosufficienti;
persone con disabilità;
soggetti con malattie psichiche o in stato di grave infermità.
Tra i suoi compiti principali ci sono:
nominare amministratori di sostegno, tutori o curatori;
controllare come vengono gestiti patrimonio e cure della persona fragile;
autorizzare atti importanti, come vendite di beni, accettazione di eredità o spese straordinarie;
vigilare sulla tutela dei minori;
intervenire nei casi di trattamenti sanitari o situazioni delicate legate alla capacità di intendere e di volere.
L’amministratore di sostegno, ad esempio, viene nominato proprio dal giudice tutelare per aiutare chi non riesce più a gestire da solo aspetti della vita quotidiana, economica o sanitaria.
Il ruolo del giudice tutelare non è quindi “penale”, ma soprattutto di protezione civile e sociale: serve a garantire diritti, dignità e sicurezza alle persone più vulnerabili.
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