Varese celebra San Vittore: il rito del faro e l’invito a “farsi luce” per la città
La comunità si è stretta attorno al suo patrono. Don Paolo Fumagalli nell'omelia: "Il giovane soldato Vittore rimase colpito dallo stile di vita dei cristiani. Oggi noi siamo chiamati a essere fari di speranza"
Il profumo dell’incenso, il silenzio orante della Basilica e poi quella fiammata improvvisa, alta e luminosa, che consuma il pallone di cotone appeso all’ingresso. Varese ha celebrato con la consueta commozione San Vittore il Moro, il suo santo patrono, rinnovando i riti che da secoli legano la città alla figura del martire soldato.
Il clou liturgico delle celebrazioni si è svolto venerdì 8 maggio con la Messa Solenne delle 10:00, presieduta da don Paolo Fumagalli, attuale prevosto di Somma Lombardo ma figura legatissima al territorio per il suo passato come vicario a Varese. Insieme a lui, sull’altare, i sacerdoti della città per un abbraccio corale alla comunità.
Il rito del Faro: una luce che non si spegne
Come da tradizione, l’apertura della celebrazione è stata segnata dal Rito del Faro. Un gesto simbolico potente: l’accensione di un pallone di ovatta che brucia rapidamente, a ricordare il sacrificio del martire che ha donato la propria vita per la fede. Una luce che, come sottolineato durante la funzione, deve continuare a brillare nel cuore dei varesini.
L’omelia: “Vittore, un giovane che scelse un progetto originale”
Don Paolo Fumagalli, nella sua riflessione, ha tratteggiato un profilo umano e moderno di San Vittore. “Cosa sarà passato nella mente di quel giovane soldato per cambiare decisamente progetto?”, si è chiesto don Paolo. “Forse in quel giovane si sono incontrati elementi che lo hanno spinto a percorrere un cammino originale”.
Il sacerdote ha ricostruito il percorso di Vittore, giunto dal Nord Africa e rimasto folgorato dall’incontro con le prime comunità cristiane: “Erano comunità ferve, devote, attente, che suscitavano la simpatia del popolo perché capaci di stringere relazioni profonde. Vittore rimase impressionato da questo stile di vita. Lui, un militare che avrebbe potuto portare dolore, capì che poteva cambiare vita e nutrire un altro desiderio”.
Il valore della Testimonianza
Il cuore dell’omelia si è poi spostato sulla forza della Parola e della Risurrezione: “Davanti a parole di speranza e di vita, Vittore ha detto: ‘Io a un Dio così lego la mia vita e non lo rinegherò mai’. Il martirio non è un gesto di morte, ma un seme dal quale nasce la vita”.
Don Paolo ha poi rivolto un pensiero al presente, alla città di oggi: “Ricordare un martire è un rito bellissimo che facciamo per dire che la vita può essere luminosa. La fede dei giusti e dei santi è quella luce che ci serve nei momenti di fatica e di dolore. Siamo chiamati a fare della nostra vita un faro, per illuminare il cammino degli altri”.
Una comunità unita nella speranza
La celebrazione si è conclusa con una preghiera corale per chi soffre: “Vogliamo condividere la forza con coloro che vivono momenti di fatica. La nostra testimonianza d’amore non si consuma, ma continua a dare luce”.
Varese, nel giorno del suo patrono, ha ritrovato così il senso della propria storia e la spinta per guardare al futuro con la stessa “simpatia” e dedizione che, secoli fa, trasformarono un soldato imperiale nel santo protettore dei bosini.
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