Amalia Ercoli Finzi: “Si può guardare alle stelle senza smettere di guardare gli esseri umani”
Dalle missioni spaziali alla guerra vissuta da bambina a Cantello, passando per il ruolo della finanza, le donne nella scienza e le responsabilità della ricerca: la pioniera dell'aerospazio ospite a Materia per una serata che ha tenuto insieme tecnologia, coscienza e futuro
A 89 anni continua a raccontare le comete come se fosse la prima volta. E continua a parlare della guerra con gli occhi di quella bambina che attraversava le strade di Cantello portando da mangiare ai giovani nascosti nelle legnaie vicino al confine svizzero.
Per questo ascoltare Amalia Ercoli Finzi significa raramente ascoltare soltanto una scienziata. Significa ascoltare una donna che riesce a passare con naturalezza da Marte alla Resistenza, dalla Luna alla povertà, dalle missioni spaziali alla responsabilità individuale senza mai perdere il filo. Una donna che ha contribuito a scrivere la storia dell’aerospazio europeo e che, ancora oggi, continua a interrogarsi sulle conseguenze di quel progresso che ha contribuito a costruire.
Ospite di una serata promossa dal Gruppo di iniziativa territoriale di Banca Etica della provincia di Varese a Materia di Castronno, Finzi ha dialogato con Andrea Napoli, ingegnere aerospaziale, socio attivo di Banca Etica ed ex studente che negli anni non ha mai smesso di considerarla un punto di riferimento.
L’idea dell’incontro nasce proprio da una domanda che Napoli si porta dietro da tempo. Nel corso della sua esperienza professionale nel settore spaziale, anche alla base europea di Kourou, nella Guyana francese, si è trovato più volte a interrogarsi sulle implicazioni etiche delle tecnologie con cui lavorava. «Mi sono spesso chiesto cosa ne pensasse la professoressa», racconta introducendo la serata.
Da qui nasce la proposta di mettere in dialogo due mondi che raramente si incontrano nello stesso dibattito pubblico: l’aerospazio e la finanza etica. Perché dietro ogni innovazione, dietro ogni tecnologia e dietro ogni grande progetto industriale esiste una domanda che riguarda tutti: chi decide cosa rendere possibile? La risposta, come spesso accade quando parla Amalia Ercoli Finzi, non arriva mai in modo lineare.
Arriva attraverso i ricordi, gli aneddoti, le esperienze personali. Arriva passando dai grandi programmi spaziali alle vicende della sua famiglia, dai missili sovietici alle ragazze che ancora oggi rinunciano alle discipline scientifiche perché convinte di non essere abbastanza brave. E alla fine restituisce un’immagine molto chiara: il progresso non può essere separato dalle persone.
Quando Napoli le chiede come abbia conciliato, durante la sua carriera, l’entusiasmo per il progresso tecnologico con il fatto che molte tecnologie aerospaziali abbiano avuto e abbiano tuttora applicazioni militari, Finzi non cerca rifugi nelle formule. Ricorda una conversazione avuta molti anni fa con l’ingegnere Bazzocchi, progettista di velivoli militari, al quale aveva posto una domanda molto simile. La risposta ricevuta allora continua a sembrarle valida e insufficiente allo stesso tempo. «In un mondo come il nostro bisogna sapersi difendere».
Perché il male esiste, osserva. Non tutte le persone sono animate dalle stesse intenzioni e la storia insegna che esistono individui e governi disposti a fare del male agli altri. Eppure questa consapevolezza non basta a tranquillizzarla. «Una volta che le armi ci sono, poi si usano. Quando apro la televisione mi viene il mal di stomaco».

Più che una risposta, è il racconto di un dubbio che l’ha accompagnata per tutta la vita professionale. Un dubbio che riemerge quando il discorso si sposta sulla responsabilità individuale e sul punto in cui ciascuno è chiamato a decidere che cosa è disposto ad accettare e che cosa invece no. «Mi sono sempre domandata: se mi avessero chiesto di sparare a qualcuno, l’avrei fatto? No. A un certo punto bisogna avere il coraggio di dire no».
Il tema dell’aerospazio, che fino a quel momento sembrava appartenere ai laboratori, alle missioni spaziali e alle grandi questioni geopolitiche, diventa improvvisamente qualcosa che riguarda tutti. Il punto non è più la tecnologia ma la coscienza individuale, quella che ciascuno si porta davanti allo specchio quando deve decidere quale sia il limite oltre il quale non è disposto ad andare. È a questo punto che la conversazione si allontana dai laboratori e dalle missioni spaziali per entrare nella sua storia personale. Perché la guerra, per Amalia Ercoli Finzi, non è una pagina di storia letta sui libri. È un’esperienza vissuta da bambina, quando la sua famiglia abitava a Cantello, a pochi passi dal confine svizzero.
Dopo l’8 settembre il padre collaborava con la Resistenza aiutando i giovani che non volevano aderire alla Repubblica di Salò. Venivano nascosti nelle legnaie, in spazi ricavati tra le cataste di legna, mentre le donne del paese preparavano il cibo e i bambini lo portavano ai ragazzi in clandestinità. Tra quei bambini c’era anche lei.
«Mi davano un pentolino e mi dicevano di andare perché tanto i bambini non li fermavano». Poi il ricordo si fa più nitido. Un uomo armato incontrato lungo il cammino, la paura, la consapevolezza improvvisa del pericolo. «Me la ricordo benissimo quella paura. Ma mi sono detta: coraggio Amalia, sei una bambina coraggiosa».
A distanza di oltre ottant’anni quei ricordi continuano a influenzare il suo modo di guardare il presente. Quando parla di povertà e disuguaglianze non lo fa da osservatrice esterna. Lo fa partendo dalla memoria di chi ha conosciuto la scarsità e ricorda perfettamente cosa significasse vivere in un Paese che usciva dalla guerra. «Io mi ricordo di aver mangiato la carne il Natale del 1943 e poi di nuovo il Natale del 1944». È da qui che nasce una delle riflessioni più forti della serata. «Noi saremo una società civile quando tutti avranno soddisfatto i bisogni primari». E per spiegare cosa significhi davvero quella frase non ricorre a statistiche o teorie economiche. «Se non avessi avuto da mangiare per i miei figli sarei andata a rubare».
Proprio da quei ricordi che il discorso torna naturalmente al tema che ha portato Banca Etica a organizzare l’incontro. Perché la domanda che attraversa la serata non riguarda soltanto ciò che la tecnologia è in grado di fare, ma anche il modo in cui una società sceglie di investire le proprie risorse, di orientare il proprio sviluppo e di definire le proprie priorità.
Andrea Napoli insiste più volte su questo punto. Le grandi innovazioni non nascono mai nel vuoto. Dietro ogni missione spaziale, dietro ogni programma di ricerca, dietro ogni progresso scientifico ci sono scelte politiche, industriali ed economiche. La finanza, spesso invisibile agli occhi dei cittadini, è uno dei luoghi in cui queste scelte prendono forma.
Per questo, osserva, la questione non è soltanto cosa sia possibile fare, ma che cosa si decida di sostenere. Finzi raccoglie il ragionamento senza esitazioni. «Le banche hanno un dovere etico». Lo afferma con la stessa naturalezza con cui racconta una missione spaziale o un ricordo della sua infanzia. «Vivono sulle nostre spalle e devono contribuire al benessere dell’umanità».
Per lei il tema non è frenare il progresso. Al contrario. È chiedersi quale progresso costruire e per chi. È una riflessione che la accompagna da anni e che torna ogni volta che qualcuno le domanda se abbia senso investire nello spazio mentre nel mondo esistono ancora fame, guerre e povertà. La risposta arriva quasi sottovoce, ma è probabilmente una delle frasi che meglio sintetizzano il suo pensiero. «Il desiderio della conoscenza è un bisogno primario». Ci si aspetterebbe un ragionamento tecnico, magari una spiegazione sui benefici delle tecnologie spaziali nella vita quotidiana. Finzi non nega nulla di tutto questo, ma sceglie una strada diversa. «Noi non siamo mai contenti. Conosciamo una cosa e subito vogliamo conoscere quella successiva».
Per lei la curiosità non è un lusso delle società ricche. È una caratteristica fondamentale dell’essere umano. È ciò che ha spinto gli esploratori a cercare terre sconosciute, gli scienziati a studiare fenomeni apparentemente inutili, gli astronomi a rivolgere gli occhi verso il cielo. «È l’impronta di Dio nell’uomo», dice. Ed è forse questo il momento in cui la serata prende davvero il volo.
Parlando di conoscenza, Finzi accompagna il pubblico dentro alcuni dei capitoli più affascinanti della storia dell’esplorazione spaziale. Racconta lo Sputnik, la corsa allo spazio, la competizione tra Stati Uniti e Unione Sovietica, le figure straordinarie che hanno segnato quell’epoca. E lo fa con la leggerezza di chi non sta tenendo una lezione ma condividendo una passione. A un certo punto arriva anche la storia di Laika. O meglio, di Ricciolina.
«Laika era la razza», spiega divertita. «Lei si chiamava Ricciolina». La sala ride. È uno dei tanti momenti in cui la grande storia si intreccia a dettagli capaci di renderla improvvisamente vicina e concreta. Ma il racconto che cattura maggiormente il pubblico è quello della missione Rosetta, l’impresa europea che nel 2014 portò una sonda a raggiungere e studiare la cometa 67P/Churyumov-Gerasimenko dopo un viaggio durato dieci anni.
Ercoli Finzi ne parla come si parla di una lunga avventura vissuta in prima persona. Ci sono i problemi iniziali, il rinvio del lancio quando tutto sembrava pronto, le discussioni all’interno dell’Agenzia spaziale europea, le difficoltà tecniche da superare. Poi c’è il viaggio, lunghissimo, attraverso il Sistema Solare, sfruttando la gravità dei pianeti come una gigantesca fionda cosmica per accumulare velocità. E infine c’è l’attesa.
Per anni la sonda viaggia nello spazio profondo in una sorta di letargo tecnologico. A un certo punto arriva il momento di risvegliarla. «Avevamo un’ora per svegliarla». Il comando parte dalla Terra e attraversa milioni di chilometri di spazio. Poi non resta che aspettare. Quando sul monitor compare la scritta “ready”, Ercoli Finzi capisce che lo strumento progettato dal suo gruppo è tornato a vivere. «Mi sono messa a piangere».
È uno dei pochi momenti in cui la voce sembra tradire un’emozione ancora viva. Non è difficile capire perché. Dietro quella parola comparsa su uno schermo ci sono anni di lavoro, di attese, di dubbi e di speranze. E c’è soprattutto la conferma che l’uomo è riuscito a dialogare con una macchina che si trova a centinaia di milioni di chilometri dalla Terra.
La stessa emozione con cui racconta le comete lascia però rapidamente spazio a un altro tema che le sta particolarmente a cuore: quello delle donne nella scienza. Per tutta la vita Ercoli Finzi ha dovuto confrontarsi con un ambiente quasi esclusivamente maschile. Quando si laureò in ingegneria aeronautica le donne erano pochissime e spesso venivano considerate una curiosità più che una risorsa.
Oggi molte cose sono cambiate, ma non abbastanza. «Le ragazze hanno paura». Non parla di paura della scienza. Parla della paura di non essere all’altezza. «Pensano che queste materie siano troppo difficili. Non è vero».
Secondo Ercoli Finzi il problema nasce molto prima dell’università e riguarda il modo in cui vengono costruite le aspettative nei confronti delle bambine e delle ragazze. Per questo continua a parlare di scuola ogni volta che ne ha l’occasione. «La sicurezza si costruisce con la preparazione. Una buona scuola ti dà i mattoni della conoscenza». Poi, naturalmente, arriva una delle sue battute. Racconta di quando, da docente del Politecnico, assegnava un punto in più alle studentesse. «Abbiamo subito tante ingiustizie, almeno proviamo a farne una a favore nostra».
Le risate non mancano. Così come non manca l’episodio diventato ormai quasi leggendario. Durante una riunione tecnica, un collega le disse: «Lei cosa vuole capirne, che è una donna?». La risposta arrivò immediata. «Cosa vuole capirne lei che è un cretino?».
Ma anche dietro l’ironia, ancora una volta, c’è un messaggio serio: il talento non ha genere e il futuro della ricerca non può permettersi di rinunciare a metà delle proprie energie. Quando la serata si avvia verso la conclusione il pubblico torna a guardare verso il cielo. Si parla della Luna, di Marte, delle missioni Artemis e di quello che attende le prossime generazioni di esploratori.
Per anni, racconta Finzi, avrebbe voluto puntare direttamente sul Pianeta Rosso. Oggi riconosce che la Luna rappresenta un passaggio indispensabile. Non tanto un simbolo, quanto un laboratorio dove imparare a vivere fuori dalla Terra, a gestire le risorse in modo più efficiente, a produrre energia, acqua e cibo in condizioni estreme.
Ancora una volta il punto non è soltanto arrivare più lontano. È imparare qualcosa che possa essere utile anche qui. Ed è forse proprio questa l’impressione che resta uscendo dalla sala. Che dopo una vita trascorsa a studiare le stelle, Amalia Ercoli Finzi non abbia mai smesso di occuparsi degli esseri umani.
Le sue storie parlano di sonde, comete e pianeti lontani, ma finiscono sempre per riportare il discorso sulla Terra. Sulla responsabilità individuale, sulla giustizia, sulla conoscenza, sulla pace, sulla scuola, sulle opportunità offerte alle nuove generazioni.
Perché il progresso, sembra suggerire dall’inizio alla fine della serata, non vale per ciò che ci permette di raggiungere, ma per il modo in cui ci aiuta a vivere insieme.
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