Dall’impresa in barca all’impresa di famiglia. La grande lezione di Elia Luini

Dalla medaglia olimpica alla guida dell'azienda fondata dal padre. Alla Canottieri Varese il campione di canottaggio racconta come disciplina, fiducia e capacità di decidere siano gli stessi ingredienti che servono per affrontare le sfide aziendali

Confapi

Nella sala della Canottieri Varese, alla Schiranna, Elia Luini si sente a casa. Si sporge dalla finestra, saluta gli amici che arrivano a stringergli la mano e osserva gli equipaggi che, nel caldo afoso di giugno, scendono in acqua. Il lago di Varese è il luogo dove tutto è cominciato e dove, oggi, torna per raccontare un’altra storia: quella del passaggio dallo sport di vertice all’impresa di famiglia.
L’occasione è un nuovo appuntamento di ConfapiNet, dedicato al rapporto tra sport e impresa. Luini spiega come le qualità che lo hanno portato sul podio olimpico e a vincere quattro titoli mondiali siano diventate strumenti quotidiani per guidare un’azienda.
La parola che ricorre più spesso è una sola: allenamento. «Lo sportivo si allena, si allena, si allena. Anche l’imprenditore deve continuare ad allenarsi». Un allenamento diverso, fatto di consapevolezza, aggiornamento continuo e capacità di adattarsi a un mondo che cambia velocemente. Perché, se un atleta smette di prepararsi, perde competitività. Lo stesso vale per chi fa impresa.
(nella foto da sinistra: Piero Baggi, direttore di Confapi Varese, Elia Luini, e Giorgio Binda vicepresidente di Confapi Varese)

NATO DUE VOLTE

La sua seconda vita professionale non nasce però da un progetto pianificato. Dopo vent’anni dedicati esclusivamente al canottaggio, Luini si ritrova a 36 anni davanti a una domanda semplice solo in apparenza: cosa fare da grande? Entra così nell’azienda fondata dal padre nel 1974, senza una vera esperienza imprenditoriale. «Mi sono trovato a capo di un’azienda senza aver fatto il percorso classico dell’imprenditore», racconta. Una sfida resa ancora più difficile da un settore in piena trasformazione tecnologica. Il momento decisivo arriva con il Covid. Il padre si ammala gravemente e Luini si trova improvvisamente da solo a prendere decisioni. È in quei momenti cruciali che scopre quanto lo sport lo abbia preparato senza che lui stesso se ne rendesse conto. Decidere, assumersi responsabilità, non fermarsi davanti alle difficoltà. «Bisogna osare con coscienza», ripete.

INVESTIRE NONOSTANTE TUTTO

Gli investimenti fanno paura, soprattutto quando il mercato è incerto, ma restare fermi può costare ancora di più. Così l’azienda rinnova completamente il parco macchine, puntando su tecnologie più veloci e performanti. Una scelta rischiosa, complicata anche dalle continue modifiche agli incentivi statali e dall’incertezza normativa. Ma necessaria per restare competitivi.
Se c’è un’immagine che riassume il suo modo di intendere l’impresa è quella della barca. Nel canottaggio nessuno guarda davanti ma gli atleti remano dando le spalle alla linea d’arrivo, fidandosi dei compagni. È una metafora che Luini porta ogni giorno in azienda. «Funziona solo se c’è fiducia reciproca e si lavora tutti con lo stesso obiettivo». Per questo riconosce il merito dei collaboratori, decisivi nel superare i momenti più difficili. «Si sono rimboccati le maniche e insieme siamo riusciti ad andare avanti».

QUALUNQUE COSA SUCCEDA

Rialzarsi dopo una sconfitta è l’altra lezione che arriva direttamente dalle gare:. «Qualunque cosa succeda, non bisogna mai abbandonare il proprio obiettivo». Vale nello sport, dove una gara persa non cancella anni di lavoro, e vale in azienda, dove le variabili sono spesso fuori dal controllo dell’imprenditore. Eppure Luini continua a dire di non sentirsi ancora un imprenditore nel senso tradizionale del termine. Forse perché il suo percorso è stato diverso. O forse perché considera il ruolo soprattutto come un esercizio quotidiano di ascolto, confronto e responsabilità. «Cerco di mettere le persone nelle condizioni di dare il cento per cento».
Alla fine, il filo che unisce il campione olimpico e l’imprenditore è lo stesso. Non sono le medaglie, né i macchinari e tantomeno il profitto. È la cultura del lavoro costruita negli anni, colpo dopo colpo, remata dopo remata.

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Michele Mancino
michele.mancino@varesenews.it

Il lettore merita rispetto. Ecco perché racconto i fatti usando un linguaggio democratico, non mi innamoro delle parole, studio tanto e chiedo scusa quando sbaglio.

Pubblicato il 26 Giugno 2026
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