Mariano Lazzati: «Ma siamo umani, sì o no?»
Nasce Trame, il nuovo progetto di VareseNews dedicato alle persone che tengono insieme comunità e territori. Giuseppe Geneletti racconta storie di legami, relazioni e sguardi capaci di far riflettere
Nasce Trame, il nuovo progetto di VareseNews dedicato alle persone che tengono insieme comunità e territori. Giuseppe Geneletti racconta storie di legami, relazioni e sguardi capaci di far riflettere. Mario Lazzati – Parte 1 (qui la parte 2)
«Bicicletta, casa mia, farmacia». Mariano Lazzati comincia così. Non dice: adesso ti spiego chi sono. Non mette in fila titoli, incarichi, meriti, cariche, date. Dice: bicicletta, casa mia, farmacia.
E già in queste tre parole c’è quasi tutto. C’è Sant’Ambrogio. C’è la casa. C’è il corpo che si muove ancora volentieri, appena può, su due ruote. C’è un modo di attraversare Varese senza consumarla. C’è la farmacia come luogo normale, quotidiano, e poi c’è il ritorno, quando spesso le cose accadono perché non le stai cercando.
Mariano ha 82 anni. Io l’ho conosciuto andando in bicicletta. E forse non poteva esserci modo migliore, perché la bicicletta è una specie di patto: non puoi fingere troppo, non puoi scappare troppo, non puoi attraversare un luogo senza sentirlo. In bici il territorio ti entra addosso. Ti dà le salite, il vento, le buche, i giardini, i cancelli, i marciapiedi, le facce. Ti obbliga a stare dentro una velocità umana.
Mariano è uno che a quella velocità sembra aver costruito una vita. Non perché vada piano. Anzi. È difficile immaginarlo davvero fermo. Telefona, cammina, pedala, organizza, racconta, ricorda, richiama persone, tiene vivi fili che altri avrebbero lasciato cadere. Ma sa fermarsi. E questa, oggi, è una qualità rara.
«Allora», dice, «vado in farmacia. Quella di Sant’Ambrogio». Poi torna indietro. Sempre in bicicletta. E vede una ragazza a piedi nudi sul marciapiede. Sta raccogliendo degli aghi di pino. Aghi di pino. Una cosa da niente. Una di quelle cose che di solito non guardiamo o, se le guardiamo, ci danno fastidio. Sporcano. Ingombrano. Sono da spazzare via.
Mariano invece si ferma. «Mi fermo e dico: ma scusa, ma cosa stai facendo?». La ragazza gli spiega che sta raccogliendo aghi di pino perché fanno bene alle acidofile. Alle azalee. Lui pensa subito al suo campo da tennis, al cedro del Libano, a tutti quegli aghi che cadono e gli sporcano il campo. Quello che per lui era un fastidio, per lei era nutrimento.
Allora le dice di aspettare. Lui ne ha appena raccolto un sacco intero. Glielo porta. Lei è felice. Poi conosce i genitori. E scopre che abitano a cinquanta metri da casa sua.
Cinquanta metri. «E non vi eravate mai conosciuti?», gli chiedo. «Eh, vedi? Le relazioni». Lo dice così, senza enfasi. Ma dentro quella frase c’è un mondo. Un uomo va in farmacia in bicicletta. Torna. Vede una ragazza che raccoglie aghi di pino. Si ferma. Chiede. Ascolta. Porta un sacco. Conosce una famiglia che abita a cinquanta metri. Un marciapiede diventa un incontro. Uno scarto diventa dono. Un problema diventa relazione.
Poi Mariano aggiunge una frase: «Ma siamo umani, sì o no?». Eccolo, il punto. Non “come si valorizza un territorio”. Non “come si costruisce comunità”. Tutte espressioni giuste, forse, ma troppo pulite. Mariano la porta giù, dove deve stare. Siamo umani, sì o no?
Siamo umani quando abitiamo a cinquanta metri e non sappiamo nulla gli uni degli altri? O quando ci fermiamo a chiedere? Siamo umani quando il vicino è soltanto quello che sporca, disturba, parcheggia, passa, lascia cadere aghi, taglia rami, fa rumore? O quando proviamo a scoprire che dietro un cancello ci sono azalee, genitori, storie, bisogni, vite?
Forse TRAME, la serie di articoli che stiamo aprendo, nasce davvero qui. Non da un convegno o da una teoria sul territorio, ma da un uomo che si ferma. Perché un territorio non è fatto soltanto di strade, case, scuole, chiese, fabbriche, boschi, montagne, società sportive, ospedali, bar, oratori, associazioni. È fatto dai fili che tengono insieme tutte queste cose. E quei fili non si vedono sulle mappe. Passano attraverso le persone.
Mariano Lazzati è una di quelle persone. Non un personaggio pubblico nel senso classico. Non uno di quelli che vengono raccontati perché hanno avuto una carica o perché il loro nome è scritto su una targa. Piuttosto un nodo vivo. Uno che sembra avere sempre un filo in mano. Lo tira, e da quel filo ne esce un altro. Un nome porta a un luogo. Un luogo a una famiglia. Una famiglia a una scuola. Una scuola a una squadra. Una squadra a un amico. Un amico a una camminata. Una camminata a una montagna. Una montagna a una storia di Varese. Parlargli è come seguire una mappa che non procede per vie, ma per relazioni.
A un certo punto della sera provo a spiegargli perché vorrei raccontare la sua storia. Gli dico che secondo me un territorio diventa più ricco quando aumenta la qualità delle relazioni al suo interno. Non ricco solo di soldi, servizi, turismo, imprese, eventi. Ricco moralmente. Ricco di fiducia. Ricco di persone che si riconoscono. Ricco di legami capaci di tenere insieme ambienti diversi.
Lui mi ascolta. Capisce subito, perché quella cosa non è una teoria. Per lui è vita. «No, no, ti sei spiegato benissimo», mi dice.
Poi parla di Bambi. La chiama così. Bambi. La donna che gli è stata accanto. Di lei dice una cosa bellissima: era una donna libera. E poi aggiunge che, per essere davvero libera, una persona deve avere anche le spalle coperte. Lui quelle spalle ha cercato di dargliele.
Soprattutto negli ultimi anni, quando l’aiuto è diventato più necessario, più concreto, più quotidiano. Lo racconta senza retorica. Dice che era in parte condizionato da lei, che l’ha aiutata molto, che soprattutto alla fine l’aiuto era cresciuto. Poi, dopo, si è sentito più libero.
Ma la parola “libero”, in Mariano, non suona mai come solitudine. Suona come una porta che si riapre. «Adesso anche nelle amicizie che io ho coltivato comunque, che sono le amicizie vere, riesco ad avere un ritorno pazzesco». Ritorno pazzesco.
È una formula forte, quasi da ragazzo. E forse è bella proprio per questo. Perché non dice “ho ricevuto solidarietà” o “ho potuto contare su una rete”. Dice ritorno pazzesco. Come se le relazioni seminate per anni gli tornassero incontro con una forza che ancora lo sorprende. «Io ogni tanto faccio delle telefonate e tu senti dall’altra parte che il tuo interlocutore ha piacere di sentire». Eccola, una misura della vita. Non quante persone conosci. Non quante ne hai in rubrica. Non quante ti salutano per educazione. Ma quante, quando chiami, sono contente di sentire la tua voce.
Mariano lo dice quasi con stupore. «Io ho una rete di amicizie incredibile». Poi si corregge, o forse approfondisce: «È un supporto incredibile». Dopo Bambi, quella rete non è più stata soltanto compagnia. È diventata sostegno. Ragione di vita. Prova concreta che le relazioni non sono un ornamento della biografia, ma una struttura portante. Qualcosa che ti tiene quando una parte della casa interiore crolla.
A questo punto capisci che Mariano non ha “tante conoscenze”. Ha coltivato. La differenza è enorme. Le conoscenze si accumulano. Le relazioni si coltivano. «Bisogna coltivarle, queste relazioni», dice, anche quando la vita cambia fase, per te o per gli altri.
E qui la parola è perfetta. Coltivare. Non a caso Mariano ha studiato Agraria. Ma prima ancora di studiarla, sembra averla respirata. Coltivare vuol dire sapere che nulla resta vivo da solo. Bisogna preparare il terreno, tornare, togliere ciò che soffoca, dare acqua, accettare le stagioni, avere pazienza. Non possedere. Curare.
Le relazioni, se non le coltivi, si seccano. Il tempo disperde. Arrivano le famiglie, i figli, il lavoro, i traslochi, le malattie, i lutti, le abitudini. Non puoi aspettare di andare al bar e ritrovare per caso l’amico di sempre. Non funziona così. Devi chiamare. Devi cercare. Devi organizzare. Devi fare il primo passo. Mariano lo fa.
Un amico deve presentare un libro a Varese e gli chiede una mano per ritrovare i vecchi compagni del basket. Mariano comincia a telefonare. Ne porta quindici. Forse del libro, dice ridendo, a molti importava fino a un certo punto. Ma erano lì. Si erano rivisti. Una presentazione era diventata un’occasione per rimettere in circolo una storia comune.
Anche questo è territorio. Non solo il libro. Non solo l’evento. Ma le persone richiamate. I nomi ritrovati. Il passato che non resta nostalgia privata, ma diventa presenza pubblica, stanza condivisa, saluto, memoria che riprende corpo.
Mariano trasforma spesso i pretesti in relazione. Una farmacia. Un sacco di aghi. Una presentazione. Una telefonata. Una camminata. Una maglietta dei SEMPRE IN SELLA vista per caso. Una vecchia squadra. Una conferenza sul campanile. Un sentiero al Campo dei Fiori. Un campo da tennis. Un bambino dell’oratorio.
Tutto può diventare filo. Ma bisogna vederlo. E Mariano vede. O meglio: guarda cercando che cosa c’è dietro. Racconta di essere andato ad ascoltare una spiegazione sul campanile del Bernascone. Gli parlano della costruzione, delle basi, delle campane. E lui, ascoltando, sente nascere la domanda che per lui conta davvero: come hanno fatto a costruirlo? Che cosa c’è dietro?
Lo stesso gli succede al Campo dei Fiori. Il panorama è bello, certo. Ma il panorama non basta. Bisogna andare più a fondo. Capire cosa è cambiato, quali alberi sono caduti, perché oggi si vede di più ma c’è meno ombra, che storia naturale e umana sta dentro una veduta. Andare più a fondo. Mariano non usa il territorio come cartolina. Non gli basta il bello. Vuole il dietro. La storia, il lavoro, i nomi, le mani, le fatiche, le relazioni che hanno fatto sì che una cosa sia lì.
Questa è una forma alta di appartenenza. Perché si appartiene davvero a un luogo non quando lo si possiede, non quando lo si abita per comodità, non quando lo si usa. Si appartiene quando si comincia a chiedersi che cosa c’è dietro. Dietro un campanile. Dietro un sentiero. Dietro una casa. Dietro una famiglia. Dietro un’associazione. Dietro una persona che incontri per strada.
Mariano lo dice anche parlando di Varese. Bisognerebbe far capire alla gente che vive in un territorio unico. Se una persona lo capisce, se lo fa proprio, allora lo tratta come casa sua. Lo rispetta, lo custodisce, lo difende, lo preserva. Anche qui, niente slogan. Il territorio si difende quando diventa casa.
Ma non casa nel senso chiuso, proprietario, esclusivo. Casa nel senso della cura. Casa come luogo di cui ti senti responsabile anche quando non è tuo. Casa come qualcosa che non puoi sporcare senza sporcarti. Che non puoi dimenticare senza perdere un pezzo di te. Per questo Mariano è un buon primo protagonista di TRAME. Perché nella sua vita le cose non restano mai isolate. Ogni cosa comunica con un’altra.
Lui è nato a Sant’Ambrogio il 7 giugno 1944. La famiglia veniva da Milano. Il padre, Angelo Lazzati, era chirurgo. La madre, Giustina Cunietti. Erano sei fratelli. La casa ha una storia lunga. Poi ci saranno le suore, il giardino, la Canetta, il tram per andare a scuola, il Ferraris, l’Inghilterra a dodici anni, Hammersmith, Wimbledon, Cambridge, Agraria, Alfa Laval, la mungitura meccanica, lo sport, il basket, lo sci, la bicicletta, gli alpini, l’associazionismo, Bambi, il Premio Chiara. Ma tutto questo verrà dopo.
Questo primo episodio non deve ancora raccontare tutta la vita di Mariano. Deve solo mostrare il suo modo di stare al mondo. E il suo modo di stare al mondo è già dentro quella scena iniziale. «Bicicletta, casa mia, farmacia».
La vita, forse, si capisce da come uno torna dalla farmacia. C’è chi torna e basta. C’è chi torna guardando. C’è chi torna e vede una ragazza a piedi nudi che raccoglie aghi di pino. C’è chi pensa: non mi riguarda. C’è chi pensa: sporco. C’è chi pensa: fastidio. E poi c’è Mariano, che si ferma e chiede. «Ma scusa, ma cosa stai facendo?». Da quella domanda nasce una relazione.
Forse anche una comunità nasce così. Non dai grandi discorsi, ma dalle domande piccole fatte al momento giusto. Domande che aprono invece di giudicare. Domande che riconoscono l’altro prima ancora di sapere chi sia.
Mariano, in fondo, fa questo. Riconosce. Riconosce le persone, i luoghi, i nomi, le storie. Riconosce che dietro una funzione c’è un volto. Dietro un volto c’è una vita. Dietro una vita c’è un legame possibile. E se quel legame è buono, bisogna coltivarlo.
Non aspettare. Non rimandare. Non dire: tanto abita qui vicino, prima o poi ci parlerò. Cinquanta metri possono essere una distanza enorme, se nessuno si ferma. E possono diventare pochissimo, se qualcuno porta un sacco di aghi di pino.
Questa è la densità buona di un territorio. Non la quantità di gente che ci abita, ma la qualità dei fili che la tengono insieme. Non il numero di eventi, ma la capacità di trasformare un evento in incontro. Non la bellezza dei luoghi, ma la profondità con cui qualcuno li guarda. Non la memoria come rimpianto, ma la memoria come attrezzo per riconoscere il presente.
A un certo punto Mariano parla del tram che prendeva da ragazzo. Ricorda un conducente con lo stuzzicadenti in bocca. Si chiamava Bianchi. I ragazzi gli gridavano: «Bianchi, metti la nona». La nona era il massimo, la potenza del reostato. È solo un frammento, e sarà un’altra puntata. Ma già qui si capisce una cosa: Mariano salva i nomi.
Non dice “un conducente”. Dice Bianchi. Non dice “una scuola”. Dice Canetta. Non dice “mia moglie”. Dice Bambi. Non dice “una ragazza”. Si ferma, chiede, conosce.
Il nome è il contrario dell’anonimato. E un territorio comincia a morire quando le persone tornano a essere funzioni senza nome. Il vicino. Il medico. Il ciclista. Il barista. Il conducente. Il volontario. Il vecchio. La ragazza. Il cliente. Il paziente. Mariano, invece, rimette i nomi al loro posto.
Forse per questo ascoltarlo dà l’impressione di entrare in una Varese più fitta. Non necessariamente più bella di quella di oggi. Non idealizzata. Ma più leggibile. Più abitata. Più piena di passaggi tra una vita e l’altra. E forse è questo il compito di TRAME. Raccontare le persone che impediscono ai luoghi di diventare solo luoghi.
Persone non necessariamente famose. Persone che però tengono insieme. Che fanno circolare fiducia. Che non lasciano cadere i fili. Che fanno una telefonata. Che richiamano vecchi compagni. Che aprono un campo da tennis ai bambini dell’oratorio. Che vanno a sentire la storia del Bernascone e poi si chiedono che cosa ci sia dietro. Che guardano un panorama e vogliono andare più a fondo. Che, dopo un lutto, scoprono che le amicizie vere sono una struttura portante della vita. Persone che praticano la comunità prima ancora di nominarla.
Mariano Lazzati è il primo. Non perché sia l’unico. Non perché rappresenti tutti. Ma perché nella sua storia si vede bene una cosa: il territorio non è soltanto ciò che riceviamo. È ciò che colleghiamo. E collegare non è un gesto astratto. È fermarsi. Chiedere. Ascoltare. Portare un sacco. Telefonare. Coltivare. Ricordare un nome. Fare il primo passo.
«Ma siamo umani, sì o no?». La domanda resta lì, alla fine del primo incontro, come una piccola sfida. Forse non serve rispondere subito. Forse basta prenderla sul serio. La prossima volta che torniamo dalla farmacia. La prossima volta che vediamo qualcuno fare qualcosa di strano sul marciapiede. La prossima volta che pensiamo che un vicino sia solo un fastidio. La prossima volta che passiamo davanti a un campanile, a una scuola, a un campo, a una casa, a una montagna, e ci viene la tentazione di guardare solo la superficie.
Siamo umani, sì o no? Mariano, intanto, una risposta l’ha data. Ha frenato la bicicletta. Ed è sceso.
Parte 1 – Parte 2 – Parte 3 alla prossima settimana
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