Medico a processo a Varese per la mancata visita durante il Covid: il legale: “Ha solo messo in pratica le regole”
Una vicenda che risale ai tempi della pandemia è al centro di un procedimento penale che vede imputata una giovane dottoressa. Il caso torna al Pm, nel frattempo incombe la prescrizione
Una giovane dottoressa della continuità assistenziale, come oggi viene chiamata la guardia medica, dovrà difendersi dall’accusa di omissione di atti d’ufficio davanti al Tribunale di Varese.
Alla professionista, che al momento dei fatti – nel 2021 – non aveva ancora trent’anni, la Procura contesta una condotta omissiva. Secondo l’accusa, avrebbe risposto al padre di una giovane paziente, che chiedeva una visita in ambulatorio per la figlia, di non portarla presso la guardia medica di un Comune dell’hinterland varesino.
Per il genitore si sarebbe trattato di un rifiuto di prestare assistenza, circostanza che ha portato alla denuncia. Diversa, invece, la versione della dottoressa, secondo la quale la decisione assunta sarebbe stata corretta sia sotto il profilo deontologico sia sotto quello giuridico.
La giovane paziente, infatti, presentava sintomi riconducibili al Covid-19, nel pieno della pandemia, e pertanto non poteva essere visitata nell’ambulatorio della guardia medica. Non si sarebbe quindi trattato di un rifiuto di prestare cure, bensì dell’impossibilità di effettuare una visita in presenza. Inoltre, la dottoressa avrebbe applicato precise disposizioni emanate dall’azienda ospedaliera, che vietavano l’accesso agli ambulatori ai soggetti con sintomi compatibili con l’infezione.
Questa è la linea difensiva sostenuta dall’avvocato Fabio Ambrosetti, che assiste l’imputata.
Sul piano procedurale, tuttavia, il procedimento ha subito una battuta d’arresto. Il reato contestato non rientra infatti nella competenza del giudice monocratico, ma deve essere trattato da un collegio giudicante. Per questo motivo gli atti sono stati restituiti alla Procura, che dovrà nuovamente chiudere le indagini e valutare se chiedere il rinvio a giudizio davanti al Gup oppure l’archiviazione del caso.
«In questa sede produrremo la circolare dell’ospedale che prevedeva esattamente il comportamento adottato dalla mia assistita», spiega il legale, «al netto delle valutazioni legate alla prescrizione di una vicenda che risale al dicembre 2021».
L’accusa fa riferimento all’articolo 328 del Codice penale, secondo cui il pubblico ufficiale o l’incaricato di un pubblico servizio che indebitamente rifiuta un atto del proprio ufficio che, per ragioni di giustizia, sicurezza pubblica, ordine pubblico o igiene e sanità, deve essere compiuto senza ritardo, è punito con la reclusione da sei mesi a due anni.
Una pena massima che assume rilievo anche ai fini della prescrizione, considerato che dai fatti contestati sono ormai trascorsi quasi cinque anni.
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