Quella volta a Varese che Guccini, microfono e sedia, incantò il palazzetto in dialetto modenese
Toni Conti, “segretario Arci in quegli anni” offre un ricordo che suona come spaccato di un’epoca che non c’è più, ma che continua a suonare e risuonare
Sì, Guccini cantava spesso in dialetto modenese o pavanese, riferibile cioè alla località dell’Appennino dove il cantautore fra i più amati e compianti del Paese viveva. Una scelta che lasciò il segno nei ricordi di Toni Conti, segretario Arci di Varese intorno a cinquant’anni fa che ci regala un formidabile ritratto in bianco e nero.
Cioè di quegli anni saturi di impegno politico ergo partecipazione e contestazione, microfoni dal filo lungo e concerti da lasciare il segno: forse non sarà uno scherzo riavvolgere il nastro e rintracciare quel brano cantato dall’inquilino di via Paolo Fabbri 43 lanciatosi alle pendici delle Prealpi nel suo vernacolo locale.
Eccola, la suggestione scoccata come una freccia da quegli anni filata dritta nel cuore e nella testa di tanti: sono ancora anni vivi, nutriti da una musica cantata, fischiata e immaginata; difatti ognuno di noi quella particolare canzone, quel giro di note in testa, semplici parole, quel brano preferito, ce l’ha. «A proposito del rapporto di Guccini con Varese, mi piace ricordare che il primo concerto lo organizzai al Lino Oldrini nel periodo 1975/80 (a distanza mi è difficile indicare con precisione l’anno) quando Arci presentò una serie di eventi con personaggi all’epoca non ancora al vertice della carriera e della popolarità. Da Lucio Dalla alla PFM, dagli IntiIllimani al Nuovo Canzoniere Italiano, e appunto una memorabile esibizione di Francesco. Palasport pieno a metà (gradinata est e parte del parterre, ma era la capienza autorizzata dalla Questura)».
E già qui, la Madeleine è in grado di commuovere, dal momento che assistere alla mitopoieutica musicale di quegli anni equivale a trovarsi fra le pieghe di romanzi immortali, di arte eterna che lascerà, e difatti ha lasciato, il segno. Eppure bastava poco: «Strumentazione fonica ridotta all’essenziale, una sedia, Francesco e la chitarra. E sotto la sedia un fiasco di vino per ridare tono alla voce. Ricordo che presentò diversi brani che poi lo resero famoso, esponente di punta di quel filone popolare/politico/sociale che fioriva in quegli anni». E qui il dialetto. «Inserì anche un pezzo semi-dialettale del suo Appennino Tosco-Emiliano che riscosse un grande consenso tra applausi e risate; credo si intitolasse Il Fittolone ( el fitlon..?) ma da allora non ho più avuto l’occasione di risentirlo».
Ciao Francesco. Da Toni Conti, segretario Arci in quegli anni
Qual è la vostra canzone di Guccini? Raccontateci il brano a cui siete più legati
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