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“Accogliere l’altro è spostare il confine del noto”. L’Asia di Manuela Iannetti

Dieci anni di viaggi nel Sud Est asiatico tra memoria, incontri e letteratura. Manuela Iannetti presenta Il continente della porta accanto lunedì 7 settembre alle 21 a Materia di Castronno

Materia Varesenews

Ci sono viaggi che misurano le distanze e altri che finiscono per metterle in discussione. Quelli raccontati da Manuela Iannetti in Il continente della porta accanto appartengono alla seconda categoria. Dieci anni di partenze, ritorni, incontri e attraversamenti nel Sud Est asiatico che hanno lentamente trasformato la geografia in qualcosa di più intimo: una domanda sul confine, sull’identità, sul modo in cui ciascuno decide dove collocare il proprio centro.

Il libro sarà al centro dell’incontro in programma lunedì 7 settembre alle 21 a Materia, dove Manuela Iannetti accompagnerà il pubblico in un percorso tra luoghi, persone e memorie del Sud Est asiatico, tra letteratura, viaggio e quel sottile “mal d’Asia” che continua a richiamare chi quei territori li ha vissuti.

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Non è un caso che il libro apra “Confine”, la collana diretta dalla stessa Iannetti. Per lei il confine non è soltanto una linea tracciata su una carta geografica. È «corpo, prima che geografia», una soglia, uno spazio di trasformazione.

«Ho sempre pensato che le zone liminari fossero quelle in cui potevano succedere le cose – racconta -. Il margine è lo spazio in cui le proporzioni si mischiano, la materia si scambia. Ciò che è incerto e sfumato e non ben definito è foriero di trasformazione, la porta con sé come possibilità».

Viaggiare, allora, significa prima di tutto spostare il baricentro. E insieme al baricentro cambiano anche i confini che consideravamo acquisiti: quelli del corpo, dello sguardo, della percezione di sé. In Asia questa sensazione, per Iannetti, si è fatta più radicale. La distanza era sufficiente per obbligarla a ripensare anche il concetto stesso di “centro”.

«Ogni luogo si definisce tale rispetto agli altri, e stare nell’Estremo Oriente e apprendere questa lezione è stato come spaesarsi, accorgersi di quanto siamo immersi in universali culturali che spesso non lo sono, sforzarsi di guardare le cose con una diversa messa a fuoco».

È forse questo uno dei fili più profondi del libro: l’idea che accogliere ciò che non conosciamo significhi spostare continuamente il limite del noto. Come dice la stessa Iannetti: «Accogliere l’altro, il diverso, quello che non conosci, è spostare il confine del noto, e a volte scoprire che quello che sta fuori da te è più interessante».

Sulle tracce di Terzani

All’origine di molti di questi viaggi c’è una presenza letteraria precisa: Tiziano Terzani. Iannetti lo dichiara senza esitazioni. Alla domanda su quale sia il debito più grande di queste pagine nei confronti dello scrittore e giornalista fiorentino, risponde: «Di essere state scritte, innanzitutto».

Terzani è stato una mappa prima ancora che un modello. I suoi libri hanno offerto coordinate, suggestioni, domande. Hanno spinto Iannetti a raggiungere luoghi raccontati decenni prima, per vedere che cosa fosse rimasto e che cosa, invece, fosse cambiato.

«Terzani ha ispirato alcuni dei viaggi, dei percorsi, con il debito paragone e la debita proporzione. Volevo andare là per vedere alcune delle realtà che lui aveva visitato, descrivendone così bene l’essenza e i contorni, anche e soprattutto nel momento in cui esse venivano meno».

Terzani, osserva Iannetti, ha raccontato spesso, come cronista, la fine dei “mondi”: la Cina di Mao, la fine della Guerra del Vietnam, la Cambogia di Pol Pot. Ripercorrere quei territori a distanza di decenni significa inevitabilmente sovrapporre tempi differenti: ciò che lui vide, ciò che la storia ha cancellato e ciò che il presente ha costruito dopo.

«Vedere quei luoghi dopo decenni, attraverso le sue parole precise, è stata la leva principale che mi ha portato a viaggiare in quei luoghi». Ma Il continente della porta accanto non è un viaggio sulle orme di qualcun altro. Quelle tracce diventano presto un punto di partenza per una geografia personale fatta soprattutto di incontri.

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Entrare in punta di piedi

Nelle pagine del libro si passa dalle grandi città alle comunità più remote, dai ritmi metropolitani alla quotidianità dei discendenti dei cacciatori di teste Iban, fino agli incontri nel Borneo con figure come l’imam Arbain.

Il rischio, quando si raccontano mondi così distanti dal proprio, è sempre quello di trasformare l’altro in una figura esotica, in un personaggio osservato dall’esterno. Iannetti prova invece a rovesciare la prospettiva.

Come si entra davvero in punta di piedi nella quotidianità di culture così diverse dalla propria? «Cercando di essere permeabili, sospendendo il giudizio, aprendosi alla conoscenza del diverso, accogliendo per essere accolti, portando con gentilezza la propria cultura a confronto con quella degli altri».

Non sempre è facile. Il viaggiatore resta comunque un ospite, consapevole della provvisorietà della propria presenza. «Dentro ti risuona sempre una distonia, quella di chi sta in luogo con la consapevolezza di esserci con la provvisorietà dell’ospite. Però per fortuna c’è anche la leggerezza degli incontri, la simpatia umana, la grande ricchezza che ti dà la diversità».

In queste esperienze un ruolo decisivo lo gioca la natura. Non semplicemente come panorama, ma come forza concreta con cui convivere. «La natura è la cornice che noi abbiamo scelto di ignorare, alle nostre latitudini, l’abbiamo resa cornice delle vacanze, sfondo di Instagram. In quei luoghi ancora remoti, o più vicini alla terra, è impossibile non sentirne la potenza. Vivificatrice e distruttrice». E quella presenza, osserva Iannetti, si riflette anche nel carattere degli uomini e delle donne che vi abitano.

Il volto della memoria

Tra gli incontri più intensi del libro c’è quello con Chan, un giovane autista di tuk-tuk incontrato ad Angkor, in Cambogia Attraverso di lui la grande storia smette di essere soltanto una successione di date e diventa corpo, voce, dolore. Iannetti ricorda Chan come «un concentrato di storia e di dolore», quasi capace di contenere in sé l’essenza del suo popolo.

«Nei suoi baffetti leggeri, nella giacca da ginnastica, nelle spalle ossute che ci dava mentre ci portava in giro, si potevano leggere più cose di quante avessi immaginato prima di conoscerlo». Nel libro, davanti alle parole del ragazzo, compare una domanda: «Vi hanno rubato il passato… sei sicuro di volerti far sottrarre anche il futuro?».

Chan diventa così il volto attraverso cui far emergere una questione più ampia: quella di «una generazione sacrificata, senza radici e con un futuro a cui dare spessore prima ancora che direzione». Una figura che, precisa Iannetti, nel libro presta il fianco a questa riflessione, ma nasce da un incontro reale: «Alcuni di quei dialoghi, più ruvidi e spezzati, ci sono stati davvero».

Ed è qui che entra in gioco la scrittura. «La scrittura è il mezzo che abbiamo per esprimere i pensieri. È uno strumento di pace, il tentativo di approssimarsi alle nostre “verità” o quanto meno di esprimerle».

Scrivere significa concedere ai pensieri e alle emozioni il tempo di depositarsi, sottraendoli all’urgenza della parola pronunciata, che scompare nell’attimo stesso in cui viene detta. «La scrittura resta. Renderla pulita, essenziale, disincrostarla dalle convinzioni, è una sfida».

Il silenzio che resta

Alla fine di migliaia di chilometri, città, volti, cibi, templi, conversazioni, rumori e strade, Iannetti prova a chiedersi cosa sia rimasto davvero. La risposta è apparentemente paradossale: il silenzio.

«Non so nemmeno se ci sono riuscita io, a portarmi a casa quel silenzio: come dico spesso, volevo scrivere un libro sul silenzio e ne è venuto fuori uno pieno di cose, persone, odori, suoni, cibi, parole». Forse, però, il silenzio non coincide con l’assenza. È piuttosto lo spazio che permette alle cose di esistere.

«Forse il senso è tra le pagine, nei bianchi che le parole lasciano tra loro, nel tempo sospeso delle pagine che si sfogliano, come templi di quiete che sorgono nello spazio caotico delle metropoli». È un’immagine che contiene molto del viaggio raccontato da Iannetti. Il pieno e il vuoto, il rumore e la quiete, la distanza e la prossimità non esistono separatamente.

«Il vuoto permette i pieni, il silenzio permette le parole, non c’è uno senza l’altro». Non esistono ricette per riportare quel silenzio a casa. C’è chi lo cerca nella spiritualità, nella meditazione, nella consapevolezza. Per Iannetti, ancora una volta, è la natura a restituire potentemente il senso dell’equilibrio, con il suo «silenzio pieno di vita».

Ed è forse qui che Il continente della porta accanto rivela il senso del suo titolo. L’Asia raccontata da Manuela Iannetti non è soltanto un luogo dall’altra parte del mondo. È un altrove che, dopo essere stato attraversato, smette di essere davvero lontano.

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Per chi desidera vivere la serata fin dall’inizio, dalle 19.30 sarà possibile partecipare ad “A cena con l’evento”, il format di Materia riservato ai soci di Anche Io APS. Un momento informale per cenare insieme, incontrarsi e anticipare in un clima conviviale i temi della serata, prima della proiezione delle 21. PRENOTA QUI IL TUO POSTO ALLA CENA

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Pubblicato il 04 Settembre 2026
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