Da Striscia la Notizia al Cantico delle Formiche: Max Laudadio racconta la sua svolta a Materia
Nell'incontro l'autore de "Il Cantico delle Formiche" ha ripercorso la genesi del libro, il rapporto con la fede e le storie di accoglienza che hanno cambiato la sua vita
Malgrado i recenti, incresciosi, avvenimenti, Max Laudadio ha mantenuto l’impegno: anche se con una voce più bassa del solito a causa dei danni riportati nella collutazione della serata, ha potuto e voluto presentare ieri sera, 3 settembre, a Materia il suo libro “Il Cantico delle Formiche“. A dialogare con lui, in una agorà piena di gente, la giornalista di VareseNews Stefania Radman, in una serata che si è rivelata ad alto tasso emotivo, intrecciando racconto personale, fede e racconti della sua vita professionale.
Un libro nato da un rifiuto
Come ha raccontato lo stesso artista, il volume nasce da una richiesta della casa editrice, arrivata in occasione degli ottocento anni dal Cantico delle Creature di San Francesco. Laudadio racconta di aver rifiutato subito: «Non mi sentivo in grado di scriverlo, uno dei testi più importanti della letteratura. Non avevo la competenza, non avevo la capacità». Solo in un secondo momento ha capito che non gli veniva chiesto un saggio, ma di «tentare di poter rendere reale il cantico delle creature» nella vita di ogni giorno.
A fargli cambiare idea è stato il ricordo di un episodio precedente: una canzone scritta su richiesta di Carlo Conti per Sanremo, ma poi eseguita al concerto “Con il cuore – in nome di Francesco” ad Assisi. In quell’occasione, insieme a Franco Battiato e allo stesso Conti, Laudadio ha potuto visitare la biblioteca privata del Duomo di Assisi, ma soprattutto ritrovarsi al cospetto di un documento straordinario: «La nostra guida apre uno scrigno e dice: questo è il Cantico delle Creature in originale – racconta Laudadio – Non potete capire quale emozione ha destato in tutti. Due ore di domande, io, Battiato, Carlo».
Da qui il titolo del libro. ispirato si al Cantico delle Creature, ma adattato a quello che lo scrivente si sente di essere, “una formica nel mondo”. «Anche se racconto cose di me, e sono in fondo un personaggio pubblico, non sono altro che una piccola formica. Infatti questo libro non vuole insegnare niente a nessuno, racconta solo delle esperienze nella speranza che smuovano passioni anche in altri». Perchè, spiega: «La formica da sola non fa niente, ma se tante si mettono insieme e stanno sotto un grattacielo, questo grattacielo prima o poi viene giù».
Insomma, un libro che è solo uno spunto e uno sprone per scrivere ognuno il proprio cantico: «Non voglio insegnare alle altre formiche che cosa devono fare e come, perché questo è il mio cantico. Ognuno di voi scriverà il proprio».

Tre “Francesco”, un solo insegnamento
Nel libro compaiono più figure legate al nome di Francesco: oltre al Santo, c’è don Silvano — Il parroco del suo paese, sacerdote ottantaseienne che pratica ancora triathlon che, racconta Laudadio, «viene a casa mia, in bicicletta, senza avvisarmi» e che è stato presenza attiva nel pubblico della serata – e Papa Francesco. Su quest’ultimo, Laudadio racconta un aneddoto legato all’elezione del 2013: lui e la moglie, come tutti, stavano guardando l’elezione alla tv e pochi secondi prima dell’annuncio, da ateo dichiarato, avrebbe detto alla moglie che il nuovo Papa si sarebbe chiamato proprio Francesco. «Mia moglie mi risponde che non è possibile, che tutti i papi prendono il nome di uno precedente. Poi esce fuori e si è chiamato Francesco. Mi sono venuti i brividi».
Don Silvano è invece “la mano di Dio” nel suo cambiamento, da ateo a credente.
Dopo aver letto d’un fiato “Per una Chiesa scalza” di Ernesto Olivero – libro che don Silvano gli aveva regalato, come papà scettico di una ragazzina che faceva catechismo – Laudadio torna dal prete per ringraziarlo. Don Silvano gli risponde: «Bene, allora la prima cosa che devi fare è l’adorazione eucaristica». «Don, che cos’è l’adorazione eucaristica?» «Ti metti davanti all’ostia e preghi, per quaranta ore di seguito, a turno. Scegli un turno».
Per non fargli torto, Laudadio si iscrive a un orario che nessuno avrebbe notato: le tre del mattino, in una chiesetta di Bisuschio, sperando che la cosa cadesse nel dimenticatoio. Non succede: venti giorni dopo, alle due e trenta di notte, la sveglia suona davvero. «Mia moglie mi chiede chi è. Le dico: adorazione eucaristica, devo andare». Nevica, ma lui esce lo stesso: «Prendo la jeep e scendo giù pensando: ma dove ca**o sto andando?».
In chiesa non trova nessuno, a parte una persona che, vedendolo arrivare, gli dice solo: «Benvenuto, io ho finito, tocca a te». Laudadio si inginocchia da solo, in silenzio, davanti al crocifisso, per tre ore e mezza: «E lì capisco che Dio esiste. Una cosa inspiegabile». Da quella notte comincia a comprare Vangeli e Bibbie, ad andare in chiesa, a percorre il cammino che ancora adesso segna le sue giornate.
Ventisei anni di inchieste, tra Striscia e Le Iene
Nell’incontro, Laudadio ha raccontato anche la sua attività di inviato televisivo: ventitré anni a Striscia la notizia, tre alle Iene, in mezzo a centinaia di servizi con la telecamera nascosta. «Ne facevo un centinaio di media l’anno – spiega – quasi sempre su truffe e spaccio. E, tanto per intenderci, il novanta per cento dei miei servizi erano con italiani».
A convincerlo a lasciare non è stata la stanchezza del lavoro in sé, ma il peso quotidiano delle persone che, riconoscendolo per strada, gli chiedevano aiuto: «In ogni giornata c’erano minimo dieci, venti, trenta persone che mi fermavano per strada e mi chiedevano: ti prego, aiutami. Ma non si può risolvere i problemi di tutti».
Proprio da quell’esperienza sul campo nasce il suo giudizio sulle forze dell’ordine, che difende con convinzione: «Io sono un grande tifoso delle forze dell’ordine, perché loro lavorano in situazioni che non vi potete neanche immaginare. Quello che io facevo con una telecamerina in un dieci minuti, per loro servono sei mesi di documenti, è una burocrazia inaccettabile».

La regola del sì: la scelta di accogliere
Rispondendo a una domanda sui figli adottivi – lui ne ha due, adottati entrambi già grandi – Laudadio ha raccontato come la sua famiglia si sia allargata nel tempo, a partire dall’incontro casuale con una ragazza conosciuta durante il ricovero ospedaliero della figlia. Diventata maggiorenne e priva di una rete familiare, la ragazza rischiava di ritrovarsi in mezzo a una strada: «La domanda al direttore è stata: ma se non la prendo io a casa mia, che cosa fa questa ragazza? “Io ho finito”, mi ha risposto. E’ una cosa folle: ma non è un problema del direttore, è un problema della normativa».
Da quella scelta altri arrivi sono seguiti, come quello del nigeriano Stanley, che è entrato in casa loro a 27 anni: e il metodo è semplice, almeno sulla carta: “La regola del sì”. E’ dal libro di Ernesto Oliviero, il fondatore del Sermig, che trae la chiave di lettura della propria disponibilità: «Impariamo a dire sì. Se uno ci domanda qualcosa, rispondere sì cambia la situazione, almeno a quella persona. È difficile, è faticoso, non lo si può fare sempre. Ma si può provare».
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