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Dal Foro Mussolini ai campi di prigionia polacchi, a Castronno il racconto dell’anno olimpico che non ci fu con il libro di Tedeschini Lalli

Sala piena a Materia Spazio Libero per il debutto pubblico de «Le Olimpiadi del 1944. Gare e guerra da Roma ai lager tedeschi» (Neri Pozza). L'autore ha dialogato con Enzo Laforgia

materia mario tedeschini lalli

C’è un giornale del 16 luglio 1944 che spiega meglio di ogni introduzione di cosa si è parlato martedì sera a Materia Spazio Libero, a Castronno. In prima pagina il Corriere di Roma dà conto della Quinta Armata a meno di dieci chilometri da Livorno, dell’avanzata alleata in Normandia e del primo Consiglio dei ministri della Roma liberata, il secondo governo Bonomi, riunito dalle dieci del mattino alle sette di sera anche per discutere di liquidazione del fascismo. In quarta pagina, nella cronaca cittadina, una notizia molto più piccola: gli atleti alleati allo stadio del Foro d’Italia.

Da lì è partito Enzo Laforgia, assessore alla Cultura del Comune di Varese, nel dialogo con Mario Tedeschini Lalli, giornalista per anni ai vertici dell’innovazione digitale del Gruppo Editoriale L’Espresso e autore de «Le Olimpiadi del 1944. Gare e guerra da Roma ai lager tedeschi», appena uscito per Neri Pozza. Quella di Castronno è stata la prima presentazione pubblica del volume, organizzata in collaborazione con l’Anpi sezione di Varese e accolta da un pubblico più numeroso del previsto.

A introdurre la serata è stato il direttore di VareseNews Marco Giovannelli, un ringraziamento è andato anche a Piero Vittorio Buffa, l’amico e collega che convinse l’autore a trasformare in libro quella che doveva restare una ricerca minore.

Il Foro Mussolini diventa un centro ricreativo americano

Il 1944 sarebbe dovuto essere anno olimpico, e non un anno qualsiasi: il cinquantenario della proclamazione delle Olimpiadi moderne, avvenuta alla Sorbona il 24 giugno 1894. Roma si era candidata a ospitare i Giochi e nel 1939, nell’ultima riunione del Comitato olimpico internazionale prima della guerra, aveva perso contro Londra. Il palcoscenico era pronto: il Foro Mussolini, oggi Foro Italico, con lo Stadio dei Marmi, il Palazzo delle Piscine, lo stadio del tennis, l’obelisco di diciotto metri in marmo di Carrara con la scritta Mussolini Dux, ancora oggi al suo posto.

Gli alleati entrano a Roma tra il 4 e il 5 giugno del 1944. Il 14 giugno, dieci giorni dopo, prendono possesso del Foro per farne il centro ricreativo della Quinta Armata e poi dell’intero esercito americano. E lì decidono di organizzare grandi gare interalleate di atletica e nuoto, aperte a tutto il teatro mediterraneo, con atleti che arrivano da Casablanca fino a Cipro. Non si gareggia per nazionalità ma per area di impiego: la Quinta Armata, l’Ottava, il Nord Africa, la base di Napoli. Ufficialmente si chiamano campionati interalleati, ma i settimanali delle forze armate americane, il quotidiano delle truppe britanniche e i giornali canadesi le raccontano per quello che tutti sapevano fossero: le Olimpiadi alleate.

«Io sono romano, al Foro Italico andavo a pattinare da bambino e facevo lezione di nuoto nella stessa piscina dove si allenavano i nuotatori americani, e non ne sapevo nulla», ha raccontato l’autore.

La doppia vittoria di Willie Steele

Tra i vincitori c’è Willie Steele, promessa del salto in lungo negli Stati Uniti prima della guerra, afroamericano. Si era arruolato sperando di entrare nell’unica unità aerea afroamericana esistente; finisce invece in un campo di addestramento per artiglieri, poi nella guerra chimica, poi in Nord Africa e infine nella sacca di Anzio. Da lì viene prelevato e portato a Roma, dove vince il salto in lungo e il salto in alto e arriva quarto nei 110 ostacoli. Quattro anni dopo vincerà l’oro alle Olimpiadi di Londra.

Attorno a lui Tedeschini Lalli ha ricostruito il nodo più politico del libro. L’esercito americano del 1944 è un esercito segregato, che porta in Europa la libertà mentre in patria vige il principio separate but equal. Dalla stampa afroamericana nasce la campagna della Double V, la doppia vittoria: contro il fascismo fuori e contro il segregazionismo dentro. Un giornale di Baltimora pubblica una vignetta in cui un soldato davanti al Colosseo annuncia libertà e democrazia a Rome, Italia, mentre sotto un razzista, accanto a un uomo nero impiccato a un albero, avverte di non portare quella roba a Rome, in Georgia. Il centro di riposo del Foro Italico, ha scoperto l’autore, fu una delle pochissime strutture americane completamente integrate: si dormiva, si nuotava e si visitava la città insieme.

Le medaglie, a Roma, erano orologi. Charlie Oda, nippo-americano delle Hawaii, ne vinse sei e finì per spedirli ai parenti, non sapendo cosa farsene.

Losanna, Vichy e il cavalleggero di Saltrio

Mentre a Roma si gareggia, il cinquantenario viene celebrato anche altrove. A Vichy, nelle ultime settimane del regime collaborazionista, con una cerimonia nell’anfiteatro della Sorbona a Parigi. A Losanna, sede del Cio dove Pierre de Coubertin aveva spostato il Comitato durante la Prima guerra mondiale, con un giubileo ufficiale, manifesti, gare tra atleti svizzeri (l’alzabandiera di quelle gare è l’unica immagine del libro, in copertina) e un delicato gioco diplomatico con i dirigenti sportivi tedeschi, arrivati in massa e cortesemente relegati in seconda fila.

Ma a Losanna succede anche altro: per tutta l’estate si svolgono corsi sportivi per internati militari e quelle che i partecipanti chiamano le mini olimpiadi degli evasi dai campi di prigionia. Ci sono americani, belgi, francesi, polacchi, jugoslavi. E anche italiani, ammessi con un voto sei a due dopo una discussione «in stile olimpico», perché nell’estate del 1944 l’Italia era ancora formalmente un nemico. Erano in gran parte militari fuggiti oltre confine dopo l’8 settembre per sottrarsi al reclutamento della Repubblica Sociale.

Ed è qui che compare il varesotto. Incrociando elenchi dell’Archivio federale di Berna, Tedeschini Lalli ha identificato tra quei militari un giovane di Saltrio: Giovanni Sartorelli, nato nel 1921, ventidue anni all’epoca, arma di cavalleria. Della sua storia non si sa altro, nemmeno se abbia passato il confine da solo. Nel libro il nome del paese è finito stampato per errore come Sultrio, sfuggito all’autore e agli editor, e l’autore ne ha chiesto scusa proprio davanti al pubblico varesino. La pista, ha detto, è stata riaperta in treno lo stesso pomeriggio, con qualche mail spedita in giro.

Non sono gli unici agganci locali della serata. Laforgia ha ricordato Augusto Turati, il segretario del Partito nazionale fascista che integrò il Coni nel partito e che Piero Chiara raccontò nel «Povero Turati», e Charles Poletti, il rappresentante alleato figlio di emigrati varesini che arrivò in città nell’aprile del 1945 e ne ricevette la cittadinanza onoraria.

I giochi dietro il filo spinato

La parte più sorprendente del libro è quella ambientata nei lager tedeschi. A Woldenberg e a Gross Born, in quella che allora era Pomerania orientale e oggi è Polonia, gli ufficiali polacchi catturati nel settembre 1939 restano prigionieri fino alla primavera del 1945. In quanto ufficiali, per la convenzione di Ginevra, non possono essere obbligati a lavorare: si organizzano corsi universitari poi riconosciuti dagli atenei polacchi, biblioteche da ventiduemila volumi, giornali scritti a mano e appesi in bacheca.

Nel 1944 decidono che le solite gare del campo diventino qualcosa di più. Litigano, perché i puristi obiettano che non si possono fare Olimpiadi tra soli polacchi, e trovano il compromesso di chiamarle «i giochi dell’anno olimpico». Si fabbricano una bandiera, stampano francobolli e annulli filatelici per la posta interna al campo, emettono biglietti d’ingresso per il pubblico. A Gross Born coniano medaglie di carta pressata a rilievo, a Woldenberg premiano con diplomi vergati a mano. Salto con l’asta e tiro con l’arco restano vietati, per ragioni facilmente intuibili.

Una fotografia aerea del campo di Gross Born, scattata nell’agosto del 1944 da un Mosquito britannico in ricognizione alla ricerca delle fabbriche dei razzi V2, è stata proiettata in sala: pochi giorni prima, là sotto, si erano chiusi quei giochi.

Ancora prima, nel 1940, in un campo per truppa a Langwasser presso Norimberga, altri prigionieri polacchi avevano organizzato gare del tutto clandestine, con la complicità di un infermiere tedesco alsaziano di madre polacca. Saltavano in lungo sui canali che dividevano le sezioni del campo e inventarono una gara dei cinquanta metri a rana, saltellando, cioè imitando la punizione che le guardie infliggevano loro. Il sergente più temuto vide la scena, chiese cosa stesse succedendo, si sentì rispondere che stavano scontando una punizione e finì per incitarli. Vinse un polacco, medaglia d’oro.

Chi aveva organizzato quei giochi riuscì poi a fuggire portando con sé bandiera, gagliardetti con il filo spinato ricamato intorno e i bozzetti dei manifesti. Nascose tutto a Varsavia, in casa della madre. Entrò nella Resistenza, partecipò alla rivolta, i tedeschi rasero al suolo la città e anche quella casa. Tornato tra le macerie, ritrovò gran parte del materiale in una cassetta, mezzo bruciacchiato. Oggi è esposto al Museo dello sport e del turismo di Varsavia.

Storia costruita con le storie

«Tengo molto alla storia costruita con le storie», ha detto Tedeschini Lalli, che per arrivare al figlio di Willie Steele, oggi in una casa di riposo in California, ha combinato amicizie, contatti nati in rete e infine un aereo. Quindici anni di ricerche partite da una richiesta che a cena, allora, gli era sembrata bizzarra: un amico americano che voleva visitare i luoghi delle Olimpiadi di Roma del 1944.

Il libro non contiene fotografie, tranne quella di copertina. Tutto il materiale iconografico, che secondo l’autore vale almeno un quarto delle fonti utilizzate, è raccolto nel sito di accompagnamento olimpiadi1944.it, diviso per capitoli.

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Pubblicato il 08 Settembre 2026
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