Il Grand Hotel Campo dei Fiori riapre le sue stanze: centinaia di visitatori con il FAI Giovani

Per la prima volta il percorso ha raggiunto anche le camere del primo piano dello storico albergo varesino. Visite per tutta la giornata alla scoperta degli ambienti, delle storie e dei dettagli del capolavoro liberty di Giuseppe Sommaruga

Porte aperte al Grand Hotel Campo dei Fiori

Centinaia di persone sono tornate sabato 12 settembre a varcare la soglia del Grand Hotel Campo dei Fiori, uno dei luoghi più affascinanti e misteriosi di Varese. Per tutta la giornata i volontari del FAI Giovani hanno accompagnato i visitatori all’interno dello storico albergo chiuso da decenni, con una particolarità importante: il percorso di visita ha raggiunto anche le stanze del primo piano. Un’occasione rara per entrare ancora più in profondità nella storia dell’edificio progettato dall’architetto Giuseppe Sommaruga, uno dei protagonisti del Liberty lombardo, la cui prima pietra venne posata nel 1910 e che fu inaugurato nel 1912.

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La visita parte dal paesaggio. Il Campo dei Fiori che oggi conosciamo, ricoperto in gran parte dal bosco, all’inizio del Novecento era molto diverso: grandi prati si aprivano davanti all’albergo e lasciavano libera la vista verso Varese e il lago. È proprio in questo scenario che nacque l’idea di costruire un grande hotel destinato alla nuova borghesia milanese, alla ricerca di un modo di villeggiare diverso da quello della tradizionale aristocrazia delle ville sui laghi.

Il Grand Hotel faceva parte di un sistema turistico sorprendentemente moderno. Da Milano si poteva arrivare in treno a Varese, proseguire in tram e poi salire al Campo dei Fiori con la funicolare. Nei mesi più freddi l’ultimo tratto poteva essere affrontato addirittura in slitta. Poco distante sorgeva il ristorante Belvedere, pensato anche per accogliere gli ospiti esterni all’albergo.

Entrando nell’edificio, nonostante i decenni di abbandono, sono ancora numerose le tracce della sua stagione d’oro. Le visite hanno attraversato le cucine, dove restano grandi strutture in ghisa, attrezzature introdotte negli anni successivi e curiosità come una macchina elettrica per pelare le patate. Poi gli spazi comuni, la reception e soprattutto la monumentale “Scalea”, con le decorazioni in ferro battuto realizzate da Alessandro Mazzucotelli: un intreccio di linee morbide e motivi floreali che accompagna la scala fino ai piani superiori.

Ed è proprio salendo al primo piano, aperto eccezionalmente in questa occasione, che il Grand Hotel mostra un volto ancora diverso. Le camere raccontano cosa significasse davvero “villeggiare” all’inizio del Novecento. Non brevi soggiorni, ma intere stagioni trascorse in albergo, spesso da giugno a settembre, portando con sé famiglia, governanti, camerieri e personale privato. Per questo le stanze potevano essere organizzate quasi come piccoli appartamenti diffusi lungo i corridoi.

In alcuni ambienti sono ancora riconoscibili elementi originali: pavimenti, carte da parati, mobili e decorazioni. Una delle camere conserva un grande armadio con specchiera adattato alla forma circolare della stanza, mentre dalle finestre si comprende immediatamente quale fosse uno dei principali motivi del successo dell’hotel: il panorama sulla pianura e sul lago di Varese, allora ancora più aperto per l’assenza degli alberi cresciuti nei decenni successivi.

Ad accompagnare il percorso sono state anche le testimonianze della famiglia Soldati, che per anni custodì il Grand Hotel e visse al suo interno. I ricordi raccontano la macchina nascosta dietro il lusso: giornate che iniziavano alle cinque del mattino, fornitori da coordinare, cucine, cantine, camere e richieste degli ospiti da soddisfare fino a tarda notte. Ma tra quelle mura non mancano nemmeno storie da romanzo.

Nel 1959, proprio in una delle camere oggi inserite nel percorso, avvenne un clamoroso furto di gioielli ai danni di una cliente dell’albergo. Dopo settimane di indagini il responsabile venne individuato nel barman, che aveva nascosto i preziosi in un contenitore dello zucchero dietro il bancone del bar, lasciandoli per quaranta giorni praticamente sotto gli occhi di tutti.

La storia del Grand Hotel attraversò anche gli anni della guerra, quando l’edificio venne utilizzato come struttura per accogliere feriti, prima di tornare alla propria funzione alberghiera. Ma il turismo stava cambiando. L’automobile, le gite fuori porta e nuovi modi di trascorrere le vacanze resero sempre più difficile sostenere quel modello di villeggiatura. Negli anni Sessanta chiuse anche la funicolare e nel 1968 il Grand Hotel cessò definitivamente l’attività. Da allora l’edificio è rimasto sospeso nel tempo, attraversando decenni di abbandono, vandalismi e anche alcune produzioni cinematografiche che ne hanno modificato parte degli ambienti.

Le aperture organizzate dal FAI permettono oggi di tornare periodicamente dentro quelle mura. E quella di sabato ha aggiunto un nuovo tassello: l’apertura delle camere del primo piano, che ha permesso alle centinaia di visitatori arrivati durante tutta la giornata di avvicinarsi ancora di più alla vita quotidiana del Grand Hotel. Non soltanto un monumento Liberty, dunque, ma una piccola città sulla montagna: con cucine, personale, saloni, camere, ascensori, ristoranti e una rete di trasporti che oltre un secolo fa portava direttamente da Milano fino alle porte dell’albergo. Un mondo scomparso che, per qualche ora, ha riaperto le sue stanze.

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Manuel Sgarella
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Pubblicato il 12 Settembre 2026
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