“Quando cadono le bombe cessano le parole”: a Materia l’arte prova a rompere l’assuefazione alla guerra
Con gli artisti Claudio Benzoni e Fausto Bianchi e l'assessore alla cultura di Varese Enzo Laforgia si è aperta la tre giorni dedicata ai conflitti. Al centro la mostra di Villa Mirabello, arrivata anche nello spazio di via Confalonieri
Riparte dalla guerra, e da ciò che l’arte può fare di fronte alla guerra, la programmazione di Materia Spazio Libero a Castronno. La serata di martedì 1 settembre, “Giù le armi. Arte, memoria e responsabilità“, ha inaugurato una tre giorni dedicata ai conflitti che proseguirà mercoledì con “Guerra profonda”, sulla nuova frontiera degli hacker e della disinformazione, e che si inserisce in un ciclo che negli ultimi mesi ha portato nello spazio di via Confalonieri testimoni diretti di ciò che accade nelle terre devastate dai combattimenti, dalla Palestina in avanti.
Ospiti della serata i due artisti protagonisti della mostra promossa dal Comune di Varese a Villa Mirabello, Claudio Benzoni e Fausto Bianchi, insieme all’assessore alla cultura Enzo Laforgia. Una selezione delle opere è arrivata anche a Materia: le tavole di Bianchi e il grande telo di Benzoni con l’articolo 11 della Costituzione, nell’idea, ha spiegato Laforgia, di far uscire l’esposizione dallo spazio canonico del museo perché “quando si procede al disallestimento l’esperienza in qualche modo si conclude”.
“Non siamo un paese in pace”
L’assessore ha raccontato la genesi della mostra, “la più veloce mai allestita nella storia del Comune di Varese”: uno spazio disponibile per un tempo limitato, il mese di agosto, e l’urgenza di intervenire su un tema con cui “dobbiamo fare i conti quotidianamente”. Ha poi rovesciato la premessa con cui si era aperta la serata: “Non siamo un paese in pace, non lo siamo mai stati, non lo siamo nemmeno costituzionalmente, perché la guerra è prevista dalla nostra Costituzione. Ci ricordiamo solo l’articolo 11, ma ce ne sono altri due che parlano del dovere di difendere la patria”. E non è vero, ha aggiunto, che dal 1945 in Europa non si è combattuto: “Abbiamo rimosso la terribile guerra decennale dei Balcani”.
La novità di oggi, secondo Laforgia, è che “il livello di inibizione si è abbassato” fino alla prospettiva dell’uso di armi nucleari e al ritorno dell’idea “che la guerra è un’opzione”, mentre la politica “è stata messa da parte pensando che aumentando il peso delle armi si possa ridurre l’efficacia della guerra”. Un lungo intervento che ha attraversato il linguaggio (“siamo circondati da monumenti non ai morti in guerra ma ai caduti”, “gli israeliani vengono uccisi, i palestinesi muoiono”), la storia del Ministero della Difesa nato nel 1947 dall’unificazione dei dicasteri di guerra, marina e aeronautica guidati da Mussolini, le utopie di una costituzione mondiale da Kant a Giuseppe Antonio Borgese fino a Luigi Ferrajoli, il dibattito di Bobbio sulla “guerra giusta” all’epoca della prima guerra del Golfo. Fino alle guerre di oggi, che “non hanno più eroi” e che a Gaza “hanno assunto la dimensione della caccia”, con software di intelligenza artificiale che indicano il bersaglio. “Le piazze piene vanno bene, ma sono scariche emotive senza risposte politiche. Manca un’idea politica forte intorno a cui ricompattarci”. Agli artisti, ha concluso, non chiede soluzioni: “Abbiamo aperto una finestra alla riflessione, niente di più. Ma se iniziamo a discutere pacatamente, di questi tempi mi sembra già una grossa conquista di civiltà”.

Benzoni: i libri uccisi e le parole tagliate
“La guerra è il fallimento dell’intelligenza, non abbiamo mai visto persone intelligenti fare la guerra”, ha esordito Claudio Benzoni, che ha costruito il suo lavoro attorno alle parole: “Quando cadono le bombe cessano le parole. E allora usiamo le parole e rilanciamole come grido urgente, come resistenza”. Da qui i libri bianchi trafitti da punte di metallo, “uccisi come si uccide una persona con un’arma da taglio: perdono il loro sangue, che sono le parole”, e le composizioni con parole spezzate, tagliate, o disposte in andamento bustrofedico, da sinistra a destra e ritorno, “per costringere l’occhio a leggere lentamente, perché se leggiamo lentamente comprendiamo meglio”.
Lo stesso vale per lo striscione con l’articolo 11: “I padri costituenti hanno scelto il termine ripudia, non un termine possibilista. Ripudiare la guerra vuol dire anche non costruire armi, non produrre armi, non vendere armi”. Tra le opere anche un bossolo conficcatosi nel muro di una casa di Amman durante il Settembre nero del 1970 e un pugnale delle milizie fasciste degli anni Trenta, racchiuso nella resina “per renderlo inoffensivo, ma per ricordare”. L’artista, secondo Benzoni, “non deve essere prevedibile, deve essere provocatorio”, come Goya con il sonno della ragione o Picasso con Guernica, dove “non si vedono gli aerei né la città distrutta”. La sua proposta: “Mettere su ogni muro della città uno stop war. Bisogna ricordarlo costantemente che le guerre non sono una soluzione”. Nel suo intervento anche un giudizio durissimo sul governo israeliano, accusato di voler “cancellare l’identità di un popolo”, e sul silenzio del governo italiano.
Bianchi: la propaganda è l’arma che muove la mano
Fausto Bianchi ha invece messo al centro la propaganda: “La politica decide, l’industria bellica costruisce le armi, ma la propaganda motiva la mano che le imbraccia e fa dell’altro un nemico da disumanizzare”. Un’informazione “corrotta” perché al servizio di interessi geopolitici e finanziari, ha detto, che finirà per “ridurre le nostre libertà ed erodere lo stato sociale, privilegiando una sicurezza militarizzata rispetto a quella data dai diritti e dai servizi”. Ha citato chi sull’Economist ha scritto che i militari andrebbero mandati in Ucraina “per farsi lo stomaco alla guerra” e chi su Repubblica ha invocato per i giovani europei “lo spirito guerriero”: “Cose che potrebbero essere scritte sui muri del Ventennio, senza nessuna reazione”. Di fronte a questo, ha ammesso, prova “un sentimento di odio che attraverso l’immagine si stempera, perché non voglio assumere l’abito dell’odio che ispira le persone che voglio contrastare”. Le sue opere vogliono “aprire finestre sulla realtà” senza imporre un punto di vista, contro la “pigrizia mentale” di una comunicazione usurata e inflazionata. E con una nota amara sul mondo della cultura: “Nel ceto intellettuale non vedo questa grande reazione. Forse ciascuno ha paura di compromettere le proprie opportunità di carriera”.
La serata si è chiusa con il ricordo della risposta di Picasso a chi gli chiedeva se Guernica l’avesse fatta lui: “No, l’avete fatta voi”. E con l’invito a non abituarsi mai ai numeri, “perché ogni numero è una storia, una famiglia, un padre, una madre”. Gli appuntamenti a Materia proseguono nei prossimi giorni.
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