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«Storia costruita con le storie, le Olimpiadi del ’44». Intervista a Mario Tedeschini Lalli

Una richiesta a cena che sembrava assurda, quindici anni di ricerche tra Stati Uniti, Svizzera e Polonia, un sito con centinaia di fotografie d'epoca: l'autore sarà a Materia martedì e racconta come è nato «Le Olimpiadi del 1944»

Generico 31 Aug 2026

C’è un modo solo per far nascere un libro come questo: non credere a una frase buttata lì a fine cena, e poi andarla a verificare per quindici anni. Mario Tedeschini Lalli, giornalista, per anni ai vertici dell’innovazione digitale del Gruppo Editoriale L’Espresso, oggi autore de Le Olimpiadi del 1944. Gare e guerra da Roma ai lager tedeschi per Neri Pozza, racconta come è nato il libro, il lavoro immenso sulle fonti, il sito che lo accompagna e le prime reazioni dei lettori.

Materia Varesenews

Partiamo dall’inizio. Come nasce questo libro?

«Nasce perché un amico di un amico viene a cena a casa mia una quindicina di anni fa e mi chiede di visitare i luoghi delle Olimpiadi di Roma del ’44. Mi è sembrata una richiesta un po’ idiota, all’epoca. Ho cercato di essere cortese e lì è finita la cosa. Poi però mi ha incuriosito, e scavando, facendo anche delle ricerche negli Stati Uniti, molto online, ho scoperto che in effetti c’erano state delle importanti gare interalleate a Roma, nell’estate del ’44, e che venivano interpretate, da tutti i partecipanti e dalla stampa alleata dell’epoca, anche se non ufficialmente, come le “Olimpiadi alleate”. Il mio amico lo sapeva perché suo zio vi aveva partecipato».

E da lì come si è allargata la ricerca?

«Dopo qualche anno ho ripreso la storia e ho scoperto che in realtà ci sono state anche altre iniziative, ispirate dal fatto che il ’44 sarebbe stato un anno olimpico, e in particolare il cinquantenario della proclamazione delle Olimpiadi moderne. Così ho scoperto una cerimonia a Vichy nelle ultime settimane di sopravvivenza del regime filotedesco, la celebrazione del giubileo a Losanna, quindi in un paese neutrale, e persino delle gare organizzate dagli ufficiali polacchi prigionieri di guerra dei tedeschi, in due campi di concentramento in Germania».

Generico 31 Aug 2026

Il libro nasce anche da un imponente lavoro fotografico. Come lo avete ricostruito?

«Nel libro l’immagine, purtroppo, è solo quella di copertina. Ma nel sito di accompagnamento ci sono molte foto, divise per capitolo, ed è di più, perché oserei dire che almeno un quarto, se non un terzo, delle fonti che ho utilizzato sono fonti iconografiche, fotografie d’epoca. Per il giubileo di Losanna ci sono fotografie di fotografi professionisti, distribuite ancora oggi dalle agenzie, un cinegiornale svizzero, e fotografie nelle carte personali di uno dei protagonisti, conservate nell’archivio del Comitato olimpico internazionale. Ci sono le immagini della stampa di guerra, su Stars and Stripes, il quotidiano delle truppe americane, su Yank, il settimanale illustrato modello Life delle truppe americane, e sui giornali inglesi. Esistono persino delle immagini della cerimonia di chiusura dei giochi nel campo di concentramento di Gross Born, oggi Borne Sulinowo, in Polonia, allora in Germania fino alla fine della guerra: foto scattate forse addirittura da un militare tedesco, con le squadre che sfilano, un premiato, l’ufficiale più alto in grado dei prigionieri polacchi che premia un concorrente, e l’alzabandiera. E poi nei musei ci sono i francobolli, le medaglie di cartone, le bandiere con i cinque cerchi create apposta per i prigionieri nei campi. In un archivio degli Stati Uniti ho trovato l’album personale del tenente colonnello, in realtà un avvocato, che inventò e organizzò le cosiddette Olimpiadi alleate di Roma, e c’erano molte fotografie anche lì. Un po’ ho spigolato negli archivi privati di qualcuno».

E le fonti scritte?

«Sul libro non potevano che essere le classiche fonti, quindi una bibliografia, una sitografia. Sul sito invece, attraverso gli hyperlink, si può aprire tantissimo materiale, da video su YouTube a contenuti di RaiPlay, e di tutto e di più».

Quanto tempo ha richiesto tutto questo lavoro?

«È difficile da calcolare. La prima spinta risale addirittura al 2010, poi la ricerca è rimasta dormiente per qualche anno. Volevo farne un progetto minore, poco più della storia che ho raccontato prima. Un collega, molto bravo e molto amico, Pier Vittorio Buffa, mi ha invece spinto a farne un libro. Ho provato con un editore, e Neri Pozza ha accettato la proposta. Da quel momento la ricerca è ripresa: sono tornato negli Stati Uniti, negli archivi, ho intervistato il figlio di uno dei vincitori delle Olimpiadi di Roma, che poi vincerà anche le Olimpiadi del ’48 a Londra. Sono stato a Losanna, all’archivio del CIO. Siamo stati, dico al plurale perché mia moglie è stata molto importante in questa ricerca e mi ha affiancato, in Polonia, sia al museo della storia dello sport di Varsavia sia nei musei dedicati ai due campi di concentramento».

Quanto di questo lavoro si è svolto online?

«Molto, sia per i materiali che si trovano online, sia perché noi vecchi habitué del web, ormai da trent’anni, sappiamo che non è soltanto un deposito di materiali. C’è per esempio l’emeroteca francese online, straordinaria, che è stata preziosa. Ma soprattutto, attraverso il web, la posta elettronica e i social network, Facebook in particolare, è stato possibile ricostruire alcune reti sociali, e arrivare per esempio ai parenti di alcune persone di cui parlo nel libro. Il tentativo di questo libro è stato di tenere insieme la grande storia, perché il ’44 è un anno particolare della guerra: Roma viene liberata, c’è lo sbarco in Normandia, i russi cominciano a premere da est, arrivano alla periferia di Varsavia e poi liberano i Balcani. La grande storia, la storia di questi strani eventi sportivi, e le storie individuali di alcuni protagonisti».

Quanti nomi sono riportati nel libro?

«Per scelta editoriale, l’indice elenca solo i nomi effettivamente citati nel testo. In realtà sono di più, perché spesso e volentieri le persone vengono indicate senza essere citate per nome».

Generico 31 Aug 2026

Come definirebbe questo libro?

«È un bel dilemma. Le librerie probabilmente lo metteranno tra i libri di sport, cosa che tecnicamente non è: io di sport in vita mia mi sono occupato solo casualmente. È certamente un libro di storia, e io tengo molto alla storia costruita con le storie. Per questo il progetto doveva essere, all’inizio, un capitolo di un libro di tante storie diverse, per il quale avevo persino registrato il dominio “storiadistoria”. Sono andato a cercare il figlio di questo atleta afroamericano che vinse due volte a Roma e poi vinse a Londra nel ’48, un signore che vive in una casa di riposo in California. L’ho scoperto grazie in parte ad amici, in parte a contatti creati in rete, e poi ho preso un aereo e sono andato a parlare con lui. Se c’è qualcosa che, sul piano metodologico, una ricerca come questa può confermare, è che non c’è un confine tra una ricerca analogica e una ricerca digitale. La nostra vita è fatta di tutto questo, e quindi se dobbiamo ricostruire una vita, dobbiamo entrare in tutto questo».

Come sta andando l’accoglienza del libro?

«Nella mia rete sociale, in senso ampio, è stata molto positiva, ma è un sondaggio con un bias evidente: se un amico legge il libro e non gli piace, difficilmente me lo dice. Però ci sono state anche delle belle recensioni, alcune molto puntuali, non generiche: un’ottima recensione sul Piccolo di Trieste, poi ripresa da altri giornali del gruppo del Nordest, una su Repubblica, una bella riflessione su Avvenire, sull’Osservatore Romano, sul Corriere della Sera. Il riscontro di stampa, finora, è stato piuttosto buono».

Perché una storia così lontana nel tempo dovrebbe interessarci ancora oggi?

«Per noi italiani la memoria di quel periodo è complicata: una cosa è quella di chi era a nord della linea gotica, un’altra quella del sud, un’altra ancora quella del centro Italia, di Roma in particolare. Siamo abituati a pensare alla campagna d’Italia, dallo sbarco in Sicilia alla liberazione di Roma nel giugno ’44. Ma gran parte dei combattimenti, in quel periodo, avviene altrove: la liberazione di Roma viene celebrata dalla propaganda alleata, ma già il giorno dopo è sovrastata dallo sbarco in Normandia, e il fronte italiano diventa secondario. Che gli alleati abbiano organizzato, proprio in quei mesi, dei campionati di atletica e nuoto nei luoghi che Mussolini aveva preparato per lo stesso anno, ha un senso. Io sono romano: al Foro Italico andavo a pattinare da bambino, facevo lezioni di nuoto nella stessa piscina dove si allenavano i nuotatori americani, e non ne sapevo nulla. Fa parte della vita strana di una regione che ha visto passare la guerra un anno prima del Nord Italia, e che viveva già, psicologicamente, un dopoguerra mentre la guerra faceva ancora tanti morti».

Il sito e le recensioni

Ad accompagnare il libro c’è il sito olimpiadi1944.it, che raccoglie il materiale iconografico diviso per capitoli, quello che nel volume stampato non poteva trovare spazio se non in copertina: fotografie di agenzia, immagini d’archivio del Comitato olimpico internazionale, pagine di Stars and Stripes e Yank, scatti dei campi di prigionia polacchi, cimeli conservati nei musei.

Sullo stesso sito, nella sezione dicono del libro, sono raccolte le recensioni apparse finora, tra cui quella sul Piccolo di Trieste, ripresa dagli altri giornali del gruppo del Nordest, e quella recentemente uscita su L’Unione Sarda, che ha definito il volume «il bel libro» capace di raccontare come la ricorrenza olimpica del ’44 sia stata osservata, sia pure fuori da ogni ufficialità, a Roma, a Parigi, a Losanna e persino nei lager tedeschi.


L’incontro a Materia martedì 8 settembre alle ore 21

L’incontro con Mario Tedeschini Lalli ed Enzo Laforgia è organizzato in collaborazione con Anpi, sezione di Varese. Sarà la prima presentazione ufficiale. 

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Per chi desidera vivere l’esperienza fin dall’inizio, sarà inoltre possibile partecipare al pre-evento «A cena con l’evento», il format di Materia riservato ai soci di Anche Io APS. Un momento informale, dalle 19.30, per incontrare i protagonisti della serata prima dell’inizio dell’incontro, condividere una cena e scambiare idee e racconti in un clima conviviale, anticipando i temi che saranno al centro dell’appuntamento pubblico.

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Marco Giovannelli
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Pubblicato il 08 Settembre 2026
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