Emanuele Fiano a Varese riporta la difficile prospettiva “due popoli, due Stati”. “Vedo un inizio di movimento, ma temo Netanyahu”

L’ex parlamentare del Pd, già presidente della Comunità ebraica di Milano e tra i fondatori di Sinistra per Israele, ospite dei Popolari Varesini ha parlato del futuro del conflitto, delle elezioni israeliane in vista, del rapporto tra sinistra e Paese ebraico, ribadendo l'esistenza di un Israele diverso di cui fidarsi e da sostenere

Emanuele Fiano

«Due popoli, due Stati: possiamo ancora parlarne?». È stata questa la domanda al centro dell’incontro con Emanuele Fiano, ospite dei Popolari Varesini a Varese. L’ex parlamentare del Partito democratico, già presidente della Comunità ebraica di Milano e tra i fondatori di Sinistra per Israele (per «sradicare i pregiudizi antisraeliani che esistono ancora nella sinistra») ha affrontato uno dei nodi più complessi del dibattito sul Medio Oriente: la possibilità di una soluzione politica al conflitto tra israeliani e palestinesi.

Al centro la prospettiva dei Due popoli e due Stati, formula che all’estero mette d’accordo grazie al suo essere vaga, a trent’anni e passa dagli accordi di Oslo.
Forse per questo, Fiano preferisce partire concentrandosi sulla situazione politica interna israeliana, con la sfida all’attuale premier Benjamin Netanyahu, molto contestato (per usare un eufemismo) all’estero ma ancora sostenuto da una parte significativa del popolo israealino.

Secondo la sua lettura, «il 20-21% degli israeliani crede a Netanyahu e al suo partito». A questo consenso si aggiungono i partiti dell’area più radicale rappresentati da figure come Bezalel Smotrich e Itamar Ben Gvir, che Fiano ha ricordato essere stati in passato descritti «dallo stesso Netanyahu come fascisti», prima del loro ingresso nella coalizione di governo.

Una parte dell’opposizione israeliana, ha spiegato Fiano, si è ritrovata soprattutto sulla richiesta di fare chiarezza sulle responsabilità politiche e organizzative legate agli eventi del 7 ottobre 2023. Più complesso invece il consenso attorno alla formula «due popoli, due Stati», che non rappresenterebbe oggi una posizione condivisa da tutta l’opposizione, in particolare dall’area centrista.
Fiano ha ricordato il ruolo dei partiti arabi nella democrazia israeliana, anche se non ha dedicato alcun passaggio ai tentativi di escludere dalla competizione la sinistra che si presenta anche come voce “interetnica”, con candidati arabi ed ebrei (la Corte suprema decide in questi giorni). Ha dedicato ampio spazio anche alle «migliaia di persone» attive nella solidarietà con i palestinesi attraverso le ong, l’altra faccia di Israele che però non ha voce in capitolo in politica.

“Vedo un movimento, anche se leggero, verso la coesistenza”

Rispetto alla possibilità di una soluzione fondata sul riconoscimento reciproco di due Stati, Fiano ha parlato di «un inizio di movimento, leggero in quella direzione». Ha citato anche i contatti con esponenti dell’Olp in Cisgiordania, sostenendo che da parte palestinese esisterebbe ancora una disponibilità verso l’ipotesi «due popoli, due Stati», con «un odio viscerale contro Hamas e l’influenza iraniana».

Tra i nodi irrisolti Fiano ha indicato – rievocando i fallimenti passati e la sfida attuale – quello del ritorno dei profughi palestinesi, che secondo Fiano rappresenterebbe una questione che «gli israeliani non accetterebbero mai nelle dimensioni richieste da alcune posizioni palestinesi», che su questo non sarebbero ancora disposti a piegarsi alla mediazione proposta. «Mi hanno detto anche che non usano la parola genocidio, anche se temono ci si possa arrivare».

Nel suo intervento ha richiamato anche il tema degli insediamenti israeliani nei territori occupati, i cosiddetti coloni, senza però approfondirlo nel confronto pubblico. Eppure proprio questo è un nodo problematico per “Due popoli, due Stati”: i coloni sono passati dai 150mila circa dei tempi di Oslo ai 700mila di oggi, in continua espansione. Tema collegato al controllo effettivo delle aree di Cisgiordania strappate ai palestinesi, anche questo spesso evitato nell’evocare la soluzione dei “due Stati”.

Il timore per le prossime elezioni

Guardando al futuro politico di Israele, Fiano si è detto «fiducioso», ma ha aggiunto di temere ancora il ruolo di Netanyahu.
Secondo l’ex parlamentare, alcune iniziative della comunità internazionale, come le sanzioni o le restrizioni commerciali del Regno Unito nei confronti dei prodotti provenienti dai territori occupati – una linea che pure ha detto di condividere come Sinistra per Israele – «smuovono consenso a favore di Netanyahu».

Nel corso dell’incontro è stato affrontato anche il tema delle posizioni della sinistra internazionale sulla guerra a Gaza e della domanda sul perché molti ambienti progressisti interni non abbiano assunto una posizione più netta contro l’offensiva israeliana. «Il 7 ottobre è stato un trauma anche nelle persone di estrazione progressista», ha risposto Fiano, sottolineando come quell’evento abbia avuto un impatto profondo.

Le “colpe” in Occidente

Rispondendo a una domanda sulla criminalizzazione delle contestazioni globali a Israele, ha criticato quella che definisce una crescente polarizzazione nel dibattito pubblico: «Mi addolora quel che succede nella cultura progressista nel mondo, per fortuna negli Usa si sta facendo autocritica sul Woke».

Su questo punto Fiano si è rifugiato su un caso specifico, «il caso della ristoratrice di Napoli che aveva allontanato una turista israeliana dal locale» dopo averne conosciuto la nazionalità, «senza sapere che era una dirigente dei Democratici che da mesi era in piazza contro Netanyahu» (va ricordato, essendoci stata una denuncia in quel caso, che il giudice ha archiviato il procedimento: nella ricostruzione i due turisti israeliani “non vengono costretti ad allontanarsi dal ristorante in ragione della minaccia o della violenza, comunque non sussistenti, […] ma escono dal ristorante in ragione di una scelta volontaria”).

Infine Fiano ha affrontato il tema delle responsabilità internazionali e delle possibili soluzioni per garantire sicurezza e stabilità. Ha posto una domanda sul ruolo di eventuali forze di interposizione delle Nazioni Unite tra israeliani e palestinesi, ricordando però anche le difficoltà emerse in passato, citando il caso della missione Unifil in Libano e osservando che, nonostante la presenza internazionale, «Hezbollah ha potuto continuare ad armarsi», addossando dunque alle autorità internazionale una responsabilità nella successiva invasione israeliana.

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Roberto Morandi
roberto.morandi@varesenews.it

Fare giornalismo vuol dire raccontare i fatti, avere il coraggio di interpretarli, a volte anche cercare nel passato le radici di ciò che viviamo. È quello che provo a fare a VareseNews.

Pubblicato il 01 Ottobre 2026
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