Il neuropsichiatra Pitillo lascia il Del Ponte dopo 30 anni: “E pensare che a Varese pensavo di fermarmi poco”

Il suo saluto ripercorre la crescita del servizio e il cambiamento di Varese. Arrivato con «le valigie pronte», non ha mai comprato casa. Lascia un reparto di degenza che ha contribuito a far nascere e la sensazione che i varesini «non sappiano vedere il bello che hanno attorno»

neuropsichiatria infantile

Doveva restare due o tre anni, il tempo di una prima esperienza e di un possibile avanzamento di carriera. Ne sono passati quasi trenta. Il dottor Gianni Pitillo, neuropsichiatra infantile dell’ospedale Del Ponte di Varese, lascia il servizio per raggiunti limiti di età. Lo fa con un saluto che è insieme il racconto di una carriera, di un reparto e di una città che, dice, «è cambiata moltissimo».

L’arrivo a Varese

Pitillo arrivò a Varese pochi anni dopo la specializzazione. All’epoca la città era sede staccata dell’Università di Pavia e nei concorsi della neuropsichiatria infantile c’erano possibilità di far carriera universitaria. Il primario era il professor Umberto Balottin, con un’équipe molto ridotta per un servizio che copriva la città e il nord della provincia.

Divenne subito responsabile del servizio di Luino, continuando però a lavorare anche negli ambulatori di Varese. Dopo qualche anno, con l’impegno cresciuto, chiese di occuparsi solo dell’attiivtà al Del Ponte.

Quando il prof  Balottin tornò a Pavia, la guida passò al dottor Piccinelli. In quegli anni Pitillo fu il primo a occuparsi delle consulenze richieste dai reparti: poco dopo il suo arrivo, la neonatologia si spostò dal Circolo al Del Ponte, con la necessità di seguire neonati e prematuri, e a questo si aggiunsero le consulenze per la pediatria e, con l’apertura del punto di primo intervento, quelle in urgenza. «Dimostravamo la nostra capacità e vedevamo crescere la richiesta anche da altre parti della provincia e della regione».

Un servizio che cambia

Il servizio era nato come realtà dell’allora Asl, ospitata in ospedale, e poi è diventato ospedaliero. «Per noi non è cambiato nulla-  racconta – perché eravamo già in ospedale e facevamo le consulenze nei reparti».

Il lavoro è cresciuto per rispondere ai bisogni dei minori e di un ospedale sempre più grande, con un bacino che si è esteso anche al sud della provincia. Con la crescita del numero dei medici è arrivata la specializzazione dell’equipe: chi si occupava di epilettologia, chi di disturbi neurologici come le cefalee, tutti di psichiatria, allora meno rappresentata di oggi. È arrivato poi un giovane collega da Pavia, il professor Cristiano Termine, oggi responsabile del servizio e docente di neuropsichiatria infantile, che ha dato impulso all’area dei disturbi specifici dell’apprendimento.

Il reparto di degenza

Una volta bandito il concorso, arrivò a Varese il dottor Giorgio Rossi.  Tra i progetti, si discuteva da tempo del reparto di degenza, che ha avuto una gestazione lunghissima, soprattutto per ragioni economiche. Varese è stato il quinto in Lombardia, con dieci posti letto, che all’epoca sembravano più che sufficienti. «Oggi – spiega – non bastano, nemmeno considerando l’apertura di nuovi reparti in Lombardia».

L’apertura del reparto ha portato in ospedale patologie psichiatriche a cui prima era difficile dare risposta: disturbi del comportamento alimentare, che richiedono ricoveri lunghi, aggressività verso sé e verso gli altri,  un forte aumento di patologie, che da studente, aveva appreso come rare negli adolescenti, come il disturbo borderline di personalità. «Non perché siamo diventati più bravi a diagnosticarle: sono proprio aumentate. Il Covid non ha creato il disagio, ma lo ha reso più visibile. Semplificando molto, chi prima non chiedeva aiuto ha cominciato a chiederlo, e i genitori, a stretto contatto con i figli, si sono accorti del loro malessere».

Una città che cambia

«Arrivai in una città spenta». Pitillo veniva da Pavia, città universitaria con teatri e molti cinema, e a Varese, ventinove anni fa, non trovava nulla da fare: poche librerie e rari locali aperti la sera. «Per questo non ho mai comprato casa: pensavo di andarmene velocemente».

Poi la città è cambiata: i baretti, l’aperitivo, un clima culturale più vivace, e soprattutto l’università, che ha portato giovani e vivacità.

Non tutto, però, è migliorato: «I varesini hanno ancora difficoltà ad accettare chi viene da fuori. Quando lavoravo a Luino c’era chi non voleva che mi occupassi dei suoi figli perché ero meridionale. Oggi, la diffidenza non è più tanto verso i meridionali ma verso gli extracomunitari».

Il difetto dei varesini

Il suo giudizio sulla città è affettuoso ma severo. «I varesini dicono sempre che non c’è niente da fare e che è meglio andare a Milano o a Busto. Non è vero. Dovrebbero vedere la città con i miei occhi, di uno che l’ha vista cambiare in trent’anni. Cominciamo a godere di quello che questa città offre, perché non ha solo dai bei paesaggi». Il limite è «non riconoscere il buono che c’è. Ma probabilmente non è un difetto solo varesino. Ha a che fare con gli italiani in generale».

Cosa gli mancherà

Lascia la città con serenità: «Una pagina si chiude e un’altra si apre». Gli mancheranno le persone e gli amici, che passerà a trovare e per i quali sistemerà la stanza degli ospiti nella sua terra: è lucano e vuole far conoscere la Basilicata.

Gli mancherà, con una certa sorpresa, un’abitudine dei varesini che a prima vista può sembrare banale: la passeggiata del sabato lungo il Corso. «È un modo per incontrare persone che non vedi da tanto tempo, è quel che succede in ogni piccola città, ma qui piace molto. Mi mancherà incontrare i pazienti che si sorprendono vendendomi senza camice».

Non gli mancherà invece il lavoro: «È il momento di far lavorare i più giovani. Ho quasi 68 anni, le arterie si induriscono e arriva, con l’età, anche la tentazione di pensare che quel che faccio io sia fatto bene e quel che fai tu no. Mi tolgo da questa dinamica».

Il suo mestiere, aggiunge, si è fatto sempre più complesso e si fa in équipe, con infermieri, assistenti sociali e rete sul territorio, non da soli in uno studio: «Bisogna imparare a farsi avanti quando serve, ma anche a lasciare quando è il momento, e soprattutto a capire qual è il momento. Ora ho un’altra persona di cui occuparmi: me stesso».

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Pubblicato il 03 Ottobre 2026
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