Scuola e imprese “Si può fare”: a Villa Recalcati il bilancio del progetto che cambia l’orientamento
Ferraris e Newton hanno lavorato insieme a Yop, Neos e Ficep per portare problemi e competenze del mondo del lavoro dentro la didattica. Oltre 600 persone coinvolte nella fase di ricerca. Bonometti: «La parola chiave è corresponsabilità educativa»
Si può fare? Sì. Ma a una condizione: scuola e mondo delle imprese devono imparare a dialogare di più, conoscersi e assumersi insieme la responsabilità di costruire nuovi percorsi per la formazione dei giovani, futuri lavoratori e cittadini.
È il messaggio emerso questa mattina a Villa Recalcati, dove sono stati presentati i risultati del progetto di ricerca-azione “Si può fare”, promosso dall’Ufficio scolastico territoriale di Varese insieme all’Università dell’Insubria.
Un progetto che ha provato a ribaltare uno schema consolidato. Questa volta, infatti, le aziende non sono entrate nelle scuole semplicemente per incontrare gli studenti e raccontare professioni e opportunità di lavoro. Il primo confronto è avvenuto con i docenti, chiamati a lavorare insieme ai rappresentanti delle imprese per individuare obiettivi comuni e nuovi approcci didattici.
Solo successivamente sono entrati in gioco gli studenti, ai quali sono state proposte sfide concrete provenienti dal mondo aziendale, trasformando le normali attività curricolari in esperienze di orientamento.
Sedici mesi per costruire un nuovo modello
Il progetto si è sviluppato nell’arco di sedici mesi, da ottobre 2024 a gennaio 2026, con l’obiettivo di dare una traduzione concreta alle indicazioni ministeriali sui moduli di orientamento di almeno 30 ore annue. L’idea di fondo è superare la logica degli interventi episodici, inserendo l’orientamento e le competenze trasversali direttamente nei programmi e nelle materie scolastiche.
La sperimentazione ha coinvolto due scuole di Varese, il Liceo scientifico Ferraris e l’Istituto tecnico Newton, e tre aziende molto diverse tra loro: l’agenzia di comunicazione Yop, la compagnia aerea Neos e Ficep, impresa specializzata nella meccanica e negli impianti industriali.
Prima della sperimentazione è stata realizzata un’analisi dei bisogni che ha coinvolto oltre 600 persone tra studenti, docenti e referenti aziendali. Il quadro emerso ha indicato un’esigenza condivisa: ridurre la distanza tra formazione e realtà, dando più spazio alle attività pratiche, alla soluzione di problemi concreti e al contatto con il mondo del lavoro.
Dalla comunicazione alle rotte aeree, fino all’automazione industriale
Le collaborazioni hanno preso forme differenti a seconda degli indirizzi scolastici e delle aziende coinvolte.
Al Ferraris, gli studenti hanno lavorato con Yop simulando una vera commessa professionale: progettare un nuovo piano di comunicazione e un restyling visivo per l’istituto.
Con Neos, invece, la didattica ha incrociato il mondo dell’aviazione. Chimica, matematica e inglese sono state messe alla prova su temi come la sostenibilità dei carburanti aeronautici, la simulazione geometrico-analitica delle rotte e lo studio in lingua originale della manualistica e dei protocolli di sicurezza.
Al Newton, gli studenti dell’indirizzo elettronico hanno lavorato insieme ai tecnici di Ficep allo sviluppo del prototipo di un sistema di automazione e controllo tramite Plc per una pressa industriale. Un’attività che li ha portati a confrontarsi con problemi reali, dalla sicurezza alla gestione del ciclo macchina.
Le aziende: «Anche noi dobbiamo conoscere meglio la scuola»
Nel corso dell’incontro a Villa Recalcati il punto di vista delle imprese ha fatto emergere uno degli aspetti forse meno scontati della sperimentazione: l’orientamento non riguarda soltanto gli studenti. Anche le aziende hanno dovuto imparare a conoscere meglio il funzionamento e i percorsi formativi della scuola.
Per Ficep, il progetto è stato l’occasione per comprendere più a fondo la formazione scolastica e interrogarsi su come le imprese possano mettere a disposizione competenze e tecnologie. L’obiettivo non è soltanto trasmettere strumenti tecnici: i ragazzi devono poter comprendere la complessità di un’azienda, che non coincide con il prodotto finale ma comprende filiera, organizzazione, sostenibilità ed equilibrio economico.
Un concetto ribadito anche da Marcello Vitella di Yop, che ha richiamato il tradizionale divario tra ciò che le aziende chiedono e ciò che il sistema formativo riesce a costruire. L’esperienza di “Si può fare” ha però mostrato come la responsabilità non possa essere attribuita soltanto alla scuola: anche le imprese devono fare una parte del percorso al suo fianco.
Tra gli aspetti sui quali resta maggiore spazio di crescita ci sono soprattutto le soft skill. Se sul problem solving i ragazzi hanno mostrato buone capacità, competenze come il public speaking, la comunicazione e la capacità di relazionarsi rappresentano un terreno sul quale continuare a lavorare.
Neos: curiosità, entusiasmo e capacità di lavorare insieme
Per Neos, compagnia aerea attiva da 25 anni, entrare nella scuola significa anche mostrare agli studenti che cosa esiste “dietro le quinte” del trasporto aereo e quali competenze possano trasformare un diplomato o un laureato di domani in un possibile candidato.
Due ingegneri dell’azienda hanno lavorato con professori e studenti. Dal punto di vista del reclutamento, è stato sottolineato come accanto alle conoscenze tecniche siano determinanti curiosità, entusiasmo, capacità di comunicare e di collaborare con gli altri.
Un incontro che, come ha spiegato la professoressa del Ferraris Bianchi, ha permesso di individuare rapidamente obiettivi comuni tra scuola e azienda, arrivando per esempio a collegare lo studio delle figure geometriche ai protocolli di sicurezza del volo.
«La parola chiave è corresponsabilità educativa»
A riassumere il significato complessivo della ricerca è stato il professor Stefano Bonometti dell’Università dell’Insubria.
«La parola principale è corresponsabilità educativa», ha spiegato. In una realtà sempre più complessa, scuola, università, imprese e territorio sono chiamati a partecipare insieme alla costruzione di condizioni migliori per i giovani.
Al centro non c’è soltanto l’occupabilità, ma una concezione più ampia dell’orientamento, che comprende anche il benessere e la possibilità di considerare il lavoro come uno spazio nel quale esprimere il proprio progetto di vita.
Dagli studenti un giudizio positivo
I dati raccolti al termine della sperimentazione evidenziano un alto gradimento degli studenti per le metodologie esperienziali, il lavoro di squadra e soprattutto per la possibilità di comprendere il legame tra ciò che si studia sui banchi e quello che accade fuori dalla scuola.
Non sono mancate le criticità, in particolare nella gestione delle tempistiche e nei differenti livelli di autonomia mostrati dagli studenti. Elementi che fanno parte della sperimentazione e che potranno servire per correggere e migliorare il modello.
Il passo successivo sarà infatti provare a trasformare l’esperienza in un vero ecosistema territoriale dell’orientamento. L’obiettivo è allargare la rete ad altre scuole e ad altri soggetti – enti pubblici, terzo settore e ordini professionali – e costruire una banca dati condivisa di unità didattiche orientative.
Ci sono infine i temi indicati dagli stessi ragazzi, dalla sostenibilità energetica al settore sanitario, che potranno diventare nuovi terreni di collaborazione
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