“Un ospedale non è solo un ospedale: è una comunità che cura”: A Materia il racconto del Lacor Hospital
Dominique Atim Corti, Jacopo Barbieri e il fotografo Gionata Galloni hanno accompagnato il pubblico alla scoperta dello St. Mary’s Lacor Hospital di Gulu. Una storia di medicina, formazione, accoglienza e solidarietà nata nel cuore dell’Uganda e diventata un punto di riferimento per centinaia di migliaia di persone
“Un ospedale non è solo un ospedale”. È forse questa l’idea che meglio riassume la serata dedicata allo St. Mary’s Lacor Hospital di Gulu, ospitata a Materia, lo spazio libero di VareseNews a Castronno. Attraverso le parole di Dominique Atim Corti, presidente della Fondazione Corti, dell’ingegnere Jacopo Barbieri, responsabile del Dipartimento tecnico del Lacor Hospital, e del fotografo Gionata Galloni, il pubblico ha attraversato oltre sessant’anni di storia fatta di cura, formazione, resilienza e sviluppo.
Una storia che affonda le proprie radici nel 1959, quando i missionari comboniani fondarono l’ospedale nel nord dell’Uganda, e che si intreccia con le vite dei medici Piero Corti e Lucille Teasdale, arrivati a Gulu all’inizio degli anni Sessanta per trasformare una piccola struttura sanitaria in uno dei principali ospedali del Paese.
«Il sogno fin dall’inizio era riuscire a offrire le migliori cure possibili al maggior numero possibile di persone e al minor costo possibile», ha raccontato Dominique Corti. Un’idea che non si limitava all’assistenza sanitaria, ma comprendeva anche la formazione del personale locale. «Bisognava formare quelli che un giorno avrebbero preso il loro posto».
Nel corso della serata il Lacor Hospital è apparso non come una semplice struttura sanitaria, ma come una realtà complessa e articolata. Oggi conta cinquecento posti letto, tre centri sanitari periferici, scuole professionali, un campus universitario e accoglie ogni anno circa duecentomila pazienti, in larga parte donne e bambini.
Ma per comprendere davvero il significato del Lacor Hospital occorre guardare alla storia del territorio in cui è cresciuto. Il nord dell’Uganda è stato segnato per decenni da guerre, instabilità politica e conflitti armati. Dominique Corti ha ricordato gli anni in cui milioni di persone furono costrette a vivere nei campi profughi interni e migliaia di donne e bambini cercavano rifugio ogni notte all’interno dell’ospedale per sfuggire alle incursioni dei ribelli.
«Mai meno di tremila persone entravano ogni sera per dormire all’interno dell’ospedale. Nei momenti peggiori arrivavano a dieci o quindicimila». Un racconto che restituisce la dimensione di un luogo che, oltre a curare, ha rappresentato per anni uno spazio di protezione e sopravvivenza.
Tra i momenti più intensi dell’incontro è emersa anche la memoria dell‘epidemia di Ebola del 2000, una delle più gravi affrontate dall’Uganda. A guidare la risposta sanitaria fu il medico ugandese Matthew Lukwiya, formatosi proprio al Lacor Hospital. Fu lui a convincere oltre cento operatori sanitari a prestare volontariamente assistenza ai malati nonostante l’altissimo rischio di contagio.
«Non vorrei che, se fossi malato come loro, fossi abbandonato senza nessuno vicino nel momento della morte», ricordò allora ai suoi collaboratori. Un esempio di dedizione che continua ancora oggi a rappresentare uno dei simboli più forti della storia dell’ospedale.
Se la serata ha raccontato il passato del Lacor Hospital, ha anche mostrato con chiarezza la sua realtà attuale. A descriverla è stato Jacopo Barbieri, originario del Varesotto e da oltre sette anni impegnato a Gulu.
«L’ospedale è un po’ un unicum», ha spiegato. «Per ragioni storiche abbiamo sempre dovuto fare tutto internamente». Una necessità che nel tempo si è trasformata in una straordinaria capacità organizzativa. Il Dipartimento tecnico coordina circa settanta persone e gestisce direttamente reti elettriche, impianti idrici, smaltimento dei rifiuti sanitari, manutenzione delle infrastrutture e delle apparecchiature biomedicali.
«La parte di cui mi occupo io è quella che rimane invisibile. Finché nessuno se ne accorge significa che tutto funziona». Dietro l’attività clinica esiste infatti un’intera comunità di professionisti che rende possibile il funzionamento quotidiano di un complesso che comprende oltre centoventi edifici, abitazioni per il personale, scuole e servizi di accoglienza.
Un altro tema centrale dell’incontro è stato quello della formazione. Il Lacor Hospital è oggi un polo universitario e un luogo dove medici, infermieri, ostetriche e tecnici provenienti da tutto il Paese possono studiare e specializzarsi. Un investimento che guarda al futuro e che rappresenta una delle eredità più importanti lasciate da Piero Corti e Lucille Teasdale.
A raccontare questo presente attraverso le immagini è stato il fotografo Gionata Galloni, autore del volume Vita, Sguardi e Cura. Immagini dall’Uganda. Le sue fotografie, realizzate durante una permanenza al Lacor Hospital, mostrano la quotidianità dell’ospedale e delle comunità che lo circondano.
«Volevamo raccontare la vita di tutti i giorni intorno all’ospedale», ha spiegato Valentina Colini della Fondazione Corti introducendo il progetto editoriale. Non soltanto la malattia e la cura, ma anche gli studenti, i villaggi, le famiglie, i volti e le relazioni che compongono la realtà di Gulu.
Galloni ha raccontato gli incontri con i bambini del reparto di pediatria, le giovani madri nei corridoi della maternità e gli studenti delle scuole sanitarie. Immagini che scelgono di mostrare soprattutto la dignità delle persone e la forza della cura. «Fondazione Corti ha sempre voluto immagini che parlino più di cura che di malattia», ha spiegato il fotografo.
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