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I risultati delle
recenti elezioni politiche, nella misura in cui sono indicativi di
spostamenti nei rapporti di forza tra le classi, non segnano, per
l’essenziale, alcuna svolta. La vittoria del centro-destra, con
la netta preminenza ormai assunta al suo interno da Forza Italia e
da Alleanza Nazionale e con la riduzione della Lega a satellite
‘padano’ dello stesso , rispecchia una egemonia sociale da
tempo esistente in Italia ed esprime tendenze profonde dalla cui
polarizzazione è sorto uno schieramento che si fonda su quel
fenomeno, anch’esso non nuovo, che è la mobilitazione
reazionaria delle masse: un coacervo che si estende dal cosiddetto
‘popolo delle partite IVA’ al sottoproletariato dei
quartieri-ghetto metropolitani, orientato e diretto dalla
borghesia imperialista.
Dal canto suo, la
sinistra neoliberista, assolvendo il mandato a suo tempo
conferìtole dal grande capitale industriale e finanziario, ha
raccolto i frutti di ciò che aveva seminato: dallo smantellamento
della legislazione garantista del lavoro ai ‘sacrifici-per-entrare-in
Europa’ attraverso la deflazione selvaggia e la disoccupazione,
dalla privatizzazione dei servizi pubblici (sanità, trasporti,
scuola, telecomunicazioni ecc.) all’intervento nella guerra
imperialista contro la Jugoslavia. Una simile sinistra ha lavorato
così egregiamente per la destra, che meritava solo di riceverne
il plauso, i ringraziamenti e, come è accaduto il 13 maggio, il
benservito, tant’è che Gianni Agnelli, dopo aver sostenuto
platealmente l’Ulivo nel 1996, ha deciso, fiutato il vento, di
saltare sul carro del vincitore (seppur quest’ultimo sia stato
oggetto di aspre reprimende da parte della stampa internazionale).
Le destre hanno
prevalso sulla sinistra neoliberista anche grazie alla loro
capacità d’intervento sul piano politico, culturale e sociale.
I "denti" delle destre sono: l’organica fusione fra il
liberismo nel campo della politica economica e l’autoritarismo
nel campo della riforma istituzionale dello Stato; l’elaborazione
di parole d’ordine semplici ed efficaci, atte a carpire anche il
consenso di vasti strati popolari, che il disarmo e l’assenza
della sinistra hanno da tempo consegnato ad una comunicazione
mediatica organicamente reazionaria; l’abilità nel saper
afferrare gli ‘anelli deboli’ della catena italiana (fisco e
occupazione) e nel concentrare su di essi tutto il potenziale d’urto,
nonché, ‘last but not least’, il potente appoggio politico e
ideologico del Vaticano, dispiegatosi all’insegna di un
anticomunismo talmente grezzo e indifferenziato da spingere i suoi
corifei ad inglobare nell’oggetto della loro avversione anche l’attuale
sinistra.
I punti deboli di
quest’ultima sono speculari ai punti forti della destra:
rinuncia a contrapporre alla mobilitazione reazionaria delle masse
una mobilitazione di segno opposto; rinuncia nel proporre un’organica
alternativa di carattere democratico-proletario, atta a
contrastare un modello di politica interna (il sistema bipolare
maggioritario), di politica estera (la subalternità all’imperialismo
americano e/o all’imperialismo europeo), di società (il
capitalismo neoliberista) e di cultura (il berlusconismo
televisivo e il ‘pensiero debole’), condiviso, nella sostanza,
dalla stessa sinistra; rinuncia, infine, a proporre un’alternativa
culturale imperniata sulle grandi idee-forza del socialismo
scientifico: radicamento, su posizioni di classe, nel sindacato
confederale, ripresa pianificata del conflitto sociale,
ricostruzione del partito comunista e, contestualmente, di una
nuova unità internazionalista, lotta contro l’oscurantismo
clericale, impegno nella formazione laica, democratica e
progressista delle nuove generazioni.
Per quanto concerne
i partiti che si vogliono comunisti ( PRC e PdCI), a cui , per la
nostra storia ed estrazione, siamo maggiormente vicini, il dato
elettorale conferma come le pratiche, i programmi e le ideologie
riformistiche che caratterizzano i gruppi dirigenti di queste
formazioni, nelle quali militano peraltro compagne e compagni
assolutamente stimabili, siano insufficienti e inadeguati, dal
punto di vista del socialismo scientifico, per determinare una
compiuta egemonia all’interno e all’esterno del movimento
operaio.
In definitiva,
occorre capire, tornando a riflettere sulla lezione di Marx,
Engels, Lenin e Gramsci, ammaestrati dall’esperienza delle cose
stesse, che, essendo sociali le ragioni del successo della destra,
saranno sociali (o non saranno) le prospettive di riscossa della
sinistra. Occorre capire, in altri termini, che a idee (e forze)
duramente di destra non si può rispondere con idee (e forze)
morbidamente di destra o vagamente di sinistra, ma solo con idee
(e forze) autenticamente di sinistra.
Eros
Barone - Gian Marco Martignoni
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