Per una volta,
il risultato della consultazione elettorale dello scorso 13 Maggio è di una chiarezza
estrema: il voto dei cittadini, che si sono dovuti sobbarcare disagi aggiuntivi per
esercitare il più importante dei loro diritti e che, tuttavia, hanno invertito con una
partecipazione importante quella che sembrava una deriva ineluttabile verso il disimpegno,
ha consegnato al Paese, per i prossimi 5 anni, una maggioranza definita e forte.
Impegnandola a realizzare quello che, anche se presentato con modalità anomale e
plateali, è sicuramente un programma di governo scandito da tempi e priorità.
Prima di ragionarci nel merito, è forse opportuno osservare che
lalternanza nel governo è condizione normale di ogni democrazia e che la tanto
vituperata legge elettorale maggioritaria ma non troppo ha consegnato al Paese una
composizione parlamentare che ha premiato in seggi la coalizione vincente ben oltre il
risultato percentuale.
La Casa delle Libertà, quindi, avrà 5 anni di legislatura, senza i
condizionamenti che avevano appesantito lattività dei Governi costituiti nel 1994 e
dopo il 1996 - in pratica una prateria sterminata davanti - per cercare di realizzare quel
tentativo di trasformazione della Società che è stata forse la molla che ha spinto
lelettorato a decretarne il successo. Perché, obiettivamente, i cinque anni di
Governo dellUlivo, anche se alterni e discontinui, non sono stati certamente da
buttare e la sconfitta onorevole che ha dovuto registrare lo schieramento che proponeva la
prosecuzione dellesperienza ne è controprova: è stato centrato il bersaglio
dellingresso nellEuro a costo di grandi sacrifici ma anche ponendo le basi per
lavvio del processo di risanamento dei conti pubblici. Sono state poste le basi per
una graduale, prudente modernizzazione del Paese in tutti i suoi gangli vitali, puntando
sulla politica della concertazione e avendo come riferimento la coesione sociale.
Linflazione è stata riportata su livelli europei, il costo del danaro è stato
ridotto, si è iniziato a scalfire il peso del debito pubblico ed è cresciuta
loccupazione.
Ma su tutto, anche sui risultati positivi, ha pesato una sensazione di
incapacità di rottura con il passato che la gradualità, ed in qualche caso la
discutibilità, delle riforme introdotte non è riuscita a diradare e che è,
probabilmente, la motivazione principale del voto espresso dallelettorato.
Quei Governi, i partiti che li esprimevano, quel modo di fare politica
sono stati considerati fisiologicamente inadatti a generare il cambiamento necessario.
E allora, al di là dellimmagine e dellindubbia maestria
nella comunicazione, quali sono state le proposte della coalizione vincente che hanno
fatto breccia sulla maggioranza di chi il 13 Maggio ha creduto nel loro progetto di
governo ?
In primo luogo laspettativa di una diminuzione radicale del peso
specifico dello statalismo, che non necessariamente deve essere declinato in una modello
federalista esasperato. Modello che non reggerebbe la prova dei fatti ma che, tuttavia,
non può nemmeno essere girare intorno al problema proponendo forme di decentramento in
grado solo di riprodurre tanti poteri locali centralisti. La riforma deve essere graduale,
non deve ripetere lerrore di imporre degli strappi e di far compiere ad
unAmministrazione pubblica - da convincere e motivare - passi più lunghi della
gamba. E però deve essere risoluta nel tendere allobiettivo di avvicinare lo Stato
al cittadino.
Poi, la speranza del superamento della burocrazia e dei burosauri in
tutte le sue accezioni; la globalizzazione finisce per mettere impietosamente a confronto
tempi e modalità di risposta delle Istituzioni e della politica e la capacità di
risposta della nostra Amministrazione pubblica è del tutto insufficiente, soprattutto per
realtà che devono competere quotidianamente con chi invece lo Stato se lo ritrova vicino
ed alleato.
Ancora, la promessa di semplificazione in materia di entità e di
modalità del prelievo fiscale, una grande questione che gli Governi precedenti avevano
affrontato con pragmatismo ma dando limpressione di non avere il coraggio di osare.
Esistono, in questo campo più che altrove, dei vincoli comunitari stringenti che non
potranno essere ignorati, ma di sicuro rimangono margini di manovra comunque in grado di
qualificare una effettiva politica di riduzione della pressione tributaria e della
gravosità degli adempimenti e di favorire politiche di incentivazione mirata.
Infine, la convinzione che i tempi di progettazione, di vaglio e di
realizzazione delle opere pubbliche non possono essere una variabile indipendente : se si
pensa che una legislatura se ne è andata senza che i lavori per la variante di valico
siano stati nemmeno avviati, e che tutti i venerdì migliaia di persone spendono quattro
ore di vita per andare da Bologna a Firenze, si può comprendere quanto possano apparire
incompatibili e insopportabili per un paese moderno e normale le decine di passaggi
richiesti per la concessione delle autorizzazioni.
Di certo la partita si è giocata anche su altri grandi temi la
scuola, la sanità, i problemi e le opportunità legate al fenomeno dellimmigrazione
- e di altri, importanti, quali la laicità dello Stato o la ricerca scientifica si
è discusso troppo poco. Ma, su tutti questi argomenti, la sensazione è che qualsiasi
tentativo di analisi razionale sia stati offuscato e silenziato dalle paure, dalle
convenienze, dalle ideologie e dai credi. Che sono nel pieno diritto di ciascun cittadino
ma la cui confusa sommatoria non può costituire il pretesto per cercare di fare arretrare
la coscienza civile del Paese.
Daltronde, la campagna elettorale è finita e il confronto deve
passare, democraticamente, alle cose da fare; che sono tantissime, che non necessariamente
devono stravolgere riforme appena impostate ma che da esse devono partire per migliorare e
che non devono obbligatoriamente essere realizzate nei primi cento dei quasi duemila a
disposizione.
Gianni Mazzoleni