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22 Ottobre 2020

Buonasera Direttore,

Le scrivo per chiederLe un aiuto. Mi piacerebbe molto reperire ulteriori informazioni su questo comune della provincia di Varese da me visitato, Umano Olona, durante la vicenda assolutamente straordinaria e fortuita che a breve tenterò di raccontarLe.
Se avrà la pazienza di leggere fino alla fine lo scritto che qui segue e se avrà la gentilezza di pubblicarlo, nella maniera che Lei ritiene più adatta, sono sicuro che i vostri numerosi lettori potranno aiutarmi a ritracciare la strada per questo luogo; strada che, ahimé, non sono più stato in grado di ritrovare.
Se anche nessuno dovesse avere informazioni in merito, rimarrà se non altro il mio umile omaggio varesotto a Silvano Agosti e alle sue “Lettere dalla Kirghisia”.

La ringrazio e Le invio i miei più Cordiali Saluti,

Federico Laino

***

UMANO OLONA

Un bel sentiero attraversa la Valle Olona; in un tratto, il percorso si alza a costeggiare il fiume che si fa più stretto e vorticoso e continua la sua corsa, ignaro dei passanti e dei loro pensieri.
E’ proprio lì, in quel punto, che qualche tempo fa camminavo. Pensavo al fantastico libro che avevo in tasca e che avevo letto fino a poco prima, Lettere dalla Kirghisia di Silvano Agosti. Distrattamente camminavo e così inciampai in un ramo, o forse in un sasso, e caddi di sotto, picchiai la testa e svenni.
Quando ripresi i sensi, mi ci volle un po’ a capire che ero tutto bagnato e avevo freddo; davanti ai miei occhi si muoveva una macchia scura che, solo dopo un po’, divenne una persona a tutti gli effetti.
Quella persona mi stava parlando, chiedeva come stavo, mi aiutava a rialzarmi.
Mi propose di andare a casa sua, non era troppo lontano. Lì avrei potuto asciugarmi e riprendermi dalla caduta. Non che avessi molte alternative, il mio telefono era bagnato e non s’accendeva, la mia testa girava come se fossi appena sceso da una giostra impazzita e, in fondo, quel tipo mi ispirava una gran fiducia.
Camminammo in silenzio per un po’, nel bosco fitto, seguendo un sentiero minuscolo che a malapena riuscivo a mettere a fuoco. Poi ad un tratto, sbucammo su una strada asfaltata e mi ritrovai sotto al cartello che indicava il nome di un paese che non avevo mai sentito: UMANO OLONA.
“Ma dove siamo?”, chiesi un po’ imbarazzato.
“Siamo a Umano, benvenuto! Le chiedo scusa se nemmeno mi sono presentato, ma volevo arrivare al paese prima che facesse buio. Mi chiamo *** [ometto il nome per ovvi motivi di privacy] e qui sono il Sindaco.”
Mi presentai a mia volta e gli dissi che quel paese mi era del tutto nuovo, nonostante avessi dei parenti a Fagnano e spesso venivo da quelle parti.
Non aspettai la sua risposta perché un attimo dopo qualcosa mi distrasse, dando luogo nella mia testa ad altre domande. Mi accorsi che camminavamo nel mezzo della strada asfaltata e che, ai due lati della strada correvano piste ciclabili.
“Non conviene camminare sulla ciclabile?”, chiesi visto che ci avvicinavamo ad una curva.
Il Sindaco sorrise, “No, no, la ciclabile è per i monopattini. Qui a Umano, i pedoni hanno la precedenza e occupano la strada principale.”
“E le macchine?”, lo interrogai.
“Niente macchine. Per quelle abbiamo costruito un parcheggio sotterraneo, appena fuori dal paese.”
Cominciai a pensare di aver incontrato un matto. Sapete, di quelli che nei paesi chiamano con strani nomignoli, tipo il Sindaco, appunto. Forse meglio defilarmi, pensai. Ma in quel momento, un monopattino sfrecciò alla mia destra.
“Monopattini per tutti?”, chiesi.
“Certo”, rispose quello, “ma mi lasci spiegare. Non vorrei che pensasse di aver trovato il matto del villaggio.”
Per fortuna la mia barba folta nascondeva il rossore che mi risalì le guance. Il mio accompagnatore non sembrò accorgersene e, molto cortesemente, continuò: “Qui a Umano Olona, qualche anno fa, abbiamo scelto di fare… delle modifiche, per così dire. Coinvolgendo tutti, ma proprio tutti i cittadini, ci siamo messi a pensare se il modo in cui vivevamo fosse l’unico possibile. Ci è voluto un po’, ma alla fine la risposta della gente è stata incredibile, sono arrivate proposte di tutti i tipi. Ognuno, a seconda del suo campo di specializzazione, ha cominciato a lanciare idee, una più interessante dell’altra.
E così abbiamo deciso di fare… delle riforme.”
“Riforme?”, chiesi un po’ dubbioso.
“Sì, e chi ha deciso di rimanere nel paese, ha accettato di vivere in un modo nuovo. I pochi che non erano d’accordo, sono stati economicamente risarciti e hanno lasciato la loro abitazione per trovare un posto più adatto a loro per vivere. Oggi siamo in 2500 persone qui a Umano, contro le 2200 di qualche anno fa. Una cinquantina di persone hanno scelto di andarsene ai tempi delle riforme, ma quasi quattrocento persone sono arrivate dai paesi limitrofi per unirsi a noi.”
“Senza offesa, ma cosa siete, una specie di setta? Tipo gli Hamish?”, chiesi in modo forse un po’ troppo diretto.
In tutta risposta, il Sindaco scoppiò a ridere fragorosamente. “Hamish? Chi sono? Quelle sette americane che rinunciano alle tecnologie e ai rapporti con il mondo esterno per una vita nei boschi?”
“Più o meno”, confermai.
“No, no”, continuò quello sorridendo. “Qui c’è un po’ di tutto, cattolici, musulmani, ebrei, atei. Crediamo nell’apertura, non nella chiusura e il distacco dal mondo! E la tecnologia? Beh, quella è alla base della nostra esistenza!”
“In che senso?”, chiesi.
“Non avremmo potuto mettere in piedi il nostro patto sociale, se non avessimo messo in atto molte migliorie teconologiche.”
“Tra cui i monopattini?”
“Tra cui i monopattini”, ammise ridacchiando. “Vede, in primis ci siamo chiesti cosa significasse vivere meglio e poi, abbiamo cominciato a sfruttare le tecnologie in quella direzione. L’esempio delle automobili è calzante: ci siamo resi conto che un paese meno inquinato è più vivibile e, subito dopo, ci siamo accorti di come era bello passeggiare per il paese e godersi le strade libere e il tempo di guardare le cose a passo d’uomo; così abbiamo deciso di chiudere il comune alle auto e abbiamo comprato un monopattino per ogni cittadino che lo richiedesse, così da potersi muovere comodamente sulle ciclabili.”
“Avete comprato con i soldi del Comune monopattini per tutti?”, a questo punto ero sicuro la mia botta in testa c’entrasse qualcosa.
“Quasi tutti, qualcuno preferisce la bicicletta e gli anziani amano andare a piedi, ora che non c’è pericolo a muoversi per le strade. E poi non ha idea di quanti soldi possa risparmiare un Comune con strade quasi completamente pedonali; la manutenzione necessaria diventa pressoché nulla se le strade non sono percorse da automobili e pesanti camion.”
Mentre parlavamo, cominciai ad accorgermi che c’era parecchia gente in giro ora che stavamo arrivando alle case. Chi a piedi, chi in bicicletta, molti fermi a chiacchierare.
“E per chi ha qualcosa di pesante da trasportare?”, chiesi con un certo sadismo, nella certezza che questa volta l’avrei messo in difficoltà.
“Abbiamo un servizio di APE elettrici, con prenotazione oniline, a disposizione per tutti i cittadini”.
Decisi di fare quel che spesso è la cosa migliore da fare: stare zitto.
Ci inoltrammo fra le case e cominciai a sentire una voce amplificata che veniva da un vicolo. Ci avvicinammo e vidi un tale con microfono e modi di fare da teatrante che parlava ad una piccola folla lì intorno raduanata.
Il Sindaco si portò l’indice alla bocca, chiedendomi il silenzio, e, senza smettere di sorridermi, mi fece cenno di seguirlo. Ci avvicinammo e potei constatare che a parlare era un attore e quel che stava raccontando, in un bel monologo appassionato, era la trama dell’Odissea.
Restammo un po’ ad ascoltare, poi il mio accompagnatore mi fece di nuovo segno e proseguimmo oltre. Qualche via più avanti – ci avvicinavamo sempre di più al centro della cittadina – c’erano dei musicisti di strada che interpretavano in acustico classici dei Beatles; anche qui un folto gruppo di persone era raccolto intorno agli artisti. Qualcuno ballava, qualcuno ascoltava, tutti sembravano in pace.
“C’e la festa patronale?”, tentai d’indovinare.
Di nuovo il Sindaco mi rispose con una risata che però non pareva dettata da un senso di superiorità quanto da una serenità interiore palpabile. Per questo non mi sentì a disagio a rielaborare la domanda: “Ci deve essere una ricorrenza per tutto questo festeggiare, no? Un festival?”
“Tutte le sere è così, qui. Abbiamo artisti residenti e altri ospiti. Story Teller, Buskers, artisti di strada. Ogni sera le vie del centro si arricchiscono di queste performance, così che i nostri cittadini, dall’ora dell’aperitivo fino a dopo cena, possano godere di un intrattenimento gratuito”.
“NefFlix non deve essere molto di moda da queste parti”, commentai.
“Questo non lo so dire”, sospirò il sindaco, “ma di certo tanti escono tutte le sere a farsi una passeggiata e godersi la gioia dello stare insieme.”
Mancano solo Licia, Andrea e Giuliano, pensai. Tutti amici e felici che girano per il paese in festa. Che fossi capitato in una di quelle comunità new age dove vivono solo selezionatissimi milionari?
Arrivammo davanti ad un edificio basso e colorato di tutti i colori che possano venire in mente e forse qualcuno in più. Anche se ormai era quasi scuro, quell’edificio sembrava brillare di luce propria.
“Questa è la nostra scuola”, mi spiegò il Sindaco. “Asilo, elementari e medie, siamo un piccolo paese. Per il resto, i nostri ragazzi devono proseguire fuori. Ma per quel che ne so io, ce la caviamo molto bene su questi primi anni di istruzione”. Notai che parlava con un certo orgoglio e non mi stupii troppo quando aggiunse: “sono stato preside di questa scuola, per 30 anni. 5, dopo le riforme. E posso assicurarle che quel che accade lì dentro oggi è pura magia!”
“Seguite particolari metodi di insegnamento?”
“Non seguiamo alcun metodo!”
“Come non seguite alcun metodo? Non siete soggetti al piano del Ministero dell’Istruzione?”
“Ogni tentativo di conoscenza comincia con una ribellione, diceva qualcuno, no? Beh, noi qui siamo ripartiti dagli studenti. Sono loro che fanno il programma”, rispose con fermezza, quasi bastasse a spiegare ogni cosa.
Ovviamente le domande nella mia testa si moltiplicarono.
“Ma come? Un bambino di 6 o 7 anni cosa ne sa di quel che deve imparare? Se è per quello anche uno di 12. Fosse per lui magari nemmeno studierebbe”, commentai forzando un po’ la mano, forse proprio perché non ero poi così convinto – ormai mi stavo abituando al fatto che c’era sempre un modo diverso di vedere le cose e quell’uomo sembrava nato per farmelo notare.
“Certo, certo. Un bambino di 7 anni non ha nessun interesse a imparare a memoria le lettere dell’alfabeto, così come un ragazzo di 12 non ne vuol sapere di studiare la geografia, vero? Sa, noi qui crediamo che l’importante è la motivazione. Se si parte dall’incentivo giusto, tutto il resto viene naturale. Perciò sono i bambini a scegliere l’obiettivo finale dell’anno e, in un certo senso, il programma necessario per arrivarci.
Le faccio un esempio: qualche anno fa, i ragazzi di quinta elementare hanno scelto di eleggere a progetto dell’anno la costruzione di dieci case sull’albero che potessero contenerli tutti e permettergli di giocare insieme in un bosco qui vicino. Benissimo, siamo partiti da lì per elaborare il nostro programma. Vede, per costruire una casetta sull’albero servono tantissime nozioni di matematica, geometria, serve conoscere la geografia del territorio, la consistenza dei materiali, è necessario saper scrivere brevi relazioni per aggiornare i diversi gruppi di lavoro sullo stato del progetto.
Le posso assicurare che ancora oggi, dopo qualche anno, quei ragazzi si ricordano tutto quello che hanno imparato perché non c’è materia di quelle studiate che non sia stata applicata e relazionata al loro progetto. Ma la cosa più importante, mi lasci dire, è stata per loro imparare che curiosità, creatività, senso civico, studio e collaborazione sono i fondamenti per qualsiasi progetto gli balenerà per la testa, a 10, 15, 30 anni e per tutta la vita.”
Non seppi cosa rispondere. Così chiusi la bocca e mi misi a pensare che, per quanto fosse stato il mio sogno di bambino, se mi avessero chiesto di costruire una casa sull’albero, non avrei saputo da dove cominciare.
Il mio interlocutore si era fermato davanti a una porta verde e stava girando la maniglia. Ovviamente la porta non era chiusa a chiave. Come può essere altrimenti, pensai.
La casa era sobria e semplice, ma dotata di tutti i comfort. Il Sindaco mi fece accomodare sul divano e mi chiese di aspettare mentre metteva su un tè.
Mi sentivo molto meglio, ma la botta cominciava a dare i suoi frutti e mi accorsi che un bel bernoccolo mi stava uscendo sulla fronte.
Bevvi il tè con riconoscenza e accettai anche qualche biscotto. “Fatti da me”, disse. “Ricetta della nonna!”
Per quanto potesse sembrare odiosamente perfetto nei suoi modi sereni e cortesi, quell’uomo ispirava tanto di quel buon umore che sfiderei chiunque di voi a incontrarlo e non provare quel senso di familiarità e benevolenza che mi sentivo dentro.
Mi lasciò riposare, mentre preparava la cena.
Mi ricordai all’improvviso che non avevo avvisato nessuno, era sera, e immaginai che mia moglie, con ogni probabilità, si fosse già rivolta alle autorità! Cercai automaticamente lo smart phone in tasca, ma mi tornò alla mente non appena lo vidi che era bagnato ed inutilizzabile.
“Potrei usare il telefono?”, chiesi al Sindaco che sentivo spadellare e canticchiare nell’altra stanza.
“Certo! E’ nel corridoio, sopra a un tavolinetto”, rispose interrompendo il suo canticchiare solo per il tempo necessario a darmi l’informazione di cui avevo bisogno.
In corridoio trovai subito il telefono e lo sollevai, stavo per comporre il numero quando sentii una voce.
“Buonasera, qui il Centralino di Umano. Mi indica il numero a cui vuole collegarsi?”
Mi guardai intorno, come a cercare chi mi stesse facendo quello scherzo, ma la voce continuò.
“Pronto, mi sente?”
Mi rassegnai, confermai la ricezione, dettai il numero del cellulare di mia moglie e, dopo aver ringraziato, attesi in linea. Sentii squillare dall’altro capo della linea e, subito dopo, la voce di mia moglie rispondere in fretta.
Sono io, ho avuto un incidente ma sto bene, rientrerò domani, come state tu e il bimbo?, feci le domande che mi sentivo dentro e lei rispose ad ognuna, come è solita fare, con pratica precisione. Dopo di che dovetti sorbirmi una bella ramanzina sul mio guardare per aria, non stare attento a dove metto i piedi e così via, tutto effettivamente più che giustificato. Smaltita la tensione iniziale, ci salutammo ridendo, mentre il nostro piccolino faceva i suoi versetti in sottofondo.
Tornai sul divano e cominciai a guardarmi intorno; una bella libreria in un angolo conteneva molti testi di psicologia e filosofia, lessi qualche titolo ma poi la stanchezza ebbe il sopravvento e, pur non volendo, mi addormentai.
Mi svegliò un profumino incredibile e mi accorsi di avere una fame da lupi.
“Perché il centralino?”, chiesi mentre addentavo una pasta al forno da sogno.
“Sarà un po’ all’antica, ma ci fa sentire più uniti. E poi è bello sentire una voce amica quando si alza la cornetta”, mi rispose semplicemente.
“E internet?”, incalzai.
“Il contratto è comunale. Abbiamo un accordo con la compagnia telefonica, la bolletta arriva a noi e i cittadini si collegano alla rete gratuitamente.”
“Tutti?”, ebbi il dubbio di non essermi ancora svegliato. Per avere una prova tangibile accettai il bis di pasta al forno e affondai la forchetta nel sugo denso e saporito.
“Tutti coloro che hanno fatto richiesta, sì”, rispose con calma serafica.
“Scusi la domanda importuna? Ma dove trovate tutti questi soldi?”
“Abbiamo risparmiato su tutto il possibile. E abbiamo deciso di alzare le tasse comunali e trasformare tutti gli introiti in servizi al cittadino.”
“Ottimo, internet gratis! Ma cos’altro non si paga qui? Cucina lei per tutti?”, chiesi con un po’ di ironia.
Rise con benevolenza e mi porse la teglia delle lasagne. “Finisca pure!” Non me la sentii di rifiutare.
“Un esempio per tutti? La casa. Noi crediamo che una casa sia un diritto per tutti, perciò tutte le case del paese sono state rese disponibili per i cittadini.”
“Intende che quasi tutte le case sono comunali?”
“Non del comune, ma comuni. Qui a Umano non crediamo nella proprietà privata, ma nemmeno in quella pubblica. Crediamo nella proprietà comune. Tutto è di tutti, per così dire. Il patto è che ogni occupante mantenga il proprio spazio in condizioni ottimali. Se una cosa è solo tua, non ti poni il problema degli altri; se una cosa non è tua, non ti poni alcun problema. Pensiamo che la via di mezzo sia il giusto compromesso per far andare bene le cose.”
“E come avete assegnato le case? Non c’era nessun proprietario? Nessuno con un mutuo in corso?”
“Certo, eravamo un paese normale fino a pochi anni fa. Non è stato facile, ma con un po’ di aggiustamenti ci siamo riusciti. Un professore di economia che vive qui ci ha dato l’idea: abbiamo emesso una disposizione comunale che ha drasticamente ridotto il valore dei terreni del paese e degli immobili su di essi costruiti; quindi abbiamo concordato con ogni Cittadino la cessione volontaria di ogni immobile ai fini della pubblica utilità. Il risarcimento a seguito dell’espropriazione è stato molto basso, una cifra simbolica. Quindi abbiamo dato il via alla nostra opera pubblica, dichiarando le proprietà bene comune, e abbiamo cominciato le assegnazioni. Chi era già proprietario ha ovviamente potuto mantenere la propria casa che rimarrà alla sua famiglia fino a che vi sarà un familiare residente; successivamente rientrerà nei beni comuni e verrà riassegnata. Nessuno paga più il mutuo qui ad Umano.”
“Ma… avete frodato il sistema? Le banche!”, rimasi a mezz’aria con l’ultima forchettata di pasta al forno.
“Froda chi viola una legge, no? Noi abbiamo fatto la legge. E le leggi andrebbero sempre fatte in favore dei cittadini, mai delle banche. Che dice? Passiamo al secondo? Insalata fresca degli orti comunali e trota di fiume.”
Non avevo più parole, annuì con riconoscenza.
Parlammo fino al caffé e poi oltre, mentre sorseggiavamo del buon Braulio. Non me ne vogliano i burocrati e i politici, non sono un tecnico e non posso entrare nei dettagli di quel che ascoltai quella sera, ma qualcosa di quel che ricordo, voglio riportare.
Il Sindaco mi raccontò di come avevano ridotto i costi del cimitero, concordando con i cittadini la cremazione obbligatoria; di come avevano ridotto al minimo gli impiegati comunali, in quanto la maggior parte dei lavori, tutti quelli meno tecnici, erano affidati ai cittadini che, volontariamente e gratuitamente, prestavano qualche ora a settimana del loro tempo alla comunità; di come avevano accolto numerosi immigrati che si erano messi al lavoro per il paese con grande beneficio di tutti, pulendo i parchi, coltivando gli orti comunali, riparando le strade e ognuno facendo quel che aveva imparato a fare nella sua vita precedente; di come avevano ricoperto di pannelli fotovoltaici vaste aree del paese, così da recuperare parecchia energia pulita da impiegare nell’illuminazione e altri serivizi; di come avevano ridotto i costi dei servizi ambientali applicando una raccolta differenziata divisa su 10 tipologie di materiale ed eliminando completamente la plastica.
“Siamo il primo comune Plastic Free d’Italia”, disse con orgoglio mentre versava due cubetti di ghiaccio nel suo Braulio.
Bevemmo ancora un po’, poi mi accompagnò in una bella camera arredata con gusto. Sprofondai nel comodo letto e, complici forse i troppi amari, mi addormentai in un lampo.
La colazione del giorno dopo non credo potrei mai dimenticarla.
Uova, ovviamente locali, pane e miele fatto in casa, frutta fresca e un tazzone di caffé che sarebbe bastato a Pantagruel.
“Il mio vicino lavora vicino a casa sua, se vuole può accompagnarla, dopo colazione.”
Accettai, tra un boccone e l’altro.
Salutai il Sindaco con un abbraccio, non avrei potuto fare altro.
“Qui a Umano ci salutiamo con questa frase: se mai i tuoi passi ti ricondurranno qui, riconosceranno la strada di casa.”
Lo abbracciai di nuovo e mi avviai verso il confine del paese.
Arturo, si chiamava così, mi condusse di nuovo al cartello di Umano Olona e, questa volta, lasciarmelo alle spalle mi fece un po’ male.
Mi condusse all’enorme parcheggio sotterraneo dove venivano stivate le macchine.
“Come vi orientate in questo labirinto?”, chiesi.
“Abbiamo riprodotto in piccolo la piantina del paese, basta che trovi la mia via e il mio numero civico per trovare il mio posto auto”, rispose Arturo facendomi l’occhiolino.
Cinque minuti dopo eravamo in macchina e ci allontanavamo senza fretta da quel luogo incredibile.
“Sono tutti così tranquilli qui”, dissi fra me e me, ma poi mi accorsi di aver parlato ad alta voce perché Arturo rispose.
“Sì, se vuoi la mia opinione è perché lavoriamo poco e abbiamo tanto tempo libero!”
“Questo il sindaco non me l’aveva detto! In che senso lavorate poco?”
“Beh, qualcuno non esce mai da Umano e si occupa di fare lavori per la comunità. Quelli che lavorano fuori invece, hanno quasi tutti chiesto una riduzione oraria. Sa, non paghiamo il mutuo, abbiamo tanti servizi gratuiti. E poi ci siamo abituati a spendere e consumare meno e a vivere di più e più lentamente.”
Niente da dire, pensai.
Arturo mi lasciò davanti a casa e poi se ne andò, senza smettere di salutarmi con la mano mentre faceva manovra nella mia strada.
Rimasi ancora un minuto fuori di casa, guardando il cielo che diventava sempre più chiaro ora che il giorno si era del tutto svegliato.
Pensai a quella assurda esperienza, ci pensai come se fosse stata vera solo a metà, poi misi le mani nella tasca del giubbotto e mi accorsi di aver perso il mio libro. Le Lettere dalla Kirghisia dovevano essere scivolate nella corrente dell’Olona, quando vi ero caduto.
Mentre entravo in casa, sperai con tutto il cuore che il fiume portasse quelle pagine a qualche bisognoso, magari un manager d’industria dal salario stellare e l’agenda poco meno ingolfata della mente; e sperai anche di tornare, un giorno, a Umano Olona. Poi aprii la porta di casa e mi immersi completamente nella voce di mio figlio e nel sorriso di mia moglie.

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