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Covid-19 e case di riposo per anziani in Lombardia: una ecatombe

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5 aprile 2020

Nelle cronache di molti quotidiani nazionali e dai giornali locali sono state riportate le tragiche notizie a proposito delle condizioni emergenziali sanitarie provocate dal coronavirus nelle case di riposo per anziani.

Infatti, si sta assistendo di fatto ad una decimazione di massa senza precedenti nella storia sanitaria del nostro paese.

I dati parlano chiaro, i pensionati e gli anziani sono la prima categoria ad essere più esposta e duramente colpita dal coronavirus. Per essi si aggrava all’ennesima potenza il rischio di contagio, essendo concentrati in fitte e numerose comunità, mentre si allontana statisticamente la scarsa possibilità di guarire dall’inesorabile epidemia che li avvicina ad alta probabilità di morte.

La situazione delle case di riposo e delle strutture socio assistenziali doveva destare un particolare allarme e lì è avvenuta un’ecatombe, ma non è stato fatto nulla per prevenirla e contrastarla. Siamo di fronte ad uno sterminio di pensionati e di anziani. Sono stati dimenticati anche quelli che hanno affrontato il coronavirus nell’abbandono e nella solitudine delle periferie delle grandi città e delle aree metropolitane, o nelle zone isolate e tagliate fuori della montagna, Alpi o Appennini, e delle campagne.

In una inchiesta del Corriere della Sera del 1° aprile è apparso con chiarezza che durante il mese di marzo alcuni medici degli ospedali di Cremona, Bergamo, Brescia hanno ammesso di avere dovuto scegliere quali pazienti “intubare” e quali no. Scelta decisa sulla base dell’età connessa alle aspettative di vita. Secondo le raccomandazioni diffuse dalla SIAARTI (Società italiana anestesiologia, analgesia, rianimazione, terapia intensiva), che riunisce chi lavora nei reparti di terapia intensiva, i medici dovrebbero comportarsi selezionando i pazienti secondo l’aspettativa di vita.

L’art. 32, uno dei più importanti della Costituzione dispone: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività”, e prosegue che “La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”, richiamando esplicitamente l’art. 3: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. Emergono così due principi-guida: primo, tutelare la salute di ciascun individuo vuol dire al tempo stesso tutelare l’interesse della collettività (nessuno di noi è un’entità isolata e la sofferenza o la morte di ciascuno si ripercuote nella famiglia e nella società). Secondo, la cura della salute individuale dev’essere uguale per tutti, a prescindere dalla “condizioni personali e sociali di ciascuno”. I medici della SIAARTI, da quello che si capisce, propongono cose diverse.

Nel loro documento (“Raccomandazioni di etica clinica per l’ammissione a trattamenti intensivi e per la loro sospensione in condizioni eccezionali di squilibrio fra necessità e risorse disponibili”) il ragionamento è condotto con grande spregiudicatezza: “Le previsioni di epidemia da Covid-19 stimano un aumento di casi di tale entità da determinare un enorme squilibrio tra le necessità cliniche reali della popolazione e la disponibilità effettiva di risorse intensive”.

Che fare allora? La risposta della SIAARTI è chiara: di fronte all’eventuale necessità per il medico di “prendere in breve tempo decisioni laceranti da un punto di vista etico oltre che clinico”, non c’è che una strada: “Privilegiare la speranza di vita, cioè curare non chi arriva prima o è più grave, ma chi è più giovane”. Gli anziani stanno vivendo una condizione da inferno dantesco, infatti se si è anziano, oggi si è a rischio di cure, in pratica si è un cittadino di serie B, “le risorse sono limitate” per cui il rischio di essere rifiutati u posto letto in terapia intensiva, infatti, dice la SIAARTI, “può rendersi necessario porre un limite di età all’ingresso in terapia intensiva. Non si tratta di compiere scelte meramente di valore, ma di riservare risorse che potrebbero essere scarsissime a chi ha in primis più probabilità di sopravvivenza”.

Nulla viene detto su come il medico deciderà fra un trentenne con gravissime patologie e un settantenne in piena forma. Se un ottantenne verrà respinto dai centri di rianimazione a causa della sua sola età, dovrà dunque consolarsi sapendo che era giusto così, per ragioni di “giustizia distributiva e appropriata allocazione di risorse sanitarie limitate”. Dunque in certe condizioni può essere “appropriato” per un medico rifiutare le cure a un malato, con la benedizione della propria
associazione di categoria.

Questa “etica clinica”, proclamata dalla cattedra di una associazione professionale, deve essere respinta, eppure per 2400 anni, in Europa, la professione medica aveva seguito criteri assai diversi. Il giuramento fatto nel mondo medico greco nel 400 a.C. e attribuito ad Ippocrate prevedeva cose ben diverse: “Giuro che regolerò ogni prescrizione per il giovamento dei malati secondo le mie possibilità e il mio giudizio. Giuro che mi asterrò dal recar loro qualsiasi danno e offesa, e che mi comporterò sempre e solo per il bene dei malati”.

Viene praticamente teorizzata da parte di tale organismo la possibilità di abbandonare i vecchi al loro destino, e ciò non accadeva nemmeno nelle epidemie di peste (nell’antichità greco-romana e lungo l’intera storia dell’umanità tutt’altro che rare). Coloro che hanno scritto il documento SIAARTI sembrano non sospettare nemmeno che le loro parole sono in netto contrasto con la Costituzione del Paese in cui lavorano.

Ma, a questo punto, cosa pensano il governo, le alte cariche dello Stato, le istituzioni, la Corte costituzionale, il capo dello Stato? E cosa pensano medici e operatori sanitari che operano in terapia intensiva in tutta Italia? Vorranno forse unire il loro assenso alla voce di coloro che hanno scritto il documento della SIAARTI, chiedendo implicitamente di fatto una modifica della Costituzione? Se fosse così il nuovo testo dovrebbe risultare così modificato: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale senza distinzione di condizioni personali e sociali, tranne l’età”. Da una associazione professionale (o da chi occasionalmente la rappresenta in questo momento) nascerebbe un’idea che deve essere sottoposta (oltre che a illustri medici e a famosi giuristi) ai/alle pensionati/e e anziani/e, ai/alle lavoratori/lavoratrici e alle loro organizzazioni sindacali.

Quello che dovremo soprattutto fare quando usciremo da questa terribile crisi, distrutti e mutilati nel nostro corpo sociale, soprattutto di pensionati e di anziani, una generazione letteralmente falcidiata (nelle case di riposo, nelle città e nei territori), sarà di mettere nel conto a nostro favore l’enorme ecatombe e strage di morti che i sistemi politici, sanitari e sociali dei governi hanno provocato e fare vendetta per il genocidio che hanno prodotto, imponendo con la forza e con la lotta organizzata delle masse che sono con noi, che venga radicalmente cambiata l’attuale situazione politico-sociale.

Il Partito Comunista Italiano, anche in Provincia di Varese, rivendica con forza un principio che dato dalla nostra Costituzione Repubblicana, il diritto alla salute, un diritto che è stato ben espresso dalla grande Riforma Sanitaria Nazionale del 1978, una riforma, quella, che manteneva su tutto il territorio nazionale la universalità del diritto alle cure sanitarie, attualmente messo in mora, soprattutto in Lombardia, da tutta una serie di processi di privatizzazione di marca turbo capitalista- neoliberista, di cui ne è responsabile il centro destra formiconiano di ieri, leghista-salviniano di oggi .

E senza retorica ed infingimenti retorici che nuovamente affermiamo con forza, per la difesa
della sanità pubblica: “Più Stato meno Mercato!”

Cosimo Cerardi segretario PCI federazione di Varese

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