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In fondo era solo un gatto. Storia di un investimento in via Robarello a Varese

gatto
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6 Dicembre 2022

Gentile direttore

Il mio gatto è stato investito da un macchina e ucciso venerdì sera. Si obbietterà “Beh, qual è il problema? Sono cose che succedono”. Certo le cose succedono, ovvio, ma quando una “cosa succede” ho imparato a farmi delle precise domande sul: Come, Dove, Quando e soprattutto sul Perché è successa. Dunque scrivo questa lettera per due motivi: il primo perché spero che la morte violenta, stupida e ingiusta di un povero gatto possa servire e insegnare qualcosa, il secondo è per far riflettere che quando si uccide un animale (uso il termine “uccidere” non a caso), si colpiscono indirettamente anche le persone che lo hanno amato. Possono essere bambini che poi soffriranno per mesi la sua scomparsa o anziani di cui erano probabilmente un’insostituibile compagnia. Soprattutto in questi ultimi tempi in cui gli animali sono diventati compagni di vita di sempre più persone, credo che in tanti possano capire queste parole. (foto di repertorio)

Ma veniamo ai fatti. Parafrasando un film di successo vi informo di non abitare nelle vicinanze di una tangenziale e nemmeno di una strada trafficata, bensì in via Robarello a Varese, una strada su cui dovrebbero transitare, come da cartelli stradali presenti, solo i residenti con alcune eccezioni ben precise e specificate: ambulanze, vigili del fuoco, forze dell’ordine nell’esercizio delle loro funzioni. Speravo dunque, con tali premesse, che le probabilità di sopravvivenza del mio gatto fossero superiori a quelle di un “gatto in tangenziale”. Mi sbagliavo, soprattutto perché avrei dovuto tenere più conto della realtà. In realtà appunto, la via Robarello come ben sanno i suoi abitanti (in particolare quelli che hanno figli), è diventata da un po’ di tempo una via piuttosto pericolosa.

Il motivo? Semplice e banale. Auto che scendono ad alta velocità soprattutto nelle ore di punta per accorciare la strada e/o tagliare il traffico della vicina via Virgilio. Vi dico solo qualche breve dato per rendere l’idea a chi non conosce la zona: La via Robarello è una via a senso unico in forte pendenza lunga circa 150 metri e larga (si fa per dire) da 2,5 metri a 4 metri al massimo. Tenendo conto che da un certo punto in avanti sulla sinistra della carreggiata parcheggiano i residenti, le auto in transito sfiorano sia le macchine a sinistra che i muri perimetrali delle case e dei giardini a destra.

Ci sono poi diverse uscite di passaggi privati e passi carrai che si immettono direttamente sulla strada “al buio”, senza possibilità di vedere se arrivano auto in discesa. E ci sono anche i portoni di piccoli condomini e abitazioni che danno direttamente sulla carreggiata. In molti hanno provato la non piacevole esperienza di mettere solo il naso fuori di casa e di vedersi sfrecciare una macchina davanti a 70/80 all’ora. “Provare per credere” come diceva una pubblicità in voga un po’ di anni fa.

Che dire poi dei tanti pedoni che passano dalla via Robarello per andare verso il Sacro Monte o perché si trova sull’itinerario della Via Francisca. Quante volte dalla finestra ho avuto i brividi nel vedere le auto scendere veloci e famiglie con bambini letteralmente appiattirsi contro i muri per non rischiare di essere tirati sotto. Potrei continuare con molti altri esempi, ma è facile rendersi conto di quante auto passino da qui senza averne il requisito e soprattutto di quanto sia diffusa l’abitudine di utilizzare questa stradina come un’autostrada sentendosi altresì autorizzati a farlo.

Invito allora qualche amministratore pubblico o chiunque abbia la responsabilità di governare un territorio, di farsi un semplice giretto da queste parti. Forse capirà meglio il problema e i potenziali pericoli che ne derivano. E forse proporre qualche soluzione.
Per questo, sinceramente, io non sono qui a fare nessuna rimostranza e nessuna “denuncia”. E non mi interessa proprio che qualcuno di dovere punisca i reprobi ed elargisca qualche multa per un paio di giorni, affinché poi tutto ritorni come prima. Il mio gatto se n’è andato perché, ne sono sicuro, la macchina assassina che l’ha colpito, non doveva passare di lì e non a quella velocità. Me ne guardo bene e non vorrei mai fare il profeta di sventure, ma ha pagato lui e non un essere umano, per questo gli dedico questo scritto. Lo dedico a lui e a tutte le persone che non penseranno mai che in fondo eri solo un gatto.

Renato Pugina

Commenti

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  1. elenera
    Scritto da elenera

    Gentile Renato, la sua lettera mi commuove tantissimo.
    Mi metto nei suoi panni e piango il suo micio insieme a lei. In fondo, è solo amore…
    Una carezza, che possa arrivare a tutti e due.

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