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Identità e patria, oltre la nazione

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22 giugno 2020

Egregio direttore,

viviamo tempi di cambiamento epocale, per dirla con Papa Francesco, che mettono in discussione concetti consolidati di appartenenza. Parole “forti” come identità e patria si confrontano con fatti che mettono in discussione antiche certezze.
Di fronte alla pandemia molti si sono sentiti contemporaneamente “genere umano” oltre che italiani, europei, americani o cinesi, Dipende da come è vissuta e affrontata la minaccia esterna. Se la risposta è “siamo tutti nella stessa barca” e vogliamo dare una risposta collettiva (ad esempio, con uno sforzo comune per finanziare la ricerca per il vaccino, come ha proposto Ursula Von der Leyen) allora emerge l’idea che l’identità nazionale non è più esclusiva, ma che accanto ad essa ci può essere anche una “identità europea”, l’unità nella diversità.
Se invece la risposta è “prima i nostri”, come sta succedendo in America, allora si mettono in moto meccanismi politici e psicologici che tendono a delimitare in modo netto ed esclusivo le diverse identità nazionali, etniche e culturali.
È la risposta politica ai problemi che poi determina, nel lungo termine, i sentimenti di appartenenza di ciascuno. Se noi ci definiamo italiani, francesi o tedeschi è perché, dopo alterne vicende storiche, sono stati costruiti gli stati dell’Italia, della Francia o della Germania, prima dei quali ci definivamo semplicemente lombardi o siciliani, provenzali o alsaziani, bavaresi o prussiani. Aggiungendo poi che ci si identificava nella comune religione cristiana.

La “nazione” è un’idea storica che nasce con l’affermazione di una forma stato specifica: lo stato-nazionale. Come tutte le affermazioni storiche ha un suo corso: all’inizio è progressivo perché consente di superare la frammentazione sociale ed economica delle precedenti formazioni feudali e di far nascere un’identità comune superiore tra gli individui. In seguito, quando si consolida e diventa “esclusiva” delle altre identità nazionali (o delle altre patrie) allora diventa un’idea regressiva: non è un caso se in nome della nazione si sono compiuti in Europa i più orrendi massacri della storia.
Abbiamo la fortuna di vivere il tempo in cui i concetti d’identità (e di patria) si vanno trasformando. L’integrazione sociale ed economica tra gli individui è sempre più in estensione, al di la degli stati-nazione. In Europa questa esperienza ha già creato una
società europea de facto, con regole e istituzioni comuni in campo economico e politico.

Tutto ciò modifica i concetti di identità, di patria e scopriamo di possedere tante identità diverse. Se siamo in Lombardia, magari ci dividiamo tra varesini, bergamaschi o bresciani; se siamo in Italia, ci dividiamo tra lombardi e campani o tra veneti e calabresi. Se siamo in Europa, tra italiani, tedeschi, spagnoli o polacchi. Ma se siamo in America scopriamo di sentirci Europei, quando siamo in Cina ci scopriamo occidentali. E infine, di fronte a problemi planetari quali la crisi ambientale o le pandemie ci scopriamo semplicemente ‘umani’.
Tante identità, tutte diverse, ma tutte valide. Se non le mettiamo in contrapposizione arricchiscono la nostra esperienza umana, anziché ridurla. E ci consentono di affrontare i problemi del Mondo – quelli che ormai decidono della nostra esistenza su questo pianeta – con una prospettiva diversa, quella della ricerca dell’unità, nella molteplicità delle nostre differenze. Dunque, ciascuno di noi possiede tante identità culturali, quante sono le esperienze di vita che percorre.

Tutto ciò non può non riflettersi sul concetto di “patria”. I giovani della Rosa Bianca scrissero nei loro diari che la “patria è l’odore delle mele quando stai disteso nei campi”. Una patria che corrisponde alla terra del borgo natio, una piccola patria, ma che non impediva a loro, che auspicavano la sconfitta della “patria Germania” perché si era macchiata di cose orribili, di pensare ad una patria più grande, di immaginare che in Europa ci voleva “ein Staat der Staaten”, uno stato di stati, così chiamarono la federazione europea.
Un tempo erano le guerre a creare gli Stati e le Patrie. Il processo di unificazione europea sta creando, con la pace e la democrazia, il senso di appartenenza a una comunità di popoli, diversi, ma che possono essere uniti attraverso ciò che il filosofo e sociologo tedesco Juergen Habermas chiama il “patriottismo costituzionale”. È una costituzione materiale comune che crea, nel tempo, l’idea di una patria sovrannazionale.
Antonio Longo

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