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La nascita della Repubblica Italiana

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La nascita della Repubblica Italiana
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4 giugno 2020

La nascita della Repubblica Italiana
Egregio direttore,
agli inizi del 1946 la scelta di effettuare quanto prima le elezioni per l’assemblea Costituente, venne confermata in modo palese dai congressi dei partiti di sinistra, che si riunirono non solo in vista della ormai prossima, pur se non definitivamente stabilita prova elettorale, ma anche per valutare o meno la loro presenza, radicamento, nella società italiana.
Il partito che non riuscì a superare tale verifica-confronto fu il Partito d’Azione, che ne uscì dilaniato dalla contrapposizione tra liberalsocialisti e democratici radicali, con la conseguente scissione di quest ‘ultimi raggruppati intorno a Ferruccio Parri, e a Ugo La Malfa.
La natura di quel dibattito congressuale, tuttavia non investì soltanto le questioni politiche connesse con lo svolgimento delle elezioni , ma anche un giudizio su la natura di quel partito e su le sue prospettive, contribuendo non poco ad evidenziare le diverse matrici ideologiche che vi erano confluite.
La serie dei congressi fu inaugurata da quello del Partito Comunista Italiano, partito che annunciò di avere raggiunto 1,800,000 iscritti ( di cui 240,000 donne), con un’organizzazione territoriale che comprendeva ben 7380 sezioni.
Il nuovo statuto approvato dal congresso, affermando che potevano essere membri del partito tutti coloro che “ indipendentemente dalla razza, dalla fede religiosa e dalle convinzioni filosofiche accettino il programma politico del partito e si impegnino a realizzarlo”, sanciva normativamente la nascita del “ partito nuovo”.
Due erano i problemi fondamentali all’ordine del giorno di quel congresso: la questione del programma del partito per la Costituente e quello della costituzione di un unico partito dei lavoratori.
Mentre la seconda problematica sostenuta nell’intervento di Longo si stemperò da li a poco in conseguenza delle continue oscillazioni del PSI, riducendo il tutto ad caldeggiate proposte di unità di azione tra i due partito operai quale presupposto per poter trovare un accordo politico con la Democrazia Cristiana guidata da Alcide De Gasperi, passo, invece, come momento fondamentale la battaglia per l’assemblea costituente, infatti, il programma per la costuente si delineo come un vero e proprio programma d’azione del PCI.
Togliatti, nel suo rapporto introduttivo ai lavori congressuali si impose per la lucidità e chiarezza nell’analisi a proposito delle prospettive, non a caso lo storico Luigi Salvatorelli lo definì <>, infatti, il leader comunista annunciava che i comunisti si sarebbero battuti per una Costituente repubblicana e pienamente sovrana ance sul piano della legislazione ordinaria e per una costituzione di “tipo programmatico” che doveva delineare <> (1) .
Al suo primo congresso il PSIUP che al momento del congresso aveva una consistenza di 860,000 iscritti arrivava diviso in conseguenza di diversità programmatiche ideologiche, ma uno dei punti dello scontro era dato dal rapporto che si doveva avere con i comunisti, con il PCI .
La Dc di De Gasperi, invece, avendo fatto propria una posizione elaborata dai giuristi americani puntava a ridurre l’Assemblea Costituente a mero luogo di una elaborazione di una “formale carta Costituzionale”, e soprattutto sempre pronti ad impedire che tale organismo si trasformasse in un “Assemblea rivoluzionaria” . e comunque l’accettazione da parte di queste forze della elezione dei membri dell’Assemblea Costituente contemporaneamente al Referendum su la forma dello stato “Monarchia- Repubblica”, da li a poco un aspro confronto su la legge elettorale, venne adottata quella proporzionale, con le elezioni che dovevano essere effettuate in contemporanea con quella del referendum su la forma dello stato.
De Gasperi di colpo si trovò a reggere un duro scontro con il Vaticano che era fondamentalmente filo monarchico, nonostante le posizioni di Luigi Sturzo volte positivamente per la forma repubblicana e di pezzi della classe dirigente democristiana del nord Italia anche questa schierata nel verso repubblicano.
De Gasperi che in questo frangente ebbe il merito di difendere l’autonomia della Democrazia Cristiana nei confronti di una gerarchia ecclesiastica assai riluttante a concederla, spingendo così gioco forza una parte sostanziosa del corpo elettorale cattolico nel verso del Referendum e a favore della Repubblica. 
Di questo pericolo presente nella mediazione degasperiana , una mediazione dove l’elemento conservatore ne era ben presente, ne ebbe immediata consapevolezza Dossetti che da li a poco consegno le dimissioni dalla gerarchia del partito, ne aveva intuito , all’interno della DC la forte presenza conservatrice, ed anche se nell’immediato la vittoria monarchica da lui paventata non si verificò , ben comprese che l’operazione degasperiana portava la democrazia cristiana a divenire il perno dello schieramento conservatore (2) ,
Ma nei primi di Maggio del 1946 la mossa destinata a produrre scalpore la Vittorio Emanuele III abdicava a favore del figlio Umberto e questo si trasformava automaticamente da luogotenente del regno in re d’Italia ciò provocava una sostanziale violazione degli accordi, dal momento che il decreto legislativo luogotenenziale n.98. del 1946 che indiceva il referendum prevedeva che la luogotenenza doveva durare fino all’entrata in vigore della nuova costituzione. Abdigando prima del voto Vittorio Emanuele III, pur non violando formalmente la legge alterava la situazione a favore della Corona, che così facendo si poteva presentare al paese con un volto meno screditato di quello del vecchio sovrano, aprendo così in termini di massa, ad impulsi di carattere emotivo, sui quali del resto i monarchici più intelligenti, e anche più consapevoli dell’arretratezza e della diseducazione politica di larghe zone dell’elettorato italiano, avevano da sempre puntato ,ciò, ovviamente, era avvenuto grazie ad una vera e propria lunga azione di convincimento nei confronti della Corona, nei confronti di Vittorio Emanuele III .
Oggi risulta di difficile comprensione ciò che la monarchia intese scatenare con questa manovra, ed anche altre, infatti, il mese di maggio fu pieno di tensioni per le forze antimonarchiche del paese. 
La reazione delle sinistre a questa iniziativa monarchica fu durissima, confermando che l’obbiettivo della Repubblica era per esse irrinunciabile, se all’atto della crisi del governo Parri si erano avuti soltanto sporadici e isolati pronunciamenti, in alcuni grandi plessi industriali del nord, questa volta tutte le città italiane furono teatro di imponenti e combattive manifestazioni popolari, nelle quali i partiti operai gettarono il peso della loro forza organizzata e mobilitatrice.
Infatti, si dovette anche a questo se l’esito del Referendum del 2 giugno del 1946 dette, sia pure di stretta misura ( 54,26 % dei voti , pari 12 718 641, contro il 45,72 %, pari a 10 718 502 ), esito favorevole alla Repubblica. 
Certamente fu decisivo l’abbinamento del Referendum con le elezioni per l’Assemblea Costituente, ciò contribuì non poco a rendere elevato il numero dei votanti, che raggiunse nel 1946 l’89% degli elettori, una percentuale assai elevata alle punte più alte raggiunte nelle ultime consultazioni elettorali prefasciste, un dato questo, destinato a consolidarsi e a divenire una costante della vita politica italiana nel trentennio repubblicano, con un afflusso alle urne superiore a quello degli altri dell’Europa occidentale(3) .
L’obbiettivo dell’Assemblea Costituente aveva comportato pesanti rinunce da parte delle sinistre, da parte del Partito Comunista Italiano nella trattativa per la formazione del gabinetto De Gasperi, da quella della moneta a quella della sostituzione dei prefetti e dei questori precedentemente nominanti dal CLN.
A dare dimensione a quanto si afferma si può senz’ altro ricordare quanto affermava in un suo discorso Piero Calamandrei a Firenze il 14 0ttobre del 1945, nel quadro della giornata per la Costituente promossa dal fronte dei partiti schierati a favovore della forma repubblicana per lo stato italiano, così diceva Calamandrei:

“ C’era una vecchia promessa che risaliva al 1848, colla quale la monarchia si era impegnata a lasciare al popolo italiano la scelta definitiva delle sue istituzioni; ma quella promessa non fu mantenuta. E i più la dimenticarono. E rimasero quei pochi repubblicani fedeli a Mazzini, rimasero dico quei pochi fedeli a reclamare costituente e repubblica: e nessuno li prendeva sul serio.
Ma ora la Costituente non è più una lontana utopia, un ideale evanescente un incerto avvenire. Ora, se noi dobbiamo credere alle ripetute promesse che gli alleati hanno fatto al popolo italiano, mentre esso proprio per questo immolava a migliaia i suoi giovani migliori nella guerra di liberazione, se dobbiamo credere alle leggi che sono state deliberate appena recuperata la libertà- ora la Costituente è una realtà di oggi, come la repubblica sarà, ne siamo certi, una realtà di domani.
Una legge del 25 giugno del ’44, l’unica carta costituzionale che abbia oggi l’Italia, ha dichiarato solennemente che, appena liberata l’Italia dell’invasore, il popolo italiano si adunerà in Assemblea Costituente per scegliere le sue istituzioni e per decidere, esso solo, dei propri destini… Sembrerebbe dunque che tutto debba essere pronto per attuarla: mai situazione giuridica fu più chiara di questa. E tuttavia si indugia ancora, si temporeggia ancora, e il popolo sente vaganti nell’aria minacce di sorprese e di insidie “(4) .

 Nel discorso di Calamandrei appare chiara l’atmosfera di inquietudine e di incertezza e ciò si era resa ancora più evidente in conseguenza delle richieste conservatrici poste in essere proprio da De Gasperi, significativa in questo senso fu quella volta ad esautorare da gli organismi amministrativi dello stato tutti coloro che erano stati nominati dal CLN.
Infatti, una per tutte fu la richiesta conservatrice democristiana era che vista l’avvicinarsi di scadenze elettorali c’era bisogno di funzionari di carriera e non di funzionari nominati dal CLN, e in questo perverso ricatto ordito da De Gasperi le sinistre, il PCI scelsero di mantenere aperta la prospettiva della trasformazione istituzionale dello stato, sacrificando il rinnovamento del personale di uno dei gangli più decisivi dell’apparato dello Stato Italiano.
La sinistra si ritrovò tutta schierata dietro lo slogan, lanciato da Nenni :<>, operando così una scelta che solo retrospettivamente si è dimostrata oggetto di un’accesa discussioni.
 avvenne a seguito dei risultati del referendum istituzionale di domenica 2 e lunedì 3 giugno 1946, indetto per determinare la forma di stato da dare all’Italia dopo la seconda guerra mondiale.
Dunque, il voto 2 Giugno del 1946 chiudeva un ‘intera fase della storia d’Italia, la fase dello stato Sabaudo che aveva permesso la tragedia del fascismo nel paese, e l’apertura di un’altra che per la prima volta comportava una consultazione politica nazionale dove votavano anche le donne: risultarono votanti circa 13 milioni di donne e circa 12 milioni di uomini, pari complessivamente all’89,08% degli allora 28 005 449 aventi diritto al voto, grazie al quale venne proclamata la Repubblica Italiana nata dalla Resistenza, tutto ciò che è avvenuto dopo, ad oggi, noi possiamo dire che è storia attuale anche se di questa storia con rammarico se ne rimpiange l’assenza di soggetti politici e culturali conseguenti a quanto venne elaborato dall’Assemblea Costituente, all’attuale Carta Costituzionale, per cui rinnovando il ricordo di quelle donne e uomini che diedero tutta la loro esistenza alla lotta per la democrazia del nostro paese affermiamo che è nostro compito politico il perseguimento della costruzione di un soggetto politico comunista di massa, ancora una volta fondamentale per la difesa di ciò che rappresentano i valori fondanti della Repubblica Italiana, dell’Antifascismo , della Resistenza.

(1)P.Togliatti, “ Rapporto al V Congresso del PCI, in Opere scelte, cit.,pp.401- 455.
 (2) Dossetti a De Gasperi, 28 febbraio del 1946, in De Gasperi scrive, cit. Vol. I, p, 287.
 (3) C.Ghini, “ il voto degli italiani 1946-1974, Roma 1975, p.33
 (4) P. Calamandrei, “ Scritti e discorsi politici, a cura di N.Bobbio, Vol. I : Storia di dodici anni, tomo I, Firenze,pp. 164-165.

Cosimo Cerardi Sgr. Prov. Del Partito Coumunista Prov. Di Varese.

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