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La Svizzera valuta le conseguenze della disdetta dei ristorni

Frontalieri
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27 gennaio 2020

Egr. Sig.

DIRETTORE DI VARESENEWS

Il governo ticinese si muove ancora, ai fini di ottenere la disdetta, da parte della Confederazione , dell’accordo con l’Italia del 3/10/1974 – entrato in vigore il 27/3/1979 – relativamente alla questione dei c.d. “ristorni” – destinati a compensare le “spese sostenute dai comuni italiani a causa dei frontalieri che risiedono sul loro territorio ed esercitano un’attività dipendente in Ticino”. Già nel 2015, il Gran Consiglio (parlamento ticinese) aveva chiesto al Consiglio federale (governo svizzero) di disdire l’accordo, ma senza ottenere risposta. Anche le modificazioni alla costituzione ticinese, approvate con la votazione referendaria del 25/9/2016, tendenti a privilegiare i lavoratori locali, nei confronti della manodopera estera, hanno avuto un effetto limitato all’impiego pubblico e parapubblico, dopo che le camere federali avevano concesso l’indispensabile “garanzia”, rilevando però che il Ticino doveva tener conto degli obblighi internazionali della Svizzera e, quindi, anche del trattato del 1974, che rimaneva in vigore. Ora, il Consiglio di stato (governo ticinese) intende commissionare all’università di Lucerna uno studio, per valutare le conseguenze di un’eventuale disdetta dell’accordo, dopo che il “Centro competenze tributarie” della SUPSI (Università di Lugano) – che per anni ha trattato il dossier – si era pronunciato in senso negativo. Afferma il direttore, prof. Marco Bernasconi: «La proposta è già stata studiata e oltre tutto Berna l’ha già bocciata”. Se si disdicesse l’accordo sulla fiscalità dei frontalieri, cadrebbe tutta la convenzione sulla doppia imposizione, cui esso è legato, con grave danno per la Svizzera. “In Italia non venderemmo più nemmeno uno spillo”. “I redditi da lavoro e tutte le altre fonti di reddito, sarebbero imponibili due volte».

«Sia il governo federale che il mondo economico sono contrari ad una simile iniziativa». Rimane il problema dell’accordo predisposto durante la vigenza dell’infelice governo Renzi. Esso però non ha alcun valore giuridico, non essendo mai stato approvato dai rispettivi governi e parlamenti. Ma quale governo italiano oserebbe ora proporlo al parlamento? Oramai il segreto svizzero sui capitali italiani è caduto, come è avvenuto in gran parte del mondo. Perché l’Italia dovrebbe sottoscrivere un trattato ad essa sfavorevole, che penalizza i frontalieri ed i loro comuni di appartenenza?

Il fatto è che la concorrenza dei frontalieri sul mercato del lavoro ticinese pesa, anche se – ad imitazione di quanto già provveduto nei Cantoni Neuchatel e Giura – è stata approvata, l’11 dicembre scorso, una legge sul “salario minimo” – fissato tra 19,75 e 20,25 Frs. l’ora – legge che entrerà in vigore a tappe, tra il 2021 ed il 2024. D’altra parte, il Ticino fa concorrenza alla Lombardia, cercando di attirare imprese, attraverso notevoli facilitazioni fiscali. Uno dei fattori di attrattività è anche quello dei bassi salari dei frontalieri. Parlavo recentemente con un imprenditore “germanico” – come dicono i Ticinesi, per distinguerli dagli “svizzerotedeschi” – che ha portato la sua azienda, prima da Zurigo a Lugano e poi in una località ancor più vicina al confine, per favorire i “miei frontalieri”. Ebbene mi diceva che se dovesse scomparire un tal tipo di manodopera, qualificata ed a buon mercato, per la Svizzera, se ne tornerebbe a Zurigo. «Perché rimanere in periferia? Meglio tornare al centro economico».

Quindi, la soluzione non è facile. Per quel che riguarda l’aspetto della questione, vista dalla Lombardia, bisognerebbe istituire delle “zone franche” fiscali, per trattenere le imprese lombarde. La proposta è stata fatta anche dalla Regione Lombardia, ma un governo in cui il Nord del paese – cioè la sua parte produttiva – non è rappresentato, non può essere sensibile a simili istanze, purtroppo.

Saluti Avvocato Mario Speroni

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