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Riaprire gli ospedali ai parenti: si cominci a parlarne

Nella pneumologia covid dell'ospedale di Varese
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25 Febbraio 2021

Egregio direttore

scrivo questa lettera per far emergere una situazione di forte disagio che si sta verificando ormai da un anno, cioè da quando c’è il COVID, e di cui non ho mai sentito parlare.

Sono una infermiera, in pensione dall’ottobre 2020, ma che sia nel marzo 2020 che in questi ultimi mesi,  ha prestato servizio presso un reparto COVID.

Come tutti sanno da quando c’è il COVID è impossibile accedere nei reparti ospedalieri per assistere o far compagnia ai propri cari ricoverati. Questa situazione sta determinando, a mio avviso e per l’esperienza vissuta sia come infermiera che come parente, una disumanizzazione nei confronti dei degenti e delle famiglie lasciate spesso in balia di scarsa informazione rispetto alle condizioni dei loro cari.

L’accento maggiore va posto sulle persone anziane che spesso già presso la loro abitazione hanno problemi cognitivi e di deterioramento mentale. Queste persone, che sono le più fragili, nel momento del ricovero vengono catapultate in un ambiente sconosciuto senza un volto noto che sia rassicurante e tenute segregate all’interno di una stanza senza altri contatti se non con il personale sanitario. Non so se riesce ad immaginare cosa può accadere a queste persone .

Attenzione non sto parlando di maltrattamenti o inefficienze da parte del personale sanitario, che in realtà si prodiga molto ed a volte in condizioni difficili, ma il disorientamento,l’angoscia, il senso di abbandono che provano queste persone è immenso e non alleviabile. Dall’altra parte le famiglie vivono un senso di colpa, di incapacità ed inutilità, aggravato dal non poter vedere con i propri occhi come realmente sta il loro congiunto.

Non mi venga a dire che esiste , e dico per fortuna esiste, la tecnologia, videochiamate ecc… con queste persone non funziona. La tecnologia richiede un grado di capacità pratica ed una stabilità emotiva che i nostri anziani non hanno. Vedere il proprio famigliare in uno schermo di telefonino spesso li destabilizza maggiormente. Non voglio dilungarmi sulle tante situazioni e condizioni assistenziali che ho vissuto ma la sofferenza che si crea con questi isolamenti forzati è tanta e non se ne parla.

La si ignora? È inevitabile?

Non so se si troverà o se si vuole cercare una soluzione a questa situazione,sicuramente per tanti marginale, ma mi auguro che almeno si cominci a parlarne, perché per chi ha a cuore la cura della persona nella sua totalità e per coloro che la stanno vivendo, è molto importante.

Distinti saluti R.V. ex infermiera professionale

Commenti

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  1. Scritto da simo77

    buongiorno! ha ragione signora…io sto vivendo l’eperienza di mio padre di 68 anni, per una caduta accidentale si è rotto femore e braccio , da 15 giorni non lo posso vedere mia madre idem, visto che questa situazione è destinata a durare nel tempo nelle strutture sanitarie si dovrebbe studiare un protocollo che almeno un membro stretto della cerchia familiare vestito di tutti i dispositivi di sicurezza possa incontrare il proprio caro almeno per qualche minuto una volta la settimana non si chiede molto ,almeno per far sentire la persona non abbandonata a se stessa e per dare un conforto morale.

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