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In ricordo di Gianfranco Parodini

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7 maggio 2020

Egregio direttore,

Ho conosciuto Gianfranco Parodini nel 1976. Ero arrivato da Milano all’inizio di quell’anno per occuparmi del sindacato delle lavoratrici e dei lavoratori dei settori della sanità e degli enti locali. Letteralmente catapultato a dirigere un piccolo ma complicato sindacato, i cui lavoratori erano considerati lontani storicamente dai valori della CGIL. In questo contesto conobbi Gianfranco Parodini che, dopo l’IX Congresso della CGIL a Rimini, entrò a far parte della Segreteria della Camera del Lavoro e gli vennero affidati come incarico la sanità e il pubblico impiego.

Vivevo l’esperienza sindacale con una passione smisurata e trovai in Parodini un compagno disponibile al dialogo e alla collaborazione. Sento spesso parlare del fatto che fosse scorbutico e di poche parole; nei miei ricordi degli anni in cui l’ho conosciuto e frequentato, non era affatto come viene indicato da taluni. Forse più tardi, ma non fu così negli anni dal 1977 al 1980 della mia permanenza politica e sindacale a Varese. Si capiva che era una personalità complessa, ma si discuteva di tutto. Ricordo che mi raccontava di aver vissuto per diverso tempo nella casa albergo collegata alla Ignis di Biandronno, che veniva dalla Liguria e che aveva due figlie. Parlavamo moltissimo del sindacato e della politica. Franco era un uomo appassionato e vivace intellettualmente. A questo proposito – ma non ne abbiamo mai discusso direttamente – forse si sentiva non adeguatamente riconosciuto nel suo valore. Egli aveva fiuto e buon senso ed era pragmatico.

In verità non era stato del tutto chiaro perché avesse lasciato la categoria Fiom – cui mi pareva molto legato – per un incarico in CGIL, per il quale all’inizio avevo l’impressione che non si sentisse particolarmente portato.

Quelli erano i tempi della Fiom! Alla guida dei metalmeccanici, quando arrivai a Varese, c’era Tiziano Rinaldini. Intorno a Tiziano era cresciuto un gruppo di innovatori di cui Parodini si sentiva parte, penso sindacalmente pienamente perché era per il sindacato dei consigli e favorevole all’unità sindacale a partire dalla FLM. Senza volermi addentrare in retrospettive arbitrarie, penso tuttavia che il tratto peculiare di Parodini fosse quello del sindacalista pragmatico: un sindacalista di base che affrontava i problemi quotidiani che non disdegnava, avendo le capacità intellettuali, di allungare lo sguardo sulle tendenze più di fondo del mondo del lavoro. In lui trovai l’amico che ascoltava. Io più giovane e inesperto lo ascoltavo a mia volta con interesse e talvolta mi arroccavo con cocciutaggine su qualche tema. Sentivo che Franco Parodini apprezzava di me la passione, la volontà determinata di affermare la CGIL in un settore allora ancora considerato di frontiera e questo mi riempiva di orgoglio e di gratitudine.

Ci mettemmo a lavorare insieme e ne serbo un bel ricordo. Le istituzioni regionali muovevano ancora passi incerti, dopo i primissimi decreti di trasferimento delle competenze del 1972 si attendeva il completamento della riforma delle autonomie locali, arrivata parziale e monca nel 1975, accompagnata con l’indicazione di molti provvedimenti attuativi delegati ad appositi futuri decreti. Nella sanità e negli enti locali tirava aria di rinnovamento, le nuove leve uscite dall’università in quegli anni mettevano in discussione le rigide gerarchie dei baroni nella sanità e l’asfissiante formalismo delle procedure e dei controlli negli enti locali territoriali. Responsabile nazionale della CGIL del pubblico impiego era Elio Giovannini: in pochi mesi organizzammo a Varese una iniziativa sulle riforme istituzionali e sul lavoro pubblico, invocando la riforma nazionale della contrattazione, cui partecipò lo stesso Giovannini.

Allora pensavo che un sindacalista dei metalmeccanici avrebbe potuto fare qualsiasi cosa, ma Franco Parodini davvero mi sbalordì perché in pochissimi mesi e dopo riunioni fitte e lunghe discussioni fummo in grado insieme di realizzare un evento lontano dalla sua esperienza sindacale e culturale, che rappresentò tuttavia a Varese una tappa di avvicinamento dei pubblici dipendenti alla cultura confederale del sindacato generale di Di Vittorio e di Lama.

Pino Vanacore

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