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Tra paura e malattia

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22 luglio 2015

Buongiorno, mi piacerebbe che qualche volta, prima che si verifichi la tragedia si discutesse su cosa significa per una famiglia essere costretta, perché non aiutata dalle consuetudini e dalle disposizioni, ad occuparsi in completa solitudine di un familiare malato e per i suoi vicini avere la paura di far parte di questa futura tragedia.
Finire all’ospedale con diverse ferite da taglio procurate da una persona ammalata e scoprire quando si rientra nella propria abitazione che oltre a non riuscire ad ottenere tutela per la propria incolumità prima dell’accaduto Questo non accade nemmeno dopo. Le forze di sicurezza, in un caso simile possono disporre il ricovero in una struttura specializzata solo se l’aggressione produce una prognosi di almeno 40 giorni, l’ospedale una volta sedata la paziente, sempre per protocollo, la rimanda alla propria abitazione (tengo a precisare che non me la prendo ne con il personale della sicurezza ne con quello sanitario ma con chi idea queste stupide disposizioni).
In questo modo si sono rovinate almeno due famiglie in primis quella della persona aggredita che oltre alle ferite fisiche rimane nel terrore che l’evento si ripeta e poi tragedia nella tragedia la famiglia nella quale abita l’aggressore dove la cura del proprio caro diventa ancora più difficile ed angosciosa e dove i famigliari stessi possono diventare vittime del proprio congiunto.
Penso che questa sia una situazione inaccettabile e che si debbano prendere seri provvedimenti per modificare l’attuale gestione di queste strazianti situazioni e, quando succedesse (speriamo mai) l’irreparabile dare la responsabilità a chi effettivamente c’è l’ha cioè coloro che hanno stabilito questi assurdi protocolli d’azione. Ribadisco ancora una volta la mia ferma convinzione che in questa situazione estrema non esistono carnefici ma solo vittime.
Grazie per l’opportunità che mi viene concessa di esprimere il mio forte disappunto.

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