{"id":237286,"date":"2007-05-03T00:00:00","date_gmt":"2007-05-03T00:00:00","guid":{"rendered":""},"modified":"2007-05-03T00:00:00","modified_gmt":"2007-05-03T00:00:00","slug":"sarajevo-cuore-incerottato-della-bosnia","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.varesenews.it\/2007\/05\/sarajevo-cuore-incerottato-della-bosnia\/237286\/","title":{"rendered":"Sarajevo, cuore incerottato della Bosnia"},"content":{"rendered":"<p class=\"MsoNormal\" style=\"MARGIN: 0cm 0cm 0pt\"><i><span style=\"FONT-FAMILY: Arial\">Come abbiamo detto pi\u00f9 volte, tra i punti di forza di VareseNews ci sono i nostri lettori ed il fatto di essere un quotidiano on line, quindi raggiungibile da tutto il mondo e collegato, in qualche modo, con tutto il mondo. Grazie ad amicizie comuni vogliamo proporvi tramite una sorta di diario a puntate (come abbiamo gi\u00e0 fatto con Un Posto al Sole) l\u2019esperienza di <b>Michele Cimmino<\/b>, giovane laureato in scienze internazionali e diplomatiche all\u2019Universit\u00e0 di Torino con una tesi sui rapporti economici fra Italia e Croazia e Italia e Serbia\/Montenegro. Michele ha fatto diverse esperienze di volontariato nei Balcani, in Georgia e in Guatemala: dal gennaio 2007 vive a Livno, in<span style=\"mso-spacerun: yes\">\u00a0 <\/span>Bosnia, dove svolge il Servizio volontario europeo (SVE). Il primo pezzo che pubblichiamo \u00e8 su Sarajevo, citt\u00e0 che ha molto da dire e che meriter\u00e0 una seconda puntata. Il diario si chiamer\u00e0, per volere dell\u2019autore stesso, <b>\u201cBaccanoBalcano\u201d<\/b><\/span><\/i><\/p>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"MARGIN: 0cm 0cm 0pt\"><i><span style=\"FONT-FAMILY: Arial\"><strong><\/strong><\/span><\/i><\/p>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"MARGIN: 0cm 0cm 0pt\"><strong><i><span style=\"FONT-FAMILY: Arial\">==============================================<\/span><\/i><span style=\"FONT-FAMILY: Arial\"><\/span><\/strong><\/p>\n<p \/>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"MARGIN: 0cm 0cm 0pt\"><span style=\"FONT-FAMILY: Arial\">Arrivando a Sarajevo dal nord, si percorrono gli unici trenta chilometri di autostrada dell\u2019intero paese. Una lingua d\u2019asfalto sopravvissuta ai bombardamenti ma con un disperato bisogno di attenzioni. Il piccolo furgone procede a rilento sorpassato da nuove e vecchie Mercedes che sfrecciano lungo la strada. Il rollio degli pneumatici sull\u2019asfalto usurato assume un ritmo costante, lentamente mi risveglio dal torpore del viaggio. I tornanti che avevano cullato il mio sonno fino ad un attimo prima sono terminati. Ho appena oltrepassato Ilija\u0161 e il mio sguardo fissa l\u2019orizzonte, aspettando la citt\u00e0. Montagne da un lato, montagne dall\u2019altro lato, l\u2019impervia Bosnia continua ad accompagnare il mio viaggio. Scorgo i primi scatoloni socialisti mentre l\u2019autostrada lentamente muore nel grande viale cittadino che conduce fino al centro. Il traffico diviene intenso al punto da rendere gli ultimi chilometri metropolitani pi\u00f9 lunghi dell\u2019autostrada. La Zmaja \u00e8 forse meglio conosciuta come il Viale dei cecchini. Durante la guerra era il viale su cui i<span style=\"mso-spacerun: yes\">\u00a0 <\/span>serbi si divertivano a giocare al tiro al bersaglio con la gente di passaggio. Gli abitanti della citt\u00e0 costantemente in lotta <img decoding=\"async\" hspace=\"3\" src=\"https:\/\/www3.varesenews.it\/immagini_articoli\/200705\/sarajevo4.jpg\" align=\"right\" vspace=\"3\" border=\"0\" \/>contro la mancanza d\u2019acqua e di cibo, erano obbligati ogni giorno a inventarsi un modo nuovo per sopravvivere. Alle prese con l\u2019elettricit\u00e0 scarseggiante e con le provviste che arrivavano agli orari pi\u00f9 impensabili, la popolazione doveva prestare attenzione anche ai colpi serbi. La Zmaja \u00e8 un grande viale ampio a quattro corsie accompagnato per tutto il suo corso da palazzoni grigi e sciatti, attraversandolo ci si esponeva ai fucili nemici. Oggi la vita scorre di nuovo lungo il viale dove il traffico nelle ore di punta \u00e8 sostenuto e l\u2019odore dei gas di scarico ha ormai spazzato via il fetore della guerra. Nelle giornate di mal tempo, l\u2019anonimo profilo degli scatoloni si confonde con le nuvole che riempiono il cielo. Edilizia popolare che non vede un intervento di manutenzione da dieci anni, facciate con l\u2019intonaco disfatto, enormi macchie di infiltrazioni d\u2019acqua e finestre chiuse con cartoni e nastro adesivo. \u00c8 questo il modo in cui Sarajevo accoglie i propri visitatori giunti da lontano.<\/span><\/p>\n<p \/>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"MARGIN: 0cm 0cm 0pt\"><span style=\"FONT-FAMILY: Arial\">Arrivo alla stazione degli autobus, piccola e malandata come il resto degli edifici che la circondano. Decido di raggiungere il centro della citt\u00e0 a piedi. \u00c8 una passeggiata di un quarto d\u2019ora che mi permetter\u00e0 di passare davanti ad alcuni dei luoghi pi\u00f9 famosi della citt\u00e0. A pochi minuti dalla stazione c\u2019\u00e8 il palazzo del Parlamento, un altro souvenir degli anni novanta. \u00c8 stato da poco rinnovato nel suo aspetto esterno grazie ai finanziamenti della cooperazione greca. Tuttavia, per circa dieci anni il suo scheletro ha vegliato sulla citt\u00e0 e l\u2019ha vista risvegliarsi come un anziano ormai senza forze vede le nuove generazioni crescere ignorando le tradizioni. Fino all\u2019anno scorso nulla era cambiato dalla fine della guerra. Il Parlamento era lo stesso che le televisioni occidentali si impegnavano a mostrare alle proprie opinioni pubbliche, quasi con lo stesso accanimento con cui i cecchini serbi si erano impegnati a trasformarlo in un simbolo su cui accanirsi. All\u2019interno l\u2019edificio \u00e8 ancora vuoto, la ristrutturazione ha riguardato solo l\u2019esterno. Tutto ricoperto di luccicanti superfici vetrate pare ergersi a ottima metafora della strada verso cui sembra viaggiare questo paese. Un futuro che guarda all\u2019Europa ma che si presenta per ora vuoto e senza progetti. Come la eco risuona all\u2019interno dei grandi ambienti vuoti del palazzo, cos\u00ec i lamenti di un paese spogliato dalla guerra risuonano nell\u2019aria di questa mattina di primavera.<\/span><\/p>\n<p \/>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"MARGIN: 0cm 0cm 0pt\"><span style=\"FONT-FAMILY: Arial\">Decido di raggiungere il centro camminando sul lungo fiume. La gente dice che una citt\u00e0 cos\u00ec carica di storia e di passato non merita un simile rigagnolo. A guardarla bene, la Miljacka \u00e8 un fiumiciattolo dalle acque torbide e sonnolente. Di per s\u00e9 la passeggiata non offre particolari suggestioni se non per il fatto che, proseguendo in questo cammino, si giunge sul luogo <img decoding=\"async\" hspace=\"3\" src=\"https:\/\/www3.varesenews.it\/immagini_articoli\/200705\/sarajevo2.jpg\" align=\"left\" vspace=\"3\" border=\"0\" \/>dell\u2019assassinio dell\u2019Arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono d\u2019Austria, freddato nel 1914 da un colpo sparato da Gavrilo Princip, studente rivoluzionario serbo. La Bosnia, che appare cos\u00ec lontana dall\u2019occidente, dimentica spesso di farci notare come proprio nelle sue viscere sia scoppiata la grande guerra. Quel Francesco Ferdinando che noi tutti studiamo a scuola fin dalle elementari, \u00e8 stato assassinato proprio qui. Oggi un\u2019anonima targa in pietra all\u2019angolo della strada ricorda quell\u2019evento. Fra le tante analisi storico-politiche di quella scintilla che provoc\u00f2 uno dei maggiori sconvolgimenti in Europa, mi tornano alla mente le considerazioni di Maria Todorrova nel suo \u201cImmaginare i Balcani\u201d. Probabilmente cos\u00ec diversa da quel primitivo villaggio di fango di cui parla Todorrova, la citt\u00e0 di Sarajevo rimane tuttavia una fucina di incomprensioni e animosit\u00e0 non chiaramente intelligibili all\u2019osservatore occidentale. Come un malato orgoglioso, incapace di chiedere aiuto o di mostrare le proprie debolezze, questa citt\u00e0 prova da sempre a curarsi da sola le proprie ferite. Anziano malato colpito dalle piaghe, nei momenti in cui il male si acutizza non vuole appoggiarsi a nessuno e si sveglia ogni mattina per lavarsi e medicarsi le piaghe. Cos\u00ec Sarajevo, dopo essersi medicata, torna a vivere tranquilla , pi\u00f9 forte dei sani e pi\u00f9 capace dei forti. Sono passate molte mattine dall\u2019assassinio di Francesco Ferdinando ma Sarajevo \u00e8 ancora qui, viva e determinata. Perso in questi pensieri un po\u2019 cupi, procedo nella mia passeggiata lungo la Miljacka fino a raggiungere la vecchia Biblioteca Nazionale. Una ferita ancora aperta nel cuore della citt\u00e0, l\u2019edificio in stile austro-ungarico era uno dei simboli della cultura bosniaca. Come recita la targa all\u2019ingresso, la notte fra il venticinque e il ventisei agosto 1992 fu dato alle fiamme dalle milizie serbe. Nell\u2019incendio andarono perduti circa due milioni di libri e documenti non pi\u00f9 recuperabili. \u201cPer non dimenticare, ricorda e rimani vigile\u201d termina la targa. Oggi, il rosso caldo della sua facciata non riesce ancora ad allontanare dal palazzo il gelo nelle vene del visitatore, intento a misurarsi con la crudelt\u00e0 che ha flagellato questi luoghi. Giunti a questo punto, molti potrebbero abbandonare la lettura perch\u00e9 la citt\u00e0, descritta finora, non sembra essere certo una meta per le vacanze, ma Sarajevo \u00e8 anche questo. Crocevia fra occidente e oriente, \u00e8 il luogo dove per secoli islam e religione cattolica hanno convissuto una al fianco dell\u2019altra. Passeggiando per le vie del centro, viene spontaneo domandarsi quanti altri luoghi nella vecchia e cara Europa presentino in poche centinaia di metri una chiesa ortodossa e una moschea, separate dalla cattedrale cattolica. Con il pensiero rivolto all\u2019eterogeneit\u00e0 in salsa bosniaca, lascio il lungo fiume per addentrarmi nelle vie del centro. Il quartiere di Bascarsija \u00e8 un intrico di vie acciottolate dove i turisti si mescolano alla gente del posto, lontani dal caos delle automobili e vicini alle tradizioni dei maestri artigiani bosniaci. Artigiani che lavor<img decoding=\"async\" hspace=\"3\" src=\"https:\/\/www3.varesenews.it\/immagini_articoli\/200705\/sarajevo1.jpg\" align=\"right\" vspace=\"3\" border=\"0\" \/>ano il ferro e il rame, espongono fuori dai propri negozi le mercanzie da vendere ai turisti. Ai tradizionali piatti in rame lavorati a mano, e ai servizi da caff\u00e8 turco, si sono aggiunti negli ultimi anni i bossoli dei proiettili riciclati in piccole opere d\u2019arte a uso e consumo degli stranieri. Esempio di quel cinismo tutto balcanico, il bossolo-trattino-ferma carte \u00e8 l\u2019emblema della citt\u00e0 che si cura le ferite e prosegue con i mezzi a disposizione. Quelle stesse pallottole che una dozzina di anni prima venivano abbondantemente elargite dai cecchini appostati sulle colline, dopo aver abbandonato l\u2019anima in battaglia, vendono oggi il proprio corpo lavorato a mano sulle bancarelle degli artigiani. I turisti acquirenti sono la prova di quel che viene definito turismo di guerra. Dicasi turismo di guerra quello strano fenomeno per cui gli occidentali in visita alla citt\u00e0 iniziano ad avvertire uno spasmodico e inspiegabile desiderio di comprare e portarsi via una qualsiasi cianfrusaglia che anche solo lontanamente possa ricordare la guerra. Questo al fine di poterla mostrare con orgoglio agli amici una volta tornati in patria, vantandosi del loro viaggio in una terra ancora caratterizzata dall\u2019esotismo del pericolo. Da inguaribile romantico legato alle tradizioni, rimango dell\u2019idea che un servizio da caff\u00e8 turco sia tuttavia migliore di qualsiasi bossolo. Un negozio attira la mia attenzione pi\u00f9 degli altri. Al suo esterno c\u2019\u00e8 una quantit\u00e0 ragguardevole di prodotti lavorati a mano ma non sono questi ad attirarmi, piuttosto l\u2019aspetto di quello che scoprir\u00f2, solo dopo, essere il padrone del negozio. Dragan sembra un personaggio uscito da un film di Kusturica. Con una pancia alcolica avvolta in un pesante maglione di grezza lana blu, ha mani lunghe e magre, solcate da vene e cicatrici. La sigaretta perennemente nella mano destra, quasi fosse un prolungamento naturale delle sue dita, disegna nell\u2019aria cerchi di fumo. Senza sosta, ne accende una dopo l\u2019altra invitando i turisti a guardare i suoi prodotti esposti. Con l\u2019atteggiamento di chi ha gi\u00e0 visto tutto nella vita, la sua voce profonda e roca mi invita a comprare le tazzine da caff\u00e8 che stavo osservando. Mi chiede se voglio bere qualcosa con quell\u2019insistenza di cui solo i balcanici sono capaci. Conosco un po\u2019 le tradizioni di questo mondo e so che rifiutare l\u2019invito a un caff\u00e8 o a una rakjia (grappa) sarebbe un gesto di grande maleducazione. Tuttavia non ho intenzione di comprare nulla perch\u00e8 oggi \u00e8 il mio primo giorno in Sarajevo e avr\u00f2 tempo di farlo successivamente. Decido comunque di accettare l\u2019invito e Dragan, con un semplice sguardo al bar di fronte, ordina un caff\u00e8 per il sottoscritto e una rakjia per lui. Il linguaggio fatto di gesti e di sguardi, di parole non dette e silenzi incomprensibili. La gente della carsija (mercato; per estensione il centro cittadino) \u00e8 una cosa sola e mille persone allo stesso tempo. La vita scorre lenta con i propri tempi e le proprie voci. Tutti si conoscono e si riconoscono in questa vita. Lo straniero rimarr\u00e0 sempre straniero. Non \u00e8 un problema linguistico o una questione anagrafica. \u00c9 questo il fascino della carsija. Catapultarsi in un mondo diverso dove donne col velo e uomini stanno seduti assieme in un caff\u00e8, bevendo e scherzando. Perso nella contemplazione, vengo ridestato dall\u2019arrivo del caff\u00e8. Anche nel modo in cui viene offerto, il caff\u00e8 ricorda l\u2019importanza delle tradizioni. Il bricco in cui viene servito, la d\u017eezva, solitamente di rame e lavorato a mano, fa bella mostra di s\u00e9 sul vassoio assieme alle due tazzine senza manico (fild\u017ean). Ci sono due tazzine poich\u00e9 in una si versa il caff\u00e8 mentre nell\u2019altra ci sono le due immancabili zollette di zucchero. Mentre aspettiamo che il caff\u00e8 si depositi sul <img decoding=\"async\" hspace=\"3\" src=\"https:\/\/www3.varesenews.it\/immagini_articoli\/200705\/sarajevo3.jpg\" align=\"left\" vspace=\"3\" border=\"0\" \/>fondo, Dragan inizia a parlarmi di quanto sia bella la sua citt\u00e0. I suoi occhi lucidi e pieni di alcol parlano da soli. Non menziona mai la guerra ma capisco che quando mi spiega come sia dura la vita, sta parlando di quanto \u00e8 accaduto. Non ha mai abbandonato la citt\u00e0 ed \u00e8 fiero di aver sempre vissuto qui, nessuno mai lo convincer\u00e0 a lasciare questo posto. \u00c8 ancora mattina e non ho assolutamente voglia di essere coinvolto in nessuna discussione politica sulle responsabilit\u00e0 e su quanto sia successo qui negli anni novanta. Ho imparato presto che l\u2019argomento \u00e8 ancora un tab\u00f9 che pu\u00f2 essere affrontato solo quando vogliono loro. Io rimango uno straniero e come tale non oso intromettermi. Seduto accanto a Dragan, questi emana un odore che \u00e8 un misto di alcol e cipolla, i suoi denti gialli hanno assaporato molte sigarette ma senza esitazioni si barcamenano in uno sproloquio di parole. <\/span><\/p>\n<p \/>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"MARGIN: 0cm 0cm 0pt\"><span style=\"FONT-FAMILY: Arial\">Da buon vecchio jugonostalgico quale si dimostra, il suo fiume di parole porta a galla i ricordi del passato. Le memorie di un paese dove in fondo si viveva bene, un paese prospero e rispettato in tutto il mondo di cui non ci si poteva lamentare. Evito di interromperlo e tengo per me le considerazioni sul fatto che quel paese fosse comunque guidato da una dittatura. Da molti considerata morbida, ma pur sempre una dittatura. Non so quante volte ho sentito parlare del passaporto jugoslavo accettato in tutto il mondo, e di quel leader stimato e benvenuto in tutte le cancellerie, da Washington a Mosca, da Nuova Delhi a Berlino. Consapevole della difficolt\u00e0 di arginare il fiume di parole, giunge il momento pi\u00f9 difficile di ogni mia conversazione balcanica. Ho terminato il mio caff\u00e8 ed \u00e8 il momento di prendere commiato. Sar\u00e0 forse per timidezza ma non riesco mai a trovare le parole e il momento giusti per salutare. L\u2019ospitalit\u00e0 bosniaca \u00e8 stupefacente al punto da mettere in difficolt\u00e0 gli ospiti talvolta. Con la massima educazione di cui sono capace mi divincolo dall\u2019insistenza di Dragan a rimanere con lui per un altro caff\u00e8. Saluto e vado via con l\u2019idea per\u00f2 di tornare una sera, se la mia breve visita in citt\u00e0 me lo consentir\u00e0. <\/span><\/p>\n<p \/>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"MARGIN: 0cm 0cm 0pt\"><span style=\"FONT-FAMILY: Arial\">Il resto della mattinata trascorre placidamente. Al silenzio della citt\u00e0 ancora addormentata di poche ore prima si \u00e8 sostituito il brusio dei turisti. Ho appuntamento con Salim, un amico che mi ospiter\u00e0 in citt\u00e0, solo nel primo pomeriggio. Inizio dunque a pensare al pranzo e la mente vola immediatamente ai piatti della gustosissima cucina bosniaca. Mi fermo in uno dei tanti locali di Bascarsija per mangiare una porzione di &#263;evapi, piccole polpette di carne macinata di agnello o manzo fatte alla griglia e servite nel pane arabo ancora caldo. Il tutto accompagnato dal kaimak, un formaggio della stessa consistenza del burro e con una incalcolabile quantit\u00e0 di calorie. Scelgo un tavolo vicino alla grossa finestra che da sulla strada, osserva la vita che fuori scorre senza particolari ansie e provo a immaginare come doveva essere questa citt\u00e0 poco pi\u00f9 di dieci anni prima. Non ho idea di che cosa sia una guerra e tanto meno desidero saperlo, mi domando invece se noi abbiamo compreso appieno che gli eventi degli anni novanta sono avvenuti nel cortile di casa. La pacifica Europa ha permesso che la violenza dei nazionalismi provocasse una nuova tragedia al proprio interno, a cinquanta anni di distanza dalla fine del secondo conflitto mondiale. Cito a memoria le parole di un report scritto dal Segretario Generale delle Nazioni Unite durante la guerra, il quale affermava che in Bosnia e Erzegovina si stesse conducendo una guerra mondiale nascosta dove tutte le forze mondiali erano coinvolte e, sul paese stesso, si riversavano tutte le contraddizioni dell\u2019ordine mondiale a cavallo fra i due secoli. <\/span><\/p>\n<p \/>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"MARGIN: 0cm 0cm 0pt\"><span style=\"FONT-FAMILY: Arial\">Con gusto i &#263;evapi vanno via uno dopo l\u2019altro. Un\u2019occhiata all\u2019orologio, ho ancora tempo per una sigaretta prima di andare. Per noi fumatori incalliti, il valore aggiunto di un locale dove \u00e8 permesso fumare non si pu\u00f2 descrivere. Finita la sigaretta, pago e vado via. Il mio primo pranzo a Sarajevo supera l\u2019esame a pieni voti. <\/span><\/p>\n<p><span style=\"FONT-SIZE: 12pt; FONT-FAMILY: Arial; mso-fareast-font-family: \">Fra poco incontrer\u00f2 di nuovo il mio amico Salim ma questa \u00e8 un\u2019altra storia che mi riservo per la prossima volta.<\/span> <\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La prima puntata del diario a puntate di Michele Cimmino, giovane volontario nei Balcani <\/p>\n","protected":false},"author":10,"featured_media":0,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[9],"tags":[],"acf":[],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v20.1 - https:\/\/yoast.com\/wordpress\/plugins\/seo\/ -->\n<title>Sarajevo, cuore incerottato della Bosnia<\/title>\n<meta name=\"description\" content=\"La prima puntata del diario a puntate di Michele Cimmino, giovane volontario nei Balcani\" \/>\n<meta name=\"robots\" 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