{"id":749019,"date":"2018-09-12T11:15:12","date_gmt":"2018-09-12T09:15:12","guid":{"rendered":"https:\/\/www.varesenews.it\/?p=749019"},"modified":"2018-09-12T11:15:12","modified_gmt":"2018-09-12T09:15:12","slug":"africa-molti-migranti-partono-perche-senzacqua","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.varesenews.it\/2018\/09\/africa-molti-migranti-partono-perche-senzacqua\/749019\/","title":{"rendered":"Africa, i molti migranti che partono perch\u00e9 sono senz&#8217;acqua"},"content":{"rendered":"<p><em>Pi\u00f9 avvezzo a questioni locali e territoriali, questa volta Valerio Montonati, agronomo, interviene oggi su una tematica di portata internazionale, ma proprio per questo di grande e complessa attualit\u00e0. <\/em><br \/>\n<em>Nello scritto si parla di migrazioni, e di una delle sue cause &#8211; per quanti partono dall&#8217;Africa &#8211; che combacia con lo sconvolgimento delle risorse idriche avvenuto in alcune regioni attraversate da grandi fiumi. <\/em><br \/>\n<em>Uno dei tanti modi per comprendere le cause di un fenomeno troppo spesso commentato in maniera superficiale e senza le corrette argomentazioni.<\/em><br \/>\n<em>(ac)<\/em><\/p>\n<p>Da anni, ormai, assistiamo impotenti al drammatico fenomeno migratorio che vede centinaia di migliaia di persone tentare, come in una sortita di guerra, di raggiungere l\u2019Europa sperando di trovare condizioni di vita migliori rispetto ai<br \/>\nloro territori natali.<br \/>\nIl nostro paese \u00e8 particolarmente coinvolto da questo incessante esodo umano trovandosi proprio frontalmente alle coste libiche dove si perpetrano azioni bestiali di ogni tipo su esseri umani per lo pi\u00f9 fuggiaschi da paesi belligeranti, o in<br \/>\ncondizioni di guerriglia \/ guerra civile oppure da vasti territori desertificati ove non sono pi\u00f9 in grado di sostenersi con produzioni agricole di sussistenza ancorch\u00e9 ricavate su storici modelli agricoli estensivi.<\/p>\n<p>In questo articolo desidero approfondire la tematica della \u201cFuga ambientale\u201d circoscritta al continente africano tralasciando la pur sostenuta schiera dei rifugiati di guerra e dei perseguitati politici ma richiamando, comunque, l\u2019attenzione, almeno per quelle popolazioni che fuggono dagli orrori bellici, come, pi\u00f9 di recente, il popolo siriano, sulle responsabilit\u00e0 di quegli stati che, seppur con finalit\u00e0 teoricamente \u201cNobili\u201d, hanno, di fatto, causato la distruzione di quel paese che, nonostante l\u2019evidente condizione di sottomissione ad uno storico regime dittatoriale, aveva tutte le condizioni per mantenere la propria popolazione in condizioni di vita dignitosa e che, pertanto, dovrebbero farsi direttamente carico<br \/>\ndi questa diaspora.<\/p>\n<p>Da agronomo ho, dunque, cominciato ad indagare su quali territori del continente africano fossero coinvolti in questi spostamenti biblici, quali condizioni ambientali siano alla base di questa migrazione di massa, a cercare testimonianze e documenti di colleghi, giornalisti, volontari che lavorano in progetti di sviluppo onde poter ragionare su possibili soluzioni alternative a questa condizione sempre pi\u00f9 insostenibile (e non tanto per la reale capacit\u00e0 dell\u2019Europa di poter accogliere, rispettandone appieno la dignit\u00e0 di persone, qualche milione di africani, ma, piuttosto, per l\u2019incredulit\u00e0 che gli sconfinati spazi a sud del Sahara non riescano pi\u00f9 a garantire condizioni di vita sostenibili a quelle genti).<\/p>\n<p><strong>Ho, comunque, dovuto superare qualche dubbio<\/strong> e, forse, un poco di pregiudizio in merito alla capacit\u00e0 \/ volont\u00e0 di superare le difficolt\u00e0 che \u201cMadre natura\u201d talvolta ci impone, da parte di quelle popolazioni ma solo in base a racconti di terzi, alla bibliografia ed alla documentaristica non avendo mai messo piede sul suolo d\u2019Africa facendomene un\u2019idea, quindi, con tutta la prudenza del caso : racconti di amici varesini impegnati nel Mali lungo la famosa falesia di Bandiagara dove gli indigeni non hanno mai immaginato di formare semplici dighe in pietra per raccogliere le acque nella stagione delle piogge e impiegarle in seguito o leggendo del \u201cSistema Vallerani\u201d (ideato da Venanzio Vallerani, un collega agronomo scomparso nel 2011) che permetterebbe, con uno speciale aratro, la semina diretta, in ambienti semi aridi, di piante autoctone la cui germinazione ed il successivo affrancamento (con formazione di aree boscate capaci di influenzare il micro \u2013 clima locale ed anche il potenziale agricolo) sono consentiti dall\u2019acqua raccolta nei micro \u2013 bacini scavati da questo attrezzo che forma un ampio solco a mezza luna capace di immagazzinare acqua in occasione delle rare piogge, per poi rintracciare foto di trattori ed aratri messi a disposizione gratuitamente da progetti di cooperazione e poi abbandonati in quelle zone rurali per mancanza della minima manutenzione; per non parlare, infine, di filmati e documentari in cui si vedono solo e solo donne a portare acqua ed altri materiali in bilico sulle loro teste o impegnate nel lavoro domestico come in quello rurale con la misteriosa, quanto surreale, assenza degli uomini &#8230;; saranno certamente coincidenze o mancanza di una visione realistica ricavata sul campo ma tant\u2019\u00e8.<\/p>\n<p>Tornando sull\u2019argomento indicato:<strong> ho cominciato a fare qualche ricerca<\/strong>\u00a0su internet.<br \/>\nIn breve ho trovato due documenti: un articolo (Fred Pearce : \u201cCome i grandi progetti idrici hanno creato la crisi dei migranti in Africa\u201d traduzione del titolo originale del 20 ottobre 2017 in: \u201d Yale Envirronment 360\u201d della Yale School of<br \/>\nForestry &amp; Environmental Studies) ed un riassunto di un progetto di qualche anno fa elaborato da un\u2019impresa italiana (Bonifica S.p.a. del gruppo Iri) intitolato : \u201cTransaqua\u201d; e l\u00ec, al dire il vero, mi sono fermato anche perch\u00e9 i temi trattati<br \/>\nsembravano interessanti e promettenti per impostare un ragionamento sensato volto a stimolare l\u2019avvio di progetti ed azioni concrete per cominciare a risolvere i problemi alla fonte e non alla foce, tanto per introdurre i temi dell\u2019idrologia,<br \/>\ndell\u2019idraulica e dell\u2019irrigazione.<\/p>\n<p>Il primo elaborato fa una rapida ricognizione delle crisi ambientali e sociali causate dalla costruzione di alcune <strong>dighe su bacini imbriferi naturali<\/strong> che scorrono, o, meglio, scorrevano liberamente nel Sahel (la regione arida che si estende per<br \/>\n3.400 miglia subito a sud del Sahara dal Senegal fino all\u2019Eritrea) creando zone umide, periodicamente inondate, fino a coprire un decimo della regione fornendo pesce in abbondanza insieme ai rifugi per gran parte degli uccelli acquatici<br \/>\nprovenienti dall\u2019Europa oltre che a terreni umidi per le coltivazioni stagionali e ricchi pascoli, alternati a formazioni boscose varie, che mandrie e greggi condividono (o condividevano) con la straordinaria variet\u00e0 della fauna selvatica<br \/>\nafricana.<\/p>\n<p>L\u2019articolo cita <strong>tre casi principali<\/strong> indicando nella gestione di questi sbarramenti (evidentemente da rivedere e correggere prevedendo, per esempio, il minimo deflusso vitale a valle degli sbarramenti che in Europa vige gi\u00e0 da parecchi lustri) la<br \/>\ncausa principale del prosciugamento di laghi, pianure alluvionali e zone umide da cui dipendono milioni di persone causandone il dissesto sociale con massicce adesioni a gruppi armati o incessanti trasferimenti nelle metropoli locali con<br \/>\nil drammatico depauperamento della realt\u00e0 rurale e sicuro trampolino per la successiva corsa verso l\u2019emisfero nord europeo.<\/p>\n<p>In ordine sono :<br \/>\n<strong>il bacino del fiume Senegal<\/strong>, che forma il confine tra Senegal e Mauritania collassato in seguito alla costruzione della diga di Manantali;<br \/>\n<strong>il bacino del fiume Niger in Mali<\/strong>, gi\u00e0 oggi messo in crisi, nella zona del delta interno non lontano da Timbuktu (che fornisce l\u201980% del pescato del Mali e sostiene i pascoli per il 60% dei bovini sostenendo 2 milioni di persone) in seguito<br \/>\nalla costruzione della diga di Markala voluta dal governo del Mali e che sar\u00e0, probabilmente, definitivamente messo in crisi da una nuova diga gi\u00e0 autorizzata nella vicina Guinea alle sorgenti del grande fiume;<br \/>\n<strong>infine il bacino del lago Ciad<\/strong> (privato del 70% delle acque del fiume Logone sbarrato dalla diga di Maga in Camerun e di gran parte delle acque del fiume Yobe ed <strong>abbandonato, dal 2013, da oltre 2,6 milioni di persone)<\/strong> insieme alla zona umida Hadejia-Nguru, nella Nigeria nordorientale, alimentata anch\u2019essa dal \u201cYobe\u201d sbarrato ripetutamente da alcune dighe evidentemente mal gestite se il risultato \u00e8 stata la progressiva crisi di quei sistemi ambientali ed insieme umani.<\/p>\n<p>Quest\u2019ultima area sta, evidentemente, patendo la scarsit\u00e0 dei flussi naturali d\u2019acqua a causa delle dighe costruite per garantire approvvigionamenti idrici alla citt\u00e0 di Kano (la pi\u00f9 grande della Nigeria settentrionale) che, per di pi\u00f9, vedendo continuamente incrementare la popolazione per l\u2019arrivo degli <strong>\u201cEsodati ambientali\u201d<\/strong> finir\u00e0 per assorbire tutta l\u2019acqua disponibile senza per altro dare alternative a uomini, donne e bambini che tenteranno, a loro volta, la sortita europea.<\/p>\n<p>Il secondo documento descrive rapidamente il progetto che prevede la derivazione una quota trascurabile d\u2019acqua del bacino del fiume Congo (il 5% della portata annua pari a 1.900 miliardi di metri cubi) da indirizzare verso il lago Ciad per<br \/>\nricostituirne, in alcune decine d\u2019anni, il volume perso (oggi non supera il 10% delle dimensioni dei primi anni sessanta) realizzando, contestualmente, un canale navigabile lungo 2.400 chilometri collegando aree o paesi ora separati o isolati.<br \/>\nIl progetto prevederebbe il superamento dello spartiacque che separa il bacino del Congo da quello del lago Ciad ad un\u2019altezza di 600 m. s.l.m. senza necessit\u00e0 di pompaggio per poi scendere per gravit\u00e0 fino al letto del fiume Chiari che si<br \/>\nriversa nel lago africano che, cinquant\u2019anni fa, era il quarto lago pi\u00f9 grande del continente.<\/p>\n<p><strong>Il progetto prevederebbe, al termine del canale, una diga per l\u2019alimentazione di una centrale idroelettrica<\/strong> ed un porto fluviale per container, cio\u00e8 un\u2019area di scambio polifunzionale collegata alla grande strada transafricana che unisce i porti di Lagos e di Mombasa, cio\u00e8 l\u2019oceano Atlantico all\u2019oceano Indiano.<\/p>\n<p><strong>Una ulteriore appendice del progetto intitolata \u201cInterafrica\u201d<\/strong> prevedeva di rendere perenne il grande fiume artificiale realizzato da Gheddafi in Libia con il pi\u00f9 grande acquedotto del mondo che giornalmente, attraverso quattromila chilometri di tubazioni, pompa (o pompava) giornalmente seimila metri cubi d\u2019acqua da un grande lago sotterraneo posto nel deserto del Sahara (acque fossili destinate ad esaurirsi entro qualche decennio) mediante un costante apporto d\u2019acqua da un lago Ciad gradualmente riportato alle condizioni storiche.<\/p>\n<p><strong>Questi due lavori, che mi sono permesso di sottoporvi<\/strong>, oltre a ritenerli davvero interessanti sotto l\u2019aspetto socio \u2013 ambientale ed agronomico, credo siano in grado di fornire una maggiore comprensione delle enormi problematiche che<br \/>\noriginano, ormai in gran parte, il grande fenomeno migratorio in atto che, se non provvederemo per tempo a contenere con azioni concrete volte a riproporre la dimensione rurale perduta delle grandi distese africane, ancorch\u00e9 supportata da<br \/>\npresidi tecnologici (scolarizzazione, assistenza sanitaria, approvvigionamento energetico e capacit\u00e0 di comunicazione) adeguati a garantire prospettive di vita dignitosa a quelle popolazioni, diventer\u00e0 davvero colossale ed inarrestabile con<br \/>\nconseguenze globali inimmaginabili.<\/p>\n<p>Fermo restando che il semplice uso delle acque per fini idroelettrici non mette, necessariamente e da solo, in crisi un sistema fluviale in quanto l\u2019acqua, nel far girare le turbine non viene consumata ne persa e nemmeno contaminata, le<br \/>\nstesse debbono, poi, necessariamente essere rilasciate a valle in quantit\u00e0 sufficienti a garantire sia il <strong>mantenimento di ecosistemi umidi essenziali<\/strong> per il sostentamento dei nativi, tramite le tradizionali tecniche agricolo &#8211; piscatorie, magari localmente integrate da qualche buon progetto di agricoltura intensiva supportata da tecniche di micro \u2013 irrigazione, ma anche quegli ambienti umidi che ospitano, nella stagione invernale, gran parte degli <strong>uccelli migratori d\u2019Europa<\/strong>, pena la perdita in breve tempo di un elemento faunistico essenziale anche per le nostre terre ed i propri ecosistemi.<\/p>\n<p><strong><em>Valerio Montonati<\/em><\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Il contributo dell&#8217;agronomo Valerio Montonati che affronta un problema complesso e di scottante attualit\u00e0<\/p>\n","protected":false},"author":34,"featured_media":0,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[9,28,2],"tags":[390,67577],"acf":[],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v20.1 - https:\/\/yoast.com\/wordpress\/plugins\/seo\/ -->\n<title>Africa, i molti migranti che partono perch\u00e9 sono senz&#039;acqua<\/title>\n<meta name=\"description\" content=\"Il contributo 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