Elezioni - Fabio Binelli, 44 anni, assessore al territorio al comune di Varese, ex segretario cittadino della Lega Nord di Varese, si candida al consiglio regionale
Binelli: "La tradizione lombarda l'efficienza"

 Fabio Binelli, 44 anni, assessore al territorio al comune di Varese, ex segretario cittadino della Lega Nord di Varese, si candida al consiglio regionale.

Il federalismo è la vostra bandiera, ma non pensate che la regione stia rischiando di diventare una nuova Roma centralista? Non sarebbe meglio dare più poteri ai comuni?

«In effetti esiste anche una visione differente del federalismo a seconda della zone. Le popolazioni che vivono a nord della regione hanno ad esempio una forte ammirazione per la Svizzera, dove le risorse sono ripartite in maniera omogenea tra confederazione, cantone e comune. E’ una visione che io trovo corretta, ma la storia ci insegna anche che i grandi cambiamenti avvengano per fasi. Oggi, i comuni sono più deboli nel chiedere che il potere si sposti dal centro verso il basso, mentre le regione in questo momento hanno una marcia in più nel rivendicare maggiori poteri. Molti comuni sono in questo momento troppo piccoli e se l’obiettivo finale è quello di avere una perequazione tra i vari livelli adesso può essere utile che la regione attragga competenze».

La coalizione che sostenete, presenta come candidato Formigoni che ha puntato molto sul privati, nella sanità e nella scuola. Voi siete per la tradizione, ma il modello formigoniano è nel solco della tradizione lombarda?

«Il lombardo ha l’idea di uno stato efficiente, che deriva dalla tradizione austriaca. Il modello Formigoni era la risposta a un modello che non funzionava, quello dello stato italiano. E’ stato buon gioco, appoggiarsi a chi integra e sostituisce la struttura pubblica. E’ uno schema che funziona bene per la sanità, anche se vi sono ottimi ospedali pubblici in Lombardia, mentre per la scuola invece il meccanismo sembra prefigurare una dissoluzione della scuola pubblica. Che invece rimane un punto di riferimento per i lombardi. La formazione scolastica deve rimane pubblica ma i programmi li devono fare le regioni, e agli insegnanti non deve essere garantito il posto scuro nel caso non sia in grado di assolvere al suo compito. Se non si interviene però  la scuola rischia di diventare di classe o come in alcuni paesi anglosassoni dove la scuola pubblica è marginale».

Il tuo slogan parla di efficienza e sobrietà, come pensi di portarle nel consiglio regionale?

«Introdurre i concetti di impresa nella pubblica amministrazione, dove ad esempio è scontata l’inamovibilità dei dirigenti. Io credo che non avremo un miglioramento della macchina con queste regole. E’ difficile motivare persone che hanno uno stipendio base senza incentivi o a cui, in caso di inefficienza non si possa contestare nulla. Io penso a incentivi personali, a un ampio uso dell’informatica, dell’efficienza energetica. Per risparmiare devi anche investire, mentre la sobrietà parte dai cittadini, che sono stanchi di vedere nella politica gente accapigliarsi, quando invece vorrebbe vedere meno privilegi e retribuzioni più eque. Forse è il momento di tornare a una politica più asciutta e meno spettacolare».

La regione spende molto soldi per il sociale, chi va aiutato per primo?

«Ci sono due profili, chi è stato veramente sfortunato, deve essere aiutato per primo. La disabilità, ad esempio, è quella che pone di più una persona in difficoltà, e che deve essere affrontata in maniera prioritaria. Dal punto di vista sociale, gli anziani sono invece la vera emergenza. Se uno ha 95 anni lo assiste un figlio che forse ha già 65 anni e dunque che avrebbe a sua volta bisogno di una mano. Mia nonna aveva cinque figli che la assistevano ma chi non ha famiglie numerose come farà? Domani sarà per tutti più complicato perché il carico economico per le famiglie sarà enorme, bisogna occuparsi di queste tematiche, ma anche la gente ne è consapevole tanto è vero che l’immigrazione delle badanti è quella più tollerata dalla gente».

E gli stranieri, non vanno aiutati?

«Chi viene in Italia  è semplicemente un lavoratore straniero, non è da considerare come persona in difficoltà in sé, ma ha le difficoltà di tutti gli altri cittadini a vivere la vita di tutti i giorni. A parte che secondo me dovrebbero essere i datori di lavoro a trovare sistemazione agli stranieri, ma rimane il fatto che una massiccia immigrazione non sia facilmente integrabile. Quando vai all’estero e sei minoranza sei costretto ad assumere comportamenti simili agli altri per integrarti, ma quando una massiccia comunità, con una forte identità, viene nel nostro paese con grandi numeri in poco tempo, abbiamo visto che pretende di vivere in maniera diversa dalle nostre tradizioni, non punta ad integrarsi ma a una coesistenza in qualche modo separata». 

Roberto Rotondo
Martedi 16 Marzo 2010