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50 anni di Spazio

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12 aprile 2011

Il 12 aprile 1961 diveniva realtà, per la prima volta nella storia dell’umanità, il sogno millenario ed immaginifico dell’uomo: volare nello spazio, oltre il cielo, oltre l’atmosfera del nostro pianeta. Il volo storico del cosmonauta Yuri Gagarin durò solo due ore, ma aprì all’umanità le frontiere di un nuovo territorio: l’infinito. Oggi, esattamente cinquant’anni dopo quel primo storico viaggio dell’uomo nello spazio, l’avventura dell’uomo nel cosmo prosegue e proprio a fine Aprile 2011, tra pochi giorni, quasi in concomitanza con il lancio di Yuri Gagarin, il nostro paese sarà testimone del volo spaziale di un altro nostro connazionale, il Colonnello dell’Aeronautica Militare Italiana Roberto Vittori, che raggiungerà a bordo della Stazione Spaziale Internazionale ISS un altro italiano, Paolo Nespoli in orbita dal dicembre 2010 fino a maggio 2011.
La coincidenza storica del volo spaziale di due italiani nell’anniversario del 1961 potrebbe in qualche modo interpretarsi, quasi a dare una continuità ed un file- rouge che lega gli albori dell’esplorazione spaziale con l’Italia. È un fatto oggettivo che dopo l’avvio della cosiddetta “Corsa allo Spazio” tra Stati Uniti ed Unione Sovietica, sul finire degli anni ‘50, fu proprio l’Italia la terza nazione al mondo a mettere in orbita un satellite artificiale, nel 1964, solo tre anni dopo il volo di Gagarin. Fu quello non un evento episodico ma, seppure con tutte le limitazioni politiche, tecnologiche, economiche e strutturali della nostra nazione – appena uscita da un tragico evento bellico ed un durissimo dopoguerra – l’avvio di un processo scientifico ed industriale che ha portato al giorno d’oggi l’Italia ai primi posti del
panorama spaziale mondiale. Vorrei tornare a quel 1961 per focalizzare alcuni aspetti conosciuti in ambito internazionale ma, certamente meno noti nell’ambito della nostra nazione. È noto che subito dopo la seconda guerra mondiale, Stati Uniti ed Unione Sovietica iniziarono un duro confronto militare ed economico teso a ottenere l’egemonia finanziaria e sociale delle nazioni del “blocco” su cui avevano diretta influenza. In questo scenario politico l’accesso allo spazio era legato non solo a mettere in orbita satelliti artificiali ad uso scientifico, ma anche, e soprattutto, a produrre missili a lungo raggio, in grado di colpire il territorio nemico anche da grandi distanze.
Lo sviluppo della missilistica, e dell’astronautica, su entrambi i fronti rappresentò una sorta di deterrente per un nuovo conflitto, l’equilibrio del terrore, al punto che quel periodo storico viene oggi comunemente ricordato come “la guerra fredda”. Mettere in orbita un satellite artificiale, e successivamente una capsula spaziale abitata dall’uomo, rappresentava la nuova sfida tecnologica, la frontiera dello stato dell’arte. Divenne perciò in breve tempo, per entrambe le superpotenze, una necessità politica e diplomatica: i grandi successi spaziali misuravano lo stato dello sviluppo tecnologico della Nazione, conferendole un’aura di superiorità nel complesso scacchiere internazionale. Di fronte al dispiegamento economico e tecnologico dei sovietici e degli americani, nessuna altra nazione poteva competere adeguatamente. Nonostante questo, né in Europa, né in Italia, si restò certo a guardare. Nel nostro Paese sin dagli anni Cinquanta si destò l’interesse
per l’impresa spaziale. Un impulso decisivo a queste ricerche fu dato sia dal fisico Edoardo Amaldi, sia dal Generale Luigi Broglio che, nella sua duplice veste di accademico
dell’Università di Roma e di ufficiale generale dell’Aeronautica Militare, rese possibile l’integrazione fra due mondi distanti come quello della ricerca universitaria e quello militare. Il Prof. Broglio, vedendo l’inarrestabile corsa spaziale russo-americana che dal
1957 anno del lancio del primo satellite artificiale, lo Sputnik, aveva preso avvio, iniziò a cullare il sogno di realizzare satelliti scientifici in Italia e lanciarli nello spazio.
Già dal 1959 Broglio collaborava con la NASA, grazie alla sua amicizia con l’allora Amministratore Hugh Dryden e, con l’aiuto dell’Aeronautica militare, realizzò un lancio del primo razzo sonda italiano per un programma congiunto italo-americano per l’analisi della composizione dell’alta atmosfera. Un missile Nike modificato fu così lanciato da una base realizzata in fretta e furia in Sardegna a Perda Is Furonis il 13 gennaio 1961, e raggiunse gli 80 Km di altezza collezionando con successo dati utili ed interessanti. Ma veniamo al 12 aprile 1961. Il Prof Broglio era a Firenze per un congresso internazionale COSPAR ed attendeva con impazienza di annunciare i risultati del suo lancio di tre mesi prima, quando il rappresentante russo prese la parola e con grande concitazione annunciò che Yuri Gagarin era appena stato lanciato con successo nello spazio. La sala applaudì e Broglio non poté evitare di notare i volti terrei dei rappresentanti americani che, anch’essi, applaudivano la notizia. Fu forse per l’emozione concitata di quella giornata che il Prof. Broglio durante la cena del 12 aprile propose con grande vigore agli americani, ancora un po’ scioccati dalla notizia di Gagarin, una collaborazione per realizzare una base di lancio economica, sul mare, al largo delle coste del Kenya sull’equatore, utilizzando lanciatori americani per mettere in orbita satelliti scientifici italiani ed americani.
E poiché anche la NASA aveva il desiderio di realizzare un poligono di lancio equatoriale, decisero di dare credito al progetto di Broglio. (Oltre che tecnica quella statunitense era ovviamente anche una decisione politica tesa a consolidare la propria sfera di influenza su un paese europeo strategicamente importante quale l’Italia ). Questa decisione  statunitense avvenne qualche mese dopo il 12 aprile, ma proprio quella sera, mentre Gagarin era appena rientrato a terra dal suo storico volo, in un ristorante di Firenze un geniale italiano gettava le basi delle attività spaziali nel nostro paese.
Un piccolo, ma importante, anniversario anche per noi italiani quindi questo 12 aprile 1961. Fu grazie a questa iniziativa che, già nel 1964, l’Italia riuscì lanciare il satellite San Marco 1 dal poligono americano di Wallops Island, e divenne la terza nazione al mondo a farlo, dopo Unione Sovietica e Stati Uniti. Successivamente, la squadra italiana di Broglio completò nel 1967 l’allestimento  di una propria base spaziale equatoriale al largo delle coste del Kenia riadattando a rampa di lancio una piattaforma petrolifera.
Con fondi ridotti e usando i piccoli missili Scout forniti dagli Americani, ottenne sempre ottimi risultati, lanciando altri 10 satelliti in orbita e 20 razzi sonda sino al 1988.
E’ la nostra Base di Malindi, un piccolo lembo di terra d’Africa, dove ancora oggi sventola il tricolore. Oggi doverosamente denominata Centro Spaziale Luigi Broglio, in onore del “Von Braun” italiano. Fu appunto nel 1988 che fu fondata, con la legge 186, l’Agenzia Spaziale Italiana. L’Italia aveva intrapreso la via europea quale Paese fondatore dell’Agenzia Spaziale Europea ESA nel 1975, è stata ed è da allora il terzo contributore, dopo Francia e Germania, delle attività dell’ESA. Ma questa è un’altra storia. Chi ha vissuto la propria gioventù negli anni ’60 e ’70 si ricorderà che quando si parlava del Futuro si faceva riferimento agli anni che stiamo vivendo ora, cioè agli anni dopo il 2000.
Quando si doveva dare una proiezione temporale ai sogni ed alle aspettative della società si diceva semplicemente "nel duemila". La distanza temporale tra il 12 aprile 1961 ed il “duemila” appariva così vasta da giustificare la sensazione che si sarebbero verificate cose sensazionali in questo lasso di tempo. Che sono poi successe: le missioni Apollo sulla luna, le stazioni spaziali orbitanti Skylab e Mir, la costruzione di una astronave  riutilizzabile quale lo Shuttle, ma io credo soprattutto l’opera più sensazionale sia stata la realizzazione nello spazio della Stazione Spaziale Internazionale ISS. Al di là delle ricadute scientifiche, o dagli esperimenti che si terranno su di essa, io credo fermamente che lo scopo principale della ISS sia già stato raggiunto: il suo merito maggiore, infatti, è quello di essere stato il primo vero, grande programma spaziale che ha saputo coinvolgere così tante nazioni e di diversi continenti.
Un esempio di collaborazione internazionale pacifica che fa ben sperare per il futuro, un futuro dove forse la Luna e Marte saranno le prossime tappe dell’esplorazione umana, un futuro che potrà certo portare, dalle attività spaziali, importanti benefici per le nostre popolazioni, un futuro del settore satellitare che porterà crescita ed occupazione alle nostre imprese, certamente un futuro che è stato aperto, cinquant’anni fa oggi, proprio da Yuri Gagarin.
Marco Airaghi, vicepresidente Agenzia Spaziale Italiana

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