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Alcune risposte su immigrazione e globalizzazione

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28 aprile 2011

Egregio direttore,
rispondo alle obiezioni che l’amico Roberto Caielli (cfr. lettera n. 335) ha mosso all’analisi del nesso tra globalizzazione e immigrazione che ho abbozzato riflettendo sui quesiti che intorno a tale tema mi aveva posto Giovanni Dotti (cfr. lettera n. 322). Ringrazio, inoltre, quest’ultimo per la corretta interpretazione di un sintagma (“valida risposta”) letto da Caielli come espressione di un mio giudizio positivo sulla proposta del blocco dell’immigrazione avanzata dalle destre populiste e razziste, laddove, nella mia intenzione, esso stava unicamente a indicare il valore (falsamente) risolutivo che le destre testé citate attribuiscono a tale proposta.

La premessa da cui muovo in questa ultima serie di ‘risposte’ riguarda il paradigma nel quale si situa la mia analisi: paradigma che non deriva dal cosmopolitismo social-liberista ed europeista, bensì da un progetto di ‘rinazionalizzazione’ dello Stato quale via maestra di una rivoluzione democratica e socialista che abbia la sua forza propulsiva e dirigente nel movimento operaio. Il corollario che sgorga da tale premessa è il seguente: di fronte alla borghesia capitalistica transnazionale che domina gli ‘spazi’, il movimento operaio storicamente si è sempre organizzato, ha combattuto le sue battaglie e ha conseguito le sue vittorie nei ‘luoghi’, ossia a partire dai territori e dalla dimensione nazionale. Sotto questo profilo, non vi è dubbio che un periodo di riunificazione della classe operaia e di iniziativa egemonica del movimento dei lavoratori a livello globale, insomma un periodo di nuovo “internazionalismo proletario”, potrà nascere solo in seguito a un processo di ‘verticalizzazione’ e divisione dei mercati, partendo da quelli finanziari per arrivare ‘tout court’ a quelli delle merci. La proposta di bloccare i capitali va esattamente in questa direzione e postula una forte volontà politica e culturale di contrasto teorico e pratico verso quelle tendenze alla ‘snazionalizzazione’ che, facendo passare la globalizzazione come un processo oggettivo e ineluttabile, hanno investito negli ultimi due decenni il nostro paese, hanno innescato in esso dinamiche disgreganti e lo hanno ridotto, sul piano economico, politico, etico e scientifico, ad uno stato larvale.

In realtà, la globalizzazione e, quale suo necessario correlato, le divisioni che hanno investito il mondo del lavoro sono nate in misura rilevante da una serie di scelte politiche. Queste scelte hanno dato luogo ad una profonda differenziazione nei salari, nelle condizioni di lavoro e nelle tutele, differenziazione che ha accentuato la “guerra tra poveri”, cioè tra i lavoratori, che è il dato saliente della fase attuale su cui ho insistito nella mia analisi: lavoratori privati contro lavoratori pubblici, lavoratori precari contro lavoratori stabili, lavoratori giovani contro lavoratori anziani e, naturalmente, lavoratori autoctoni contro lavoratori immigrati. È su questo ‘ventre molle’ della questione sociale che giocano le loro carte con estremo cinismo le destre, strumentalizzando le “contraddizioni in seno al popolo” e spingendo verso la conversione del conflitto di classe (oggi totalmente denegato dalle sinistre, come a buon diritto osserva Dotti) da conflitto ‘verticale’ in conflitto ‘orizzontale’, cioè ‘sezionale’ e corporativo. Del resto, non può sfuggire a chi esamini oggettivamente questi fenomeni socio-politici che sono proprio le crescenti differenze tra i lavoratori ad aver creato le condizioni per una sconfitta generale del mondo del lavoro nella distribuzione del reddito, nella scelta dei metodi e dei ritmi produttivi, nonché nel tipo di produzione che ci si propone di realizzare. I bassi salari italiani dimostrano, infatti, che la globalizzazione capitalistica non favorisce la convergenza tra i paesi, come sostengono i liberisti, ma produce divergenze economiche e politiche sia in termini di ‘sviluppo ineguale’ fra i diversi paesi capitalisti sia in termini di conflitti più o meno latenti fra ‘Stati disgreganti’ e ‘Stati disgregati’. Di questo fa fede, con tutta evidenza, la condizione, in cui si trova oggi l’Italia, di area periferica e marginale rispetto alle aree centrali dell’accumulazione capitalistica europea.

Orbene, il ‘paradigma’ di Caielli, quale emerge, di scorcio, nella ‘pars construens’ del suo intervento, giacché la ‘pars destruens’ mi sembra il frutto, più che di obiezioni, di fraintendimenti, non mi convince: e non mi convince perché, da un lato, è teoricamente tributario di un determinismo economico la cui origine è quel principio che si suole indicare con l’acronimo “TINA” (‘there is no alternative’: non esiste alternativa); dall’altro, si inscrive in quella propensione globalista, propria di una certa sinistra, che nasce da un paralogismo di tipo pseudo-kantiano a causa del quale si ritiene che, mentre la globalizzazione preserva dai pericoli della guerra e del nazionalismo, lo Stato nazionale sia, per definizione, foriero di tali perniciose tendenze. La mia preoccupazione, invece, è che, se si accetta lo schema interpretativo sotteso alla posizione dell’amico Caielli, schema che è diffuso in vari ambienti della sinistra, il flusso di voti di alcune frazioni di lavoratori e di vasti settori delle masse popolari, che si indirizza attualmente verso le destre populiste e razziste, è destinato a diventare inarrestabile.

Eros Barone

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