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Dai ragazzi del 1899 ai ragazzi del 2008

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3 novembre 2008

Egregio direttore,

l’approssimarsi della ricorrenza del 4 novembre, ossia del centesimo anniversario della vittoria del regno d’Italia nella guerra del 1915-1918, e l’enfasi che da più parti viene posta su tale ricorrenza mi spingono a formulare la seguente domanda: che posto trova nell’immaginario dei giovani e nella loro memoria storica una qualche idea, sia pur vaga, di quei loro coetanei di centonove anni fa, a cui sono intitolate piazze, larghi e vie delle nostre città?

Quei giovani, che fra il 1917 e il 1918 avevano meno di vent’anni, formarono l’ultima leva che fu inviata al fronte per andare a combattere, a morire o, e questa fu la sorte dei più fortunati, a restare per sempre segnati nella carne e nell’animo da quella terribile esperienza di atroce violenza che fu la ‘grande guerra’: una guerra di grandi masse, basata su una ‘mobilitazione totale’ che saldò fronte interno e fronte militare, come mai era accaduto in precedenza e come accadrà poi sino alle ultime guerre di questi anni contro la Jugoslavia, nel Kossovo, contro l’Iraq e in Afghanistan. A quella generazione furono riservate, ciò nondimeno, altre esperienze di grande importanza storica: dal ‘biennio rosso’ al fascismo, dalla seconda guerra mondiale alla Resistenza.

Il contrasto con le ultime generazioni è palese: se si esclude l’impegno nel volontariato o, in queste ultime settimane, la partecipazione al movimento degli studenti contro la politica scolastica del governo, quali esperienze di importanza storica paragonabile a quella che contraddistinse le esperienze che ho testé richiamate può iscrivere nel suo ‘album di famiglia’ quest’ultima generazione? Forse ‘l’insostenibile leggerezza dell’essere’, che sembra contraddistinguere i giovani di oggi, è preferibile alla ‘pesantezza’ della generazione del ’68, alla quale appartengo; forse è meglio che sia così, se dobbiamo prestare fede a quel poeta che giustamente compiange i popoli che hanno bisogno di eroi; forse la condizione giovanile non può essere diversa da quella che è in un’età che Emil Luttwack, un politologo statunitense, ha definito, riferendosi all’Occidente, “età post-eroica”.

Esiste, dunque, nella percezione dei giovani di oggi, un qualche rapporto psicologico e morale con i giovani di allora? Ebbene, se la risposta dovesse essere negativa, se, cioè, non esistesse alcun rapporto, se la percezione di quegli eventi sfumasse nell’indistinto oppure nella mistificazione e nella falsificazione della storia, ciò significherebbe che è intervenuta una cesura storica profonda che non può non preoccupare sia la società civile sia la società politica di questo Paese, perché investe i temi nodali dell’identità nazionale e della cittadinanza repubblicana.

La storia dell’Italia repubblicana dimostra, peraltro, che tutte le svolte del cinquantennio sono state segnate da un acuto protagonismo giovanile: così fu per la ‘generazione delle magliette a strisce’ che, quando nel giugno del 1960 i nostalgici del ‘ventennio nero’ rialzarono la testa, scese nelle strade e nelle piazze per contrastare quel rigurgito, dando vita ad una ‘Nuova Resistenza’ e suscitando perfino lo stupore delle forze democratiche e antifasciste delle generazioni precedenti; così fu per la mobilitazione che vide accorrere la gioventù italiana in uno slancio generoso e appassionato di solidarietà, quando nel 1966 l’alluvione colpì Firenze, città-simbolo non solo della civiltà italiana ma della stessa civiltà mondiale; così fu ancora per il grande ciclo dei movimenti giovanili che ebbe le sue tappe fondamentali nel biennio 1968-’69 e poi nel 1977, prima che il massiccio spostamento dei giovani verso un’alternativa di sistema venisse intercettato e arrestato con la diffusione altrettanto massiccia (e scientificamente pianificata) della droga e dei disvalori del qualunquismo, dell’individualismo, del rampantismo e dell’edonismo. Ma questa è la cronaca degli anni ’80 e ’90 e dell’inizio del ventunesimo secolo, quando la questione giovanile cessa di essere una questione nodale dell’emancipazione sociale e tende a contrarsi, per un verso, nella problematica del disagio e della devianza e, per un altro verso, in quella della sottoccupazione e della precarietà.

Ed ecco, allora, la conclusione di questa riflessione. Essa si chiama ‘nuovo umanesimo’: un ‘nuovo umanesimo’ adeguato all’epoca della rivoluzione informatica e microelettronica, che, senza nulla sacrificare di ciò che offre l’enorme sviluppo delle forze produttive, di ciò che contiene in sé la possibilità di favorire un’estrinsecazione dei sensi e delle facoltà umane quale mai la storia sperimentale della specie umana ha conosciuto, saldi l’antico al nuovo, il particolare all’universale, il locale al globale, la democrazia al lavoro; un ‘nuovo umanesimo’ che riconosca nel lavoro e nella lotta per affermare i diritti sociali connessi al lavoro gli àmbiti fondamentali e fondativi della formazione e della liberazione della personalità umana; un ‘nuovo umanesimo’ che faccia della giustizia e della libertà, nonché della pace, la quale senza le prime due è solo una maschera dello sfruttamento, del privilegio e del sopruso, le passioni più potenti di una democrazia rinnovata; un ‘nuovo umanesimo’ che si nutra di sincerità, di coraggio e di coerenza, virtù tipicamente giovanili, ma che, se praticate, mantengono giovani anche gli adulti e gli anziani; un ‘nuovo umanesimo’ che riscatti i giovani dalla passività sociale e politica e dalla depressione culturale e lotti, quindi, per affermare i valori della solidarietà con i popoli e con le classi oppresse, per garantire il rispetto e la difesa dell’ambiente, per realizzare una scuola formativa, per fare di una società multiculturale una società interculturale, mettendo al bando ogni forma di razzismo e di xenofobia e promuovendo non solo la ricerca e la discussione, ma anche l’iniziativa e l’organizzazione rispetto a temi che, proprio perché riguardano il presente e l’avvenire dei giovani, sono cruciali per il futuro stesso del nostro Paese.

Eros Barone

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